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Lo sai che? Rapporto di lavoro: l’assenza ingiustificata non costituisce dimissione del lavoratore

Lo sai che? Pubblicato il 28 settembre 2013

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> Lo sai che? Pubblicato il 28 settembre 2013

Non è corretto ritenere (nonostante lo preveda una norma contenuta nel contratto collettivo nazionale) che l’assenza ingiustificata del lavoratore dopo l’aspettativa possa essere qualificata come dimissioni manifestate per fatti concludenti. Al contrario, è necessario consentire al lavoratore la possibilità della prova contraria poiché, diversamente, si avrebbe una terza forma (non prevista dalla legge) di risoluzione (automatica, per giunta) del rapporto di lavoro.

Con una recente sentenza [1], la Cassazione, nel definire un contrasto venutosi a creare internamente tra le sezioni della medesima Corte, ha definito un principio di particolare rilievo in tema di risoluzione del rapporto di lavoro subordinato, in caso di mancato rientro del lavoratore a seguito del periodo di aspettativa.

La vicenda

Per comprendere la sentenza in commento, bisogna prima partire dai fatti di causa.

A seguito del mancato rientro sul posto di lavoro di una dipendente, allo scadere del periodo di aspettativa, il datore di lavoro, avvalendosi della norma prevista dagli artt. 34 e 75 del CCNL di categoria del 2003, aveva comunicato alla stessa la risoluzione del medesimo rapporto per “dimissioni del dipendente”. Difatti, le citate norme di contrattazione collettiva stabilivano che l’assenza ingiustificata del dipendente dopo lo spirare dell’aspettativa dovesse essere equiparata ad un comportamento concludente della volontà (del lavoratore) di non riprendere servizio: in buona sostanza, tale condotta era implicitamente qualificabile come recesso unilaterale del dipendente dal rapporto di lavoro.

Tale costruzione giuridica trovava avallo in una precedente sentenza della Suprema Corte [2] secondo la quale “quando il contratto collettivo definisce l’assenza del lavoratore (prolungata oltre i tre giorni e non giustificata) quale dimissioni, l’assenza medesima assume il valore giuridico di un atto di dimissioni”.

In realtà – argomenta giustamente oggi la Corte [3] – non è possibile attribuire a determinati comportamenti del lavoratore il valore e il significato di manifestazione implicita (o per facta concludentia) della volontà di dimettersi, senza possibilità di prova contraria. Proprio l’impossibilità di una “prova contraria” è infatti antitetica al concetto di “fatti concludenti”: ciò perché, nonostante venga manifestata in forma diversa dalla tipica dichiarazione esplicita, la volontà sottostante ai facta concludentia deve essere comunque sempre effettiva, presente e, quindi, accertabile. Al contrario, attribuire automaticamente al mancato rientro del lavoratore in azienda il significato di dimissioni opererebbe una presunzione assoluta, contrastando con questo logico ragionamento.

Non solo. Il nostro ordinamento prevede solo due forme tipiche di risoluzione del rapporto di lavoro: a) le dimissioni e b) il licenziamento. Le parti – ivi compresa la contrattazione collettiva – non possono introdurre altre cause di estinzione del rapporto. Diversamente, tutta la disciplina legislativa limitativa dei licenziamenti, che ha progressivamente allontanato il rapporto di lavoro dagli ordinari principi sull’estinzione dei rapporti obbligatori, sarebbe inutile. Pertanto, a voler riconoscere la possibilità alle parti di prevedere una norma pattizia (anche se inserita nel CCNL) che attribuisca ad un predeterminato comportamento il significato di dimissione (con presunzione assoluta) creerebbe una terza ipotesi di recesso, non prevista (e anzi vietata) dalla legge.

In conclusione, la clausola contrattuale la quale prevede che il lavoratore che al termine del periodo di aspettativa non riprenda servizio senza giustificato motivo va considerato dimissionario, è nulla in quanto stabilisce una risoluzione del rapporto di lavoro non previta dalla legge.

note

[1] Cass. sent. n. 16507/13.

[2] Cass. sent. n. 5776 del 10.06.1998.

[3] Discostandosi da tale interpretazione e richiamando, invece, un altro proprio precedente: la sentenza Cass. n. 2605 del 12.03.1987


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