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La difesa dai rumori notturni molesti

12 Febbraio 2020
La difesa dai rumori notturni molesti

In caso di rumori intollerabili il reato è perseguibile d’ufficio ed è ininfluente la remissione di querela.

In presenza di un rumore notturno molesto, il cittadino è spesso disorientato: non sa chi chiamare e come comportarsi, a quali autorità chiedere un intervento e se sia possibile sporgere denuncia. Il più delle volte, si scende in strada a richiamare l’ordine e il rispetto per il riposo delle persone, facendosi giustizia da sé. Ma il rischio è quello di avere a che fare con persone poco raccomandabili. Non resta che affacciarsi dalla finestra e gridare a propria volta. E neanche così si risolve a volte il problema. Cosa fare in questi casi? La difesa dai rumori notturni molesti passa attraverso una serie di strumenti messi a disposizione dalla legge. Il cittadino può, quindi, presentare segnalazioni, esposti, denunce. Vediamo dunque, più nel dettaglio, quali mezzi di tutela ha la vittima di schiamazzi notturni.

Rumori notturni molesti: posso denunciare?

I rumori notturni che causano molestia all’intero palazzo o al vicinato integrano il reato di «disturbo della quiete pubblica». Questo significa che la vittima può sporgere denuncia o limitarsi a fare una segnalazione. Si telefona, quindi, alla polizia o ai carabinieri chiedendo un pronto intervento. La richiesta è nominativa: non può cioè essere anonima. La denuncia sarà «contro ignoti» se gli schiamazzi provengono da un gruppo di persone per strada di cui si ignora l’identità. Viceversa, si può anche denunciare il proprietario di un locale notturno per gli schiamazzi fatti dai suoi clienti all’uscita dell’esercizio commerciale: egli, infatti, è responsabile per il rumore anche all’esterno del ristorante, del pub, della discoteca, dovendo prevedere un servizio di sicurezza apposito per evitare di dar fastidio alle persone che dormono.

Come chiarito più volte dalla giurisprudenza, infatti, «risponde del reato di disturbo delle occupazioni e del riposo delle persone il gestore di un pubblico esercizio che non impedisca i continui schiamazzi provocati dagli avventori in sosta davanti al locale anche nelle ore notturne, poiché al gestore è imposto l’obbligo giuridico di controllare, anche con ricorso all’autorità, che la frequenza del locale da parte degli utenti non sfoci in condotte contrastanti con le norme poste a tutela dell’ordine e della tranquillità pubblica» [1].

Se le persone molestate dai rumori sono poche, ossia se i rumori possono essere percepiti in un ambito geografico molto ristretto (ad esempio solo chi vive al primo piano), non si parla più di reato ma di un semplice illecito civile, che non può essere represso con l’intervento dei carabinieri o della polizia. In questo caso non si può più denunciare ma bisogna avvalersi di un avvocato che presenti un ricorso al tribunale.

Per i rumori molesti la denuncia è necessaria?

Non è necessaria la denuncia in caso di disturbo della quiete pubblica. Trattandosi infatti di un reato perseguibile d’ufficio, l’avvio delle attività repressive può avvenire anche a prescindere dall’intervento del privato. Ecco perché quest’ultimo può limitarsi a telefonare alle forze dell’ordine, senza presentarsi alla stazione dei carabinieri o alla Questura per depositare la denuncia. 

Non rileva neanche se a manifestare il reclamo sia solo una persona e non tutto il quartiere. Ciò che conta è che i rumori siano stati «percepibili da un numero indeterminato di persone» e non solo da poche.

Cosa succede dopo la denuncia o la segnalazione per rumori molesti?

Trattandosi di un procedimento penale che si svolge a iniziativa della Procura della Repubblica, dopo che i carabinieri o la polizia intervenuti hanno redatto il verbale e successivamente hanno informato il pubblico ministero, quest’ultimo prosegue l’azione penale, senza che la vittima debba svolgere altre attività o sostenere spese. 

Si può ritirare la denuncia per disturbo alla quiete pubblica?

Come anticipato, in caso di rumori intollerabili il reato è perseguibile d’ufficio ed è ininfluente la remissione della denuncia-querela. Il reato di disturbo delle occupazioni o del riposo delle persone, previsto e punito dall’articolo 659 del Codice penale, non è posto a tutela del singolo danneggiato, ma dell’intera collettività; pertanto, come chiarito dalla Cassazione [2], il processo contro il colpevole prosegue d’ufficio, anche in caso di ritiro della denuncia del querelante. Non ci sarà, quindi, in buona sostanza, l’archiviazione del procedimento penale. 

Dal punto di vista del diritto condominiale, la fattispecie appare decisamente interessante e la sentenza ha il pregio di evidenziare come i disturbatori, oltre a rendersi responsabili civilmente per le immissioni rumorose (con conseguente obbligo di risarcimento del danno), sono altresì responsabili a livello penale verso tutta la collettività, non solo verso il soggetto che li aveva originariamente denunciati.

Si può chiedere il risarcimento del danno per i rumori notturni?

In teoria, nulla vieta che, oltre all’azione penale, si chieda in via civile il risarcimento. Risarcimento che viene condizionato o alla cosiddetta “costituzione di parte civile” nel processo penale o all’avvio di un autonomo processo civile. Tuttavia, la vittima deve essere in grado di dimostrare un danno effettivo: non basta cioè la semplice presunzione che, in presenza dei rumori, la qualità della vita si sia ridotta e non si sia potuto dormire. I danni possono essere dimostrati tramite un certificato medico o tramite le testimonianze dei residenti che abbiano attestato l’impossibilità a dormire per più giorni. 

Schiamazzi notturni: si può chiamare il sindaco?

Il sindaco non ha potere di intervento per reprimere le condotte penalmente rilevanti come nel caso di reato di disturbo della quiete pubblica, a meno che il Comune non abbia adottato delle apposite ordinanze in cui abbia stabilito limiti di rumori per le attività notturne o in determinati quartieri. Nel qual caso, è competente anche la polizia municipale. 


note

[1] Cass. sent. n. 30189/2017 

[2] Cass. sent. n. 5422/2020.


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