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Separazione per evitare pignoramento

12 Febbraio 2020
Separazione per evitare pignoramento

La separazione consensuale in frode ai creditori non sempre evita il pignoramento della casa.

Chi cerca di sfuggire ai debiti e alle azioni esecutive dei creditori conosce l’ormai vecchio trucco della separazione fittizia. I coniugi, con l’assistenza di un avvocato, presentano in tribunale un ricorso per separazione volontaria; nell’atto, si stabilisce l’intestazione, in favore del coniuge non debitore (di solito, la moglie), di tutti i beni dell’altro (di solito, il marito). In tal modo, si trasferisce la proprietà di case, terreni e anche conti correnti di modo che nessun creditore possa aggredirli, non rilevandone l’esistenza in capo al debitore. 

Non sempre, però, le cose vanno nel verso giusto. La legge, infatti, tutela i creditori laddove riescano a dimostrare che la separazione è preordinata a frodare le loro ragioni. In pratica, bisogna dare prova della malafede o, quantomeno, della consapevolezza delle parti di ledere le ragioni dei creditori. È proprio il caso della separazione per evitare il pignoramento. 

Ma procediamo con ordine e vediamo cosa si può fare in questi casi e quali tutele la legge predispone sia in favore del debitore che del creditore. 

Separazione dei beni o separazione legale?

In verità, per trasferire i propri beni in capo all’altro coniuge non è necessario intraprendere la separazione della coppia, quella cioè preordinata al divorzio. Basterebbe cambiare il regime patrimoniale della coppia, passando dalla comunione legale alla separazione dei beni. Per questo fine, è necessario recarsi dal notaio e concludere un atto pubblico.

Dopo di ciò, però, è necessario stipulare un secondo atto sempre davanti al notaio: con una donazione bisognerà intestare al coniuge non debitore i beni che si vogliono mettere al riparo. Questa soluzione, però, presenta due problemi. Il primo è quello della tassazione. La donazione è, infatti, soggetta alle imposte come ogni atto notarile (l’imposta di donazione, però, scatta solo per valori superiori a 1milione di euro).

Il secondo problema deriva dalla facile revocabilità dell’atto: i creditori, entro 5 anni dal rogito, possono agire in tribunale per chiedere la dichiarazione di inefficacia del trasferimento. Per far ciò devono solo dimostrare che il debitore – il marito – è rimasto sostanzialmente privo di altri beni da pignorare, ossia che il suo patrimonio non offra alcuna garanzia. 

Anzi, se i creditori iscrivono il pignoramento immobiliare entro 1 anno dalla donazione, possono avviare il pignoramento direttamente in capo al donatario (la moglie) senza necessità di avviare prima l’azione revocatoria.

Attenzione, però, la revocatoria può essere esercitata solo dai creditori già esistenti: ossia, quelli sorti per debiti contratti prima della separazione. I creditori successivi, invece, non hanno alcuna arma. 

Separazione della coppia per evitare il pignoramento

È più facile sfuggire ai creditori se, al posto della separazione dei beni, si opta per la separazione legale della coppia. Si tratta, cioè, del ricorso al tribunale per la sospensione dei doveri matrimoniali in attesa del divorzio. Divorzio, però, che non è necessario per realizzare gli effetti di tutela patrimoniale.

Qui, il Fisco viene in vantaggio dei coniugi: l’intestazione della casa all’ex moglie non viene tassata. In più, le possibilità di revocatoria sono più limitate.  

Ci si chiede a questo punto: «Se mi separo e trasferisco la casa a mia moglie evito i creditori?». Anche in questo caso, nulla è scontato. Secondo, infatti, la giurisprudenza della Cassazione [1], se il creditore dimostra che la moglie era a conoscenza della situazione debitoria del marito, i creditori possono esercitare l’azione revocatoria entro 5 anni dall’atto di separazione. Ad esempio, se la moglie è al corrente che la società del marito è in rosso (magari perché era amministratore o fideiussore), il trasferimento della casa a quest’ultima è inopponibile al creditore (ad esempio, la banca). 

Anche in questo caso, però, l’azione è consentita a patto che il debitore non abbia altri beni utilmente pignorabili dai creditori. Se, ad esempio, anche dopo la separazione il marito è rimasto proprietario di terreni o altri immobili che possono essere sottoposti ad esecuzione forzata, l’azione revocatoria non può essere accolta. 

Infine, a poter agire in tribunale, sono solo i creditori per debiti contratti prima della separazione e non per quelli successivi. 


note

[1] Cass. ord. n. 9635/18.


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2 Commenti

  1. Mia moglie ed io, per sfuggire ai miei creditori, ci siamo legalmente separati. Preciso che il nostro regime patrimoniale è la separazione dei beni. E’ stato utile separarci?

    1. Se il regime patrimoniale del suo matrimonio era, fin dall’origine, la separazione dei beni ciò significa che sono di proprietà esclusiva suoi o di sua moglie non solo i beni di cui lei e sua moglie eravate proprietari prima del matrimonio, ma anche quelli che sono stati separatamente acquistati dopo il matrimonio (a meno che, all’atto dell’acquisto, non abbiate deciso di acquistare un bene in comunione ordinaria).Quindi se lei e sua moglie siete sempre stati in regime di separazione dei beni fin dalla data della celebrazione del vostro matrimonio, nessun bene acquistato prima o dopo il matrimonio (fatta salva una espressa volontà contraria all’atto dell’acquisto) è in comunione fra voi, ma tutti sono di proprietà esclusiva o sua o di sua moglie.Se è così, allora per i debiti esclusivi di un solo coniuge rispondono soltanto i beni intestati a quel coniuge.Questo vuol dire che se lei aveva dei debiti personali (cioè dei debiti non imputabili anche a sua moglie), i suoi creditori potevano aggredire solamente i beni a lei esclusivamente intestati e non anche i beni intestati esclusivamente a sua moglie.Pertanto, se così stavano le cose (cioè se il regime di separazione dei beni esisteva fin dalla data di celebrazione del matrimonio), non c’era alcuna necessità di procedere alla separazione personale dei coniugi perché, mi ripeto, i suoi creditori personali potevano aggredire soltanto i beni esclusivamente a lei intestati (e non anche i beni esclusivamente intestati a sua moglie).

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