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Tfr dipendenti pubblici: ultime sentenze

9 Marzo 2020
Tfr dipendenti pubblici: ultime sentenze

Scopri le ultime sentenze su: pagamento differito e dilazionato del Tfr ai dipendenti pubblici che vanno in pensione anticipata; controversie sui trattamenti di fine rapporto dei pubblici dipendenti.

Diverso trattamento tributario tra dipendenti pubblici e privati

Va dichiarata l’illegittimità costituzionale dell’art. 23, comma 6, d.lg. 5 dicembre 2005, n. 252 (Disciplina delle forme pensionistiche complementari) in relazione all’art. 52, comma 1, lett. d -ter), d.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917 (Approvazione del testo unico delle imposte sui redditi), secondo i quali sulle somme percepite dai dipendenti delle pubbliche amministrazioni a titolo di riscatto della posizione individuale maturata presso una forma di previdenza complementare collettiva si applica il regime fiscale previgente al d.lg. n. 252 del 2005, invece del regime fiscale più favorevole introdotto da detto d.lg. n. 252 del 2005 per la stessa prestazione erogata dalle forme pensionistiche complementari collettive ai dipendenti privati, atteso che non sono individuabili elementi che giustifichino ragionevolmente una disomogeneità del trattamento fiscale agevolativo.

La peculiare modalità di gestione del TFR pubblico, mediante un accantonamento virtuale in costanza di rapporto di lavoro, non è idonea a differenziare dal punto di vista funzionale la posizione individuale maturata in un fondo pensione da un dipendente pubblico rispetto a quella maturata da un dipendente privato e, di conseguenza, a giustificare un differente regime tributario del riscatto della posizione medesima.

Corte Costituzionale, 03/10/2019, n.218

Pagamento differito e dilazionato del Tfr ai dipendenti pubblici

È legittima la normativa che prevede il pagamento differito e dilazionato del Tfr ai dipendenti pubblici che vanno in pensione anticipata. Ad affermarlo è la Corte costituzionale che dichiara inammissibili le questioni sollevate dal Tribunale di Roma per il quale, in sostanza, il pagamento posticipato sarebbe in contrasto con gli articoli 3 e 36 Cost. per il discrimine con i lavoratori del settore privato e con il principio della proporzionalità della retribuzione, che ne impone il pagamento tempestivo.

La Consulta scioglie così i dubbi di costituzionalità dell’articolo 3 comma 2 del D.l. 79/1997, secondo cui il pagamento del Tfr ai dipendenti pubblici avviene trascorsi 24 mesi dalla cessazione del rapporto di lavoro se la stessa scatta per accedere alla pensione in anticipo rispetto ai requisiti standard, nonché dell’articolo 12 comma 7 del D.l. 78/2010, che determina il pagamento rateale del Tfr se di importo superiore a 50mila euro.

Corte Costituzionale, 25/06/2019, n.159

Tfr e retribuzioni lorde di pubblici dipendenti

Il fatto che alcuni dipendenti delle pubbliche amministrazioni godano del trattamento di fine servizio ed altri del trattamento di fine rapporto è conseguenza del transito del rapporto di lavoro da un regime di diritto pubblico ad un regime di diritto privato e della gradualità che, con specifico riguardo agli istituti in questione, il legislatore, nell’esercizio della sua discrezionalità, ha ritenuto di imprimervi.

Di conseguenza la trattenuta destinata al Fondo di Previdenza e credito ( ex INADEL) non è quella operata per i dipendenti in regime di T.F.S. ai sensi dell’art. 37 del D.P.R. n. 1032/1973, che ha natura previdenziale, bensì una trattenuta che ha natura compensativa, essendo stata operata dall’Amministrazione al fine di garantire la parità retributiva tra dipendenti, secondo le previsioni del d.p.c.m. 20 dicembre 1999; si tratta, pertanto, di un ritenuta effettuata “alla fonte” sul trattamento economico, operata per tutto il personale dipendente dalle PP.AA.

Tribunale Roma sez. lav., 21/05/2019, n.4822

Trattamenti di fine rapporto dei pubblici dipendenti

Sulle controversie sui trattamenti di fine rapporto dei pubblici dipendenti ha giurisdizione il Giudice del rapporto di lavoro stante l’ormai riconosciuta natura di retribuzione differita dei TFR, malgrado la loro funzione lato sensu previdenziale.

Tribunale Roma sez. lav., 28/06/2018, n.5672

Retribuzione per i dipendenti pubblici assoggettati alla disciplina del Tfr

La decurtazione del 2% della retribuzione globale (2,5% sull’80% della retribuzione lorda), che subiscono i lavoratori in regime di TFR, è legittima e ha fonte, natura e ratio diverse dalla ritenuta del 2,5% di cui all’art. 11 della legge 8 marzo 1968, n. 152, e all’art. 37 del d.P.R. 29 dicembre 1973, n. 1032, operata a titolo di contributo previdenziale obbligatorio.

La decurtazione della retribuzione complessiva lorda, applicata nel passaggio al sistema del TFR alle retribuzioni lorde dei pubblici dipendenti che a tale sistema sono soggetti, trova giustificazione nel principio espresso sia dalla fonte normativa primaria (art. 26, comma 19, della legge 448 del 1998) sia dalla fonte della contrattazione collettiva (Accordo Quadro Nazionale del 29 luglio 1999) dell’invarianza della retribuzione complessiva netta tra lavoratori assoggettati a sistema del TFR e lavoratori assoggettati a indennità di buonuscita.

Tribunale Roma, 02/10/2017, n.7907

Passaggio al sistema del Tfr alle retribuzioni lorde di pubblici dipendenti

Deve ritenersi legittimo il meccanismo di decurtazione della retribuzione complessiva lorda applicato nel passaggio al sistema del TFR alle retribuzioni lorde dei pubblici dipendenti che a tale sistema sono soggetti in quanto fondato su un principio affermato dalla legge ex art. 26, c. 19, l. n. 448/1998, che prevede l’invarianza della retribuzione complessiva netta nel passaggio al TFR, principio introdotto per garantire la parità di trattamento – con riferimento alla retribuzione erogata – delle due categorie di lavoratori, ossia quelli soggetti al sistema del TFR e quelli soggetti al sistema dell’indennità di buonuscita.

La circostanza che il principio dell’invarianza della retribuzione sia imposto da una norma di legge esclude, infatti, che possano sussistere profili di illegittimità dell’Accordo Quadro Nazionale del 29 luglio 1999 e d.P.C.M. 20 dicembre 1999, art. 1, c. 3, che a tale principio hanno dato attuazione.

Tribunale Roma sez. lav., 04/05/2017, n.4081

L’indennità di fine servizio spettante al dipendente pubblico

L’indennità di fine servizio spettante al dipendente pubblico (nella specie, indennità di buonuscita) non è assimilabile al trattamento di fine rapporto: i due istituti sono regolati da discipline diverse, né l’estensione ai dipendenti pubblici della disciplina di cui all’art. 2120 c.c. è desumibile dall’art. 7 legge n. 53/2000, essendo tale rinvio espressamente riferito al solo all’ottavo comma dell’art. 2120 c.c., recante l’elencazione delle causali di accesso al beneficio dell’anticipazione del TFR.

Cassazione civile sez. lav., 17/09/2015, n.18230

Violazione del diritto alla tutela giurisdizionale

Non è fondata, in riferimento agli artt. 3, 24, 35, comma 2, 36, comma 1, 101, 102, 104 e 113 Cost., la questione di legittimità costituzionale dell’art. 1, commi 98 e 99, l. 24 dicembre 2012, n. 228, che, in attuazione della sentenza n. 223 del 2012, ha disposto l’abrogazione dell’art. 12, comma 10, d.l. 31 maggio 2010 n. 78, conv., con modif., in l. 30 luglio 2010, n. 122, con sostanziale ripristino del precedente regime del trattamento di fine servizio (TFS) per i dipendenti pubblici, e ha previsto l’estinzione di diritto dei processi pendenti aventi ad oggetto la restituzione del contributo previdenziale obbligatorio del 2,50%, nonché la dichiarazione di inefficacia delle sentenze già emesse, fatta eccezione per quelle passate in giudicato.

Il TFS è, infatti, diverso e normalmente “migliore” rispetto al trattamento di fine rapporto (TFR) disciplinato dall’art. 2120 c.c., per cui il fatto che il dipendente — che (in conseguenza del ripristinato regime ex art. 37 citato) ha diritto all’indennità di buonuscita — partecipi al suo finanziamento, con il contributo del 2,50% (sull’80% della sua retribuzione), non integra un’irragionevole disparità di trattamento rispetto al dipendente che ha diritto al TFR.

Inoltre, l’attribuzione ad alcuni dipendenti pubblici del TFS e ad altri del TFR è conseguenza del transito del rapporto di lavoro da un regime di diritto pubblico ad un regime di diritto privato e della gradualità che il legislatore ha discrezionalmente ritenuto di imprimervi.

Parimenti non è illegittima la disposta estinzione dei giudizi in corso, atteso che l’interesse dei ricorrenti alla restituzione del contributo del 2,50% è venuto meno con il ripristino (ad opera della normativa impugnata) del previgente regime di TFS; né è irragionevole la diversità di trattamento tra i dipendenti che, nelle more, abbiano ottenuto la restituzione del 2,50% con sentenza passata in giudicato e quelli che non l’abbiano ottenuta per il sopravvenuto ripristino dell’indennità di buonuscita, essendo ciò inevitabilmente dovuto alla successione di diverse disposizioni normative ed al generale principio di intangibilità del giudicato (sentt. nn. 310 del 2000, 223 del 2001, 223 del 2012).

Corte Costituzionale, 28/10/2014, n.244

Contrattualizzazione dei rapporti di pubblico impiego

In tema di base di calcolo del trattamento di quiescenza o di fine rapporto spettante ai dipendenti degli enti pubblici del c.d. parastato, l’art. 13 l. 20 marzo 1975 n. 70, di riordinamento di tali enti e del rapporto di lavoro del relativo personale, detta una disciplina del trattamento di quiescenza o di fine rapporto (rimasta in vigore, pur dopo la contrattualizzazione dei rapporti di pubblico impiego, per i dipendenti in servizio alla data del 31 dicembre 1995 che non abbiano optato per il t.f.r. di cui all’art. 2120 c.c.), non derogabile neanche in senso più favorevole ai dipendenti, costituita dalla previsione di un’indennità di anzianità pari a tanti dodicesimi dello stipendio annuo in godimento quanti sono gli anni di servizio prestato, lasciando all’autonomia regolamentare dei singoli enti solo l’eventuale disciplina della facoltà per il dipendente di riscattare, a totale suo carico, periodi diversi da quelli di effettivo servizio.

Consiglio di Stato sez. VI, 05/03/2013, n.1306

Indennità di buonuscita

In tema di base di calcolo del trattamento di quiescenza o di fine rapporto spettante ai dipendenti degli enti pubblici del cd. parastato, l’art. 13 l. n. 70 del 1975, di riordinamento di tali enti e del rapporto di lavoro del relativo personale, detta una disciplina del trattamento di quiescenza o di fine rapporto (rimasta in vigore, pur dopo la contrattualizzazione dei rapporti di pubblico impiego, per i dipendenti in servizio alla data del 31 dicembre 1995 che non abbiano optato per il t.f.r. di cui all’art. 2120 c.c.), non derogabile neanche in senso più favorevole ai dipendenti, costituita dalla previsione di un’indennità di anzianità pari a tanti dodicesimi dello stipendio annuo in godimento quanti sono gli anni di servizio prestato, lasciando all’autonomia regolamentare dei singoli enti solo l’eventuale disciplina della facoltà per il dipendente di riscattare, a totale suo carico, periodi diversi da quelli di effettivo servizio.

Il riferimento quale base di calcolo allo stipendio complessivo annuo ha valenza tecnico-giuridica, sicché deve ritenersi esclusa la computabilità di voci retributive diverse dallo stipendio tabellare e dalla sua integrazione mediante scatti di anzianità o componenti retributive similari (nella specie, l’indennità di funzione ex art. 15, comma 2, l. n. 88 del 1989 per la responsabilità di struttura rurale) e devono ritenersi abrogate o illegittime, e comunque non applicabili, le disposizioni di regolamenti come quello dell’Inps, prevedenti, ai fini del t.f.r. o di quiescenza comunque denominato, il computo in genere delle competenze a carattere fisso e continuativo.

Né, in senso contrario, possono addursi dubbi di legittimità costituzionale, atteso che, in caso di trattamento globale costituito da più componenti, qual è l’indennità di buonuscita rispetto al trattamento dei lavoratori pubblici privatizzati, il rispetto dell’art. 36 cost. deve essere valutato in relazione alla totalità dell’emolumento. (Principio affermato ai sensi dell’art. 360 bis, comma 1, c.p.c.).

Cassazione civile sez. VI, 25/02/2011, n.4749


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