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Stipendio: come funziona

1 Marzo 2020
Stipendio: come funziona

Il lavoratore ha diritto a ricevere un compenso mensile per il lavoro svolto ed è questa la principale ragione che spinge le persone a cercare un lavoro.

Ti stai affacciando al mondo del lavoro, ma ti mancano alcune nozioni di base? Ti è stata fatta una proposta di lavoro ma non sei in grado di comprendere pienamente la parte economica? Può sembrare banale, ma non è così scontato sapersi orientare nel mondo del lavoro e avere familiarità con parole come retribuzione, scatti di anzianità, superminimo, etc.

Molti lavoratori ai quali viene proposto un certo stipendio si chiedono come funziona e non riescono a capire, del tutto, come calcolare il trattamento economico complessivo proposto dal datore di lavoro.

In effetti, per poter avere piena cognizione di questa materia, occorre partire da alcune nozioni di base che hanno a che fare con la determinazione della retribuzione, le sue voci e componenti, l’impatto degli aumenti retributivi, tredicesima e quattordicesima, etc. Ma andiamo per ordine.

Che cos’è lo stipendio?

Decenni fa, una famosa canzone italiana recitava “Se potessi avere mille lire al mese!”. Evidentemente, in quegli anni, uno stipendio di mille lire mensili era considerato un’ottima paga che avrebbe garantito al lavoratore una vita agiata e senza pensieri. Il riferimento a questa canzone ci fa comprendere un principio fondamentale per capire come funziona lo stipendio: il suo valore dipende dai tempi e, in particolare, dal costo della vita, ossia, dei beni fondamentali che il lavoratore deve comprare con il proprio stipendio mensile.

Ma facciamo un passo indietro: che cos’è lo stipendio? Il rapporto di lavoro è un rapporto di scambio: da una parte c’è il lavoratore che offre al datore di lavoro la sua prestazione di lavoro, nella quantità e nelle modalità determinate nel contratto di lavoro [1]. Dall’altra parte, c’è il datore di lavoro che, tra gli altri impegni, si obbliga a pagare al lavoratore uno stipendio mensile che remunera il lavoro svolto. Lo stipendio è, dunque, il prezzo pagato dal datore di lavoro per avvalersi della collaborazione del lavoratore.

Sarà anche vero che il lavoro nobilita l’uomo, ma è altrettanto vero che la maggior parte delle persone va a lavorare proprio per avere lo stipendio mensile in quanto, con questa entrata fissa, è possibile acquistare sul mercato i prodotti e i servizi necessari a vivere e a soddisfare le proprie passioni ed esigenze.

Chi decide l’ammontare dello stipendio?

L’individuazione dello stipendio che spetta al dipendente è, innanzitutto, il frutto della negoziazione tra lavoratore e datore di lavoro. Sono, quindi, le parti che, prima di instaurare il rapporto di lavoro, si accordano su quanti soldi erogare al dipendente. Questa è la regola generale ma, a ben vedere, si applica solo ai rapporti di lavoro che richiedono particolari competenze, magari anche rare nel mercato del lavoro.

Nella gran parte dei casi, in realtà, il potere del lavoratore di incidere nella determinazione dello stipendio è molto limitato. Per questo, onde evitare che la debolezza contrattuale del lavoratore si traduca in uno stipendio da miseria, la Costituzione [2] ha introdotto il concetto di giusta retribuzione.

In base a questo principio, il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità ed alla qualità del lavoro svolto e, comunque, sufficiente a garantire a sé ed alla sua famiglia una esistenza libera e dignitosa. Si tratta, ovviamente, di un concetto astratto e non di un numero preciso. Né potrebbe essere altrimenti. Se molti anni fa mille lire al mese erano uno stipendio di tutto rispetto, oggi con 50 centesimi di euro il lavoratore non andrebbe avanti nemmeno per un’ora.

Proprio per questo, la Costituzione ha espresso un principio generale che deve essere, tuttavia, interpretato ed attualizzato tempo per tempo alla luce del potere di acquisto del denaro in quel dato momento storico.

Stipendio e contratto collettivo

La funzione di attualizzare il concetto di giusta retribuzione, nel nostro Paese, è svolta tradizionalmente dalla contrattazione collettiva. I contratti collettivi nazionali di lavoro sono degli accordi tra le associazioni dei datori di lavoro e le organizzazioni sindacali.

Tra i vari temi di cui questi contratti trattano troviamo la determinazione dei cosiddetti minimi tabellari (detti anche minimi stipendiali o minimi retributivi).

In sostanza, il Ccnl individua, in base alla categoria legale (dirigenti, quadri, impiegati ed operai) ed al livello di inquadramento contrattuale, qual è lo stipendio minimo che deve essere erogato al lavoratore. Ciò vuol dire che le parti, nel contratto individuale di lavoro, possono richiamare i minimi retributivi previsti nel Ccnl ma non possono derogarvi in maniera peggiorativa per il dipendente. In altre parole, il contratto individuale può prevedere uno stipendio più alto del minimo stipendiale previsto nel Ccnl ma non può prevederne uno più basso.

Oltre allo stipendio mensile, erogato in dodici mensilità annue, molti Ccnl prevedono anche il diritto del lavoratore a ricevere le cosiddette mensilità aggiuntive che, in base al Ccnl, possono consistere nella sola tredicesima o gratifica natalizia o anche nella quattordicesima.

La giurisprudenza ormai costante ritiene che quando si deve individuare la misura della giusta retribuzione prevista dalla Costituzione occorre utilizzare, come parametro di riferimento, i minimi tabellari previsti dalla contrattazione collettiva su tredici mensilità. La giusta retribuzione coincide dunque, all’incirca, con lo stipendio mensile minimo per tredici mensilità.

Stipendio: come funzionano gli aumenti?

Come abbiamo detto, il Ccnl fissa i mimimi stipendiali in base al livello di inquadramento del lavoratore. Ne consegue che più è elevato il livello attribuito al dipendente più alto sarà il suo stipendio minimo. Da ciò, si evince che se il lavoratore riceve una promozione, e dunque viene inquadrato in un livello di inquadramento superiore, il suo minimo stipendiale aumenterà.

Un altro caso in cui può aumentare lo stipendio si ha quando al lavoratore viene affidato uno specifico compito per il quale la legge o il Ccnl prevedono una specifica indennità di funzione. Ad esempio, al lavoratore che, nello svolgere le sue mansioni, deve maneggiare del denaro (es. il cassiere) spetta una specifica indennità di funzione detta indennità di cassa.

Un’altra ipotesi in cui lo stipendio può aumentare è l’attribuzione di una maggiorazione di stipendio. Il datore di lavoro può decidere di dare al dipendente più soldi di quelli previsti dal Ccnl come minimo salariale. In questo caso, la quota di retribuzione che va oltre il minimo è detto superminimo individuale.

Inoltre, una delle ipotesi più frequenti di aumento dello stipendio, è il rinnovo del Ccnl. Il Ccnl, infatti, ha una vigenza di tre anni e, una volta scaduto, viene rinnovato dalle parti. Il rinnovo del Ccnl prevede, solitamente, l’aumento dei minimi stipendiali con la finalità di adeguare il salario del lavoratore all’aumento del costo della vita così da preservare il potere di acquisto della retribuzione.

Occorre, tuttavia, prestare attenzione. Se il lavoratore riceve un superminimo assorbibile, l’aumento del minimo stipendiale determinato dal rinnovo del Ccnl resterà assorbito nel superminimo e, dunque, in concreto, il lavoratore non vedrà nemmeno un euro in più in tasca.

Viceversa, se è stato attribuito al lavoratore un superminimo non assorbibile, l’aumento del minimo stipendiale determinato dal rinnovo del Ccnl non resterà assorbito nel superminimo ma si aggiungerà ad esso e, dunque, in concreto, il lavoratore toccherà con mano l’aumento del suo stipendio.

Infine, i Ccnl prevedono che al lavoratore spetti un certo incremento di stipendio dopo un certo numero di anni di servizio presso lo stesso datore di lavoro. Questa voce retributiva, che è stata creata per premiare la fedeltà all’azienda, prende il nome di scatto di anzianità e la sua disciplina è interamente rimessa alla contrattazione collettiva.

Stipendio: lordo e netto

I minimi stipendiali previsti dalla contrattazione collettiva, così come gli importi stabiliti nel contratto individuale di lavoro a titolo di superminimo individuale, sono sempre da intendersi al lordo.

Ne consegue che quella somma non corrisponde a quella che, realmente, il lavoratore si mette in tasca poiché, su quell’importo, il datore di lavoro deve applicare, in qualità di sostituto di imposta, le trattenute fiscali e previdenziali.

In particolare, il datore di lavoro sottrae allo stipendio lordo le seguenti trattenute:

  • tasse: si tratta dell’Imposta sul reddito delle persone fisiche (Irpef);
  • contributi previdenziali: la quota di contributi previdenziali a carico del lavoratore è pari, circa, al 9,19%;
  • eventuali somme trattenute a titolo di conguaglio fiscale o contributivo (o relativo ad assegni familiari, Bonus Renzi ed altre prestazioni percepite in eccesso nei mesi precedenti e conguagliate nei mesi successivi);
  • eventuali quote a carico del dipendente di contributi a fondi di previdenza complementare e/o assistenza sanitaria integrativa;
  • quota di iscrizione al sindacato cui aderisce il lavoratore;
  • cessione del quinto dello stipendio a terzi creditori del dipendente;
  • pignoramento presso terzi eseguito da terzi creditori del dipendente sullo stipendio.

Lo stipendio netto deriva dalla sottrazione di queste voci dallo stipendio lordo.

Stipendio: quando viene pagato?

La legge si limita ad affermare che lo stipendio viene pagato alla fine del relativo periodo di paga. Ne consegue che, teoricamente, la regola generale è il pagamento dello stipendio alla fine del mese cui la paga si riferisce e, dunque, il 30 o 31 del mese con l’eccezione di febbraio che di giorni ne ha 28 o 29. Tuttavia, per verificare quando lo stipendio deve essere pagato, occorre prestare attenzione alle regole previste a riguardo dalla contrattazione collettiva.

La gran parte dei Ccnl prevede che lo stipendio mensile debba essere erogato il 27 del mese oppure entro i dieci giorni del mese successivo a quello cui si riferisce il periodo di paga. In questo caso, dunque, la previsione del Ccnl prevale sulla regola generale.


note

[1] Art 2094, c.c.

[2] Art. 36, Cost.


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