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Legge sul caporalato: cosa prevede

27 Febbraio 2020 | Autore:
Legge sul caporalato: cosa prevede

Sfruttamento del lavoro e intermediazione illecita: quand’è reato? Caporale: chi è? In cosa consiste il caporalato? Datore che sfrutta il lavoratore: è reato?

La fame di lavoro spinge tante persone a concedersi per pochi soldi a gente senza scrupolo che approfitta della circostanza solamente per il proprio profitto. In Italia, purtroppo, questa situazione è talmente diffusa da aver spinto il legislatore a introdurre un apposito reato che è noto al pubblico come legge sul caporalato. Cosa prevede? Cosa rischia chi sfrutta il lavoro altrui?

Il codice penale contempla il reato di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, punendo con la reclusione coloro che gestiscono le vite degli altri in funzione di un lavoro malpagato. Possiamo tranquillamento dire che i lavoratori sfruttati sono in un certo senso degli schiavi, tant’è vero che l’articolo del codice penale che punisce il caporalato è inserito all’interno della parte dedicata alla tratta di persone e alla riduzione in schiavitù. Prenditi cinque minuti di tempo per scoprire cosa prevede la legge sul caporalato.

Caporalato: cos’è?

Per caporalato si deve intendere la pratica illecita di sfruttare il lavoro altrui. Lo sfruttamento non deve necessariamente essere diretto, nel senso che il caporale non beneficia direttamente dell’attività lavorativa.

Per la legge, è considerato caporale chi recluta manodopera per impiegarla presso terzi in condizioni di sfruttamento, approfittando dello stato di bisogno, a prescindere dal ricorso a comportamenti violenti, minacciosi o intimidatori.  Il caporale, quindi, è colui che pone in essere l’intermediazione illecita tra lavoratori sfruttati e datori di lavoro sfruttatori.

La responsabilità penale, tuttavia, si estende anche ai datori di lavoro che utilizzino operai chiamati con questa procedura illecita, sia direttamente che attraverso il ricorso a mediatori: per questa ragione la legge punisce l’intermediazione illecita, cioè il caporalato.

Legge sul caporalato: cosa dice?

Secondo la legge sul caporalato [1], è punito con la reclusione da uno a sei anni e con la multa da 500 a 1.000 euro per ciascun lavoratore reclutato, chiunque:

  1. recluta manodopera allo scopo di destinarla al lavoro presso terzi in condizioni di sfruttamento, approfittando dello stato di bisogno dei lavoratori;
  2. utilizza, assume o impiega manodopera, anche mediante l’attività di intermediazione del caporale, sottoponendo i lavoratori a condizioni di sfruttamento ed approfittando del loro stato di bisogno.

Se i fatti sono commessi mediante violenza o minaccia, si applica la pena della reclusione da cinque a otto anni e la multa da mille a duemila euro per ciascun lavoratore reclutato.

Dunque, la legge punisce non solo il caporale in senso stretto, cioè colui che recluta lavoratori per destinarli ai datori, ma anche i datori stessi che si avvalgono del caporalato o che, comunque, sfruttano il lavoro altrui, anche senza l’intermediazione illecita di altri.

Legge caporalato: quando c’è sfruttamento?

Abbiamo detto che la legge sul caporalato prevede pene molto severe sia per colui che fornisce lavoratori per lo sfruttamento sia al datore di lavoro che si avvale dell’intermediazione illecita. Ma cosa si intende per sfruttamento?

Secondo la legge sul caporalato, costituisce indice di sfruttamento la sussistenza di una o più delle seguenti condizioni:

  1. la ripetuta corresponsione di retribuzioni in modo evidentemente difforme dai contratti collettivi nazionali o territoriali stipulati dalle organizzazioni sindacali più rappresentative a livello nazionale, o comunque sproporzionato rispetto alla quantità e qualità del lavoro prestato;
  2. la reiterata violazione della normativa relativa all’orario di lavoro, ai periodi di riposo, al riposo settimanale, all’aspettativa obbligatoria, alle ferie;
  3. la sussistenza di violazioni delle norme in materia di sicurezza e igiene nei luoghi di lavoro;
  4. la sottoposizione del lavoratore a condizioni di lavoro, a metodi di sorveglianza o a situazioni alloggiative degradanti.

Insomma: se un lavoratore è costretto a orari di lavoro disumani, a carichi eccessivi, a prestare l’attività in condizioni di scarsa igiene o sicurezza ovvero in cambio di una paga davvero minima, allora sussiste il reato di sfruttamento del lavoro.

Legge sul caporalato: quando il reato è aggravato?

La legge sul caporalato prevede pene più elevate al ricorrere di determinate circostanze; nello specifico, comportano l’aumento della pena da un terzo alla metà:

  1. il fatto che il numero di lavoratori reclutati sia superiore a tre;
  2. il fatto che uno o più dei soggetti reclutati siano minori in età non lavorativa;
  3. l’aver commesso il fatto esponendo i lavoratori sfruttati a situazioni di grave pericolo, avuto riguardo alle caratteristiche delle prestazioni da svolgere e delle condizioni di lavoro.

Inoltre, come visto nel secondo paragrafo, se il caporalato o lo sfruttamento è commesso mediante violenza o minaccia, si applica la pena della reclusione da cinque a otto anni e la multa da mille a duemila euro per ciascun lavoratore reclutato.

Caporalato: quando la pena è diminuita?

Secondo la legge sul caporalato [2], la pena è diminuita da un terzo a due terzi nei confronti di chi, nel rendere dichiarazioni su quanto a sua conoscenza, si adopera per evitare che l’attività delittuosa sia portata a conseguenze ulteriori ovvero aiuta concretamente l’autorità di polizia o l’autorità giudiziaria nella raccolta di prove decisive per l’individuazione o la cattura dei concorrenti o per il sequestro delle somme o altre utilità trasferite.

In poche parole, la legge sul caporalato prevede degli sconti di pena per coloro che collaborano con la giustizia rendendo informazioni utili: è il caso del caporale che indichi alla polizia i datori di lavoro che sfruttano i propri dipendenti, oppure del datore di lavoro che faccia il nome dei caporali che forniscono lavoratori in nero.

Legge sul caporalato: la confisca dei beni

Secondo la legge [3], in caso di condanna per il reato di caporalato è sempre disposta la confisca delle cose che servirono o furono destinate a commettere il reato e delle cose che ne sono il prezzo, il prodotto o il profitto, salvo che appartengano a persona estranea al reato.

Ad esempio, per il caporale è possibile la confisca dei mezzi di cui si avvaleva per la sua attività (ad esempio, veicoli per il trasporto, immobili per l’alloggio dei lavoratori, ecc.); al datore di lavoro colpevole di sfruttamento, invece, potrebbe essere confiscata la sua azienda.

Ove la confisca dei beni non sia possibile (ad esempio, perché andati distrutti), il giudice deve disporre la confisca per equivalente, cioè la confisca di beni di cui il reo ha la disponibilità, per un valore corrispondente al prodotto, prezzo o profitto del reato.

Ad esempio, al datore di lavoro che abbia sfruttato i propri dipendenti è possibile confiscare il proprio patrimonio per un importo corrispondente ai guadagni illeciti che gli sono derivati dal proprio delitto.


note

[1] Legge n. 199 del  29 ottobre 2016, che ha modificato l’art. 603-bis cod. pen.

[2] Art. 603-bis.1, cod. pen.

[3] Art. 603-bis.2, cod. pen.

Autore immagine: Canva.com


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