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Stipendio con malattia

1 Marzo 2020
Stipendio con malattia

Il lavoratore che si ammala gode di una serie di diritti previsti dalla legge e dalla contrattazione collettiva.

Quando si firma un contratto di lavoro ci si impegna a recarsi regolarmente al lavoro agli orari stabiliti, ma cosa accade se il lavoratore è malato e non può andare a lavorare? Ha diritto ad assentarsi senza che, per questo, possa essergli contestato un inadempimento? Ha diritto ad essere pagato lo stesso anche se non sta lavorando? La risposta è sì ad entrambi gli interrogativi. Il lavoratore ha diritto ad essere retribuito se malato ma lo stipendio con un periodo di malattia non è del tutto analogo allo stipendio con un periodo di lavoro pieno. Come vedremo, infatti, occorre distinguere tra prestazioni economiche erogate dall’Inps e prestazioni economiche erogate direttamente dal datore di lavoro al lavoratore in malattia.

Occorre, dunque, verificare caso per caso qual è la tutela economica del lavoratore in malattia e, nel fare questa verifica, occorre prestare attenzione, in particolare, alle previsioni della contrattazione collettiva.

Cos’è la malattia del dipendente?

Il rapporto di lavoro è un rapporto che si fonda sullo scambio tra lavoro e retribuzione. Il lavoratore si impegna a mettere a disposizione del datore di lavoro le proprie energie lavorative e a recarsi al lavoro regolarmente, nel rispetto degli orari di lavoro previsti nel contratto, per svolgere le mansioni previste nel contratto di assunzione [1].

Il datore di lavoro, a fronte e come corrispettivo della prestazione di lavoro del dipendente, si impegna ad erogargli la retribuzione mensile pattuita. Le due prestazioni, lavoro e stipendio, sono strettamente correlate. A riprova di ciò, come noto, quando il lavoratore sciopera e si assenta dal lavoro, non viene pagato. La regola generale, dunque, è che in assenza della prestazione di lavoro viene meno anche il pagamento dello stipendio.

Ci sono dei casi, tuttavia, nei quali l’assenza dal lavoro del dipendente non deriva da un suo inadempimento rispetto agli obblighi contrattuali ma deriva da una impossibilità oggettiva.

È il caso della malattia, ossia, di una alterazione dello stato di salute psico-fisico del dipendente, medicalmente accertata, da cui deriva una impossibilità temporanea a svolgere la prestazione di lavoro.

Malattia del dipendente: chi la accerta?

Il primo effetto prodotto dalla malattia del dipendente è il diritto del lavoratore ad assentarsi dal posto di lavoro [2] per tutta la durata della cosiddetta prognosi, ossia, il numero di giorni scritti nel certificato medico di malattia che, secondo il medico, sono necessari per la guarigione del lavoratore. Per poter produrre questo effetto, però, la malattia deve essere correttamente certificata da un soggetto terzo, ossia, il medico curante.

Il medico certifica la malattia con il certificato telematico di malattia che, in maniera del tutto informatizzata, arriva direttamente all’Inps ed al datore di lavoro via pec.

Il lavoratore che si ammala deve, dunque, innanzitutto:

  1. avvertire prontamente il datore di lavoro con i canali di comunicazione della malattia previsti dal Ccnl applicato (di solito basta una mail, un sms o una telefonata);
  2. recarsi prontamente dal proprio medico curante per farsi rilasciare il certificato telematico di malattia;
  3. restare a casa nelle fasce protette di reperibilità.

Per quanto concerne questo ultimo punto, occorre ricordare che esiste un sistema pubblico di controllo della veridicità della malattia dei lavoratori, per il tramite dei medici del servizio ispettivo Inps.

Nel settore privato, le fasce di reperibilità sono, per tutti i giorni riportati nella certificazione di malattia (compresi i sabati, le domeniche e i festivi), dalle 10 alle 12 e dalle 17 alle 19.

In queste fasce orarie, il lavoratore può ricevere, nel domicilio eletto nel certificato di malattia, una visita di un medico ispettore che accerta la presenza a casa del malato e la reale sussistenza dello stato morboso.

Stipendio con malattia

Oltre al diritto di assentarsi dal lavoro senza essere, per questo, sanzionato in via disciplinare, il lavoratore ha anche diritto ad una tutela economica durante il periodo di malattia accertato dal medico. La regola generale, come abbiamo visto, prevede l’assenza di retribuzione in caso di mancata prestazione di lavoro da parte del lavoratore.

La malattia è uno di quei casi in cui questa regola è attenuata: il lavoratore, anche se non lavora, ha diritto ad una tutela economica durante il periodo di prognosi.

La tutela economica si fonda su due pilastri:

  1. indennità di malattia erogata dall’Inps;
  2. integrazione a carico del datore di lavoro.

Partiamo dal primo pilastro.

Indennità di malattia erogata dall’Inps

L’indennità di malattia Inps è una somma di denaro riconosciuta ai lavoratori dall’Inps quando si verifica un evento morboso che ne determina l’incapacità temporanea al lavoro, inteso come mansione specifica.

L’indennità di malattia Inps spetta solo ai lavoratori assicurati per la malattia presso l’Inps e, dunque, a:

  • operai del settore industria;
  • operai e impiegati del settore terziario e servizi;
  • lavoratori dell’agricoltura;
  • apprendisti;
  • disoccupati;
  • lavoratori sospesi dal lavoro;
  • lavoratori dello spettacolo;
  • lavoratori marittimi.

Viceversa, l’indennità di malattia Inps non spetta, tra gli altri, a:

  • colf e badanti;
  • impiegati dell’industria;
  • quadri (industria e artigianato);
  • dirigenti;
  • portieri;
  • lavoratori autonomi.

Per quanto concerne la decorrenza del diritto all’indennità di malattia Inps, questa spetta, per la generalità dei lavoratori, dal quarto giorno di malattia e cessa con la scadenza della prognosi (fine malattia). I primi tre giorni di malattia, detti comunemente “periodo di carenza” non sono indennizzati dall’Inps. La malattia può essere attestata con uno o più certificati. Risulta indennizzabile, purché debitamente certificato, anche l’eventuale periodo di malattia che comporta ricovero in regime ordinario o in regime di day hospital.

L’indennità di malattia Inps non dura, tuttavia, all’infinito. Infatti, esiste un limite massimo oltre il quale tale indennità cessa di essere erogata. Questo limite è, nella generalità dei casi, pari a 180 giorni nell’anno solare. Se la prognosi continua anche oltre questa soglia, il lavoratore sarà comunque autorizzato a non recarsi al lavoro ma non riceverà l’indennità di malattia Inps.

Per quanto riguarda l’importo, l’indennità di malattia Inps è corrisposta ai lavoratori dipendenti – nella generalità dei casi – nelle seguenti misure:

  • 50% della retribuzione media giornaliera dal 4° al 20° giorno;
  • 66,66% della retribuzione media giornaliera dal 21° al 180° giorno.

I numeri riportati fanno emergere che il lavoratore in malattia ha diritto ad una tutela economica e, dunque, non si ritrova senza stipendio nel periodo di prognosi. Tuttavia, la legge non prevede una copertura economica totale e, dunque, l’indennità erogata dall’Inps durante la malattia è comunque inferiore allo stipendio percepito normalmente dal lavoratore.

Per quanto concerne le modalità di pagamento, l’Inps non eroga direttamente questi soldi nelle tasche del lavoratore in malattia.

È il datore di lavoro che anticipa l’indennità di malattia Inps al lavoratore e provvede, poi, ad effettuare un conguaglio delle somme anticipate con le somme che lui deve pagare all’Inps a titolo di contributi previdenziali.

Passiamo ora al secondo pilastro della tutela economica del lavoratore in malattia.

Malattia: integrazione a carico del datore di lavoro

Per consentire al lavoratore di ottenere, durante la malattia, un trattamento economico analogo, o quasi, allo stipendio normalmente percepito, la maggior parte dei contratti collettivi nazionali di lavoro prevede una integrazione del trattamento economico di malattia erogato dall’Inps a carico del datore di lavoro.

In sostanza, il datore di lavoro aggiunge dei soldi all’indennità di malattia Inps di modo che, unendo le due prestazioni, il lavoratore in malattia prenda più o meno lo stipendio pieno.

Trattandosi di una previsione contenuta nei Ccnl non esiste una regola generale che disciplina l’integrazione del trattamento economico di malattia erogato dall’Inps a carico del datore di lavoro. La gran parte dei Ccnl prevede, innanzitutto, che il datore di lavoro si faccia carico del trattamento economico del lavoratore in malattia per il cosiddetto periodo di carenza.

Nei primi tre giorni di malattia, infatti, come abbiamo visto, l’Inps non eroga l’indennità di malattia e dunque, senza un onere a carico del datore di lavoro, in quei tre giorni il lavoratore resterebbe totalmente senza stipendio.

Inoltre, la gran parte dei Ccnl prevede che, a partire dal 4° giorno di malattia, il datore di lavoro eroghi al dipendente un trattamento economico ulteriore sino ad arrivare, insieme all’indennità Inps, ad una percentuale talvolta dell’80% e talvolta del 100% della retribuzione media giornaliera.

Per quanto concerne la durata dell’integrazione di malattia a carico del datore di lavoro, anche qui non c’è una regola generale e occorre verificare cosa prevede il Ccnl.

Di solito, la norma contrattuale prevede che il diritto all’integrazione di malattia a carico del datore di lavoro cessi in tutte le ipotesi in cui viene meno l’indennità di malattia Inps. Ne deriva che, se il Ccnl prevede questo, l’integrazione a carico del datore di lavoro viene meno dopo 180 giorni nell’anno solare, al pari del trattamento a carico dell’Inps.

Inoltre, per scoraggiare il fenomeno dell’assenteismo, che spesso si materializza in frequenti assenze brevi per malattia, soprattutto nel fine settimana o in prossimità di ponti e festività, molti Ccnl prevedono che l’integrazione a carico del datore di lavoro del periodo di carenza viene meno dopo un certo numero di eventi morbosi registrati in un certo lasso temporale di riferimento. In questo modo, si cerca di scoraggiare coloro che approfittano della tutela economica della malattia per assentarsi furbescamente. Ovviamente, se ad un rapporto di lavoro non si applica nessun Ccnl, quel lavoratore ha diritto solo all’indennità di malattia Inps.


note

[1] Art. 2094 cod. civ.

[2] Art. 36 Cost.


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