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Coronavirus: la vera influenza colpirà l’economia

12 Febbraio 2020
Coronavirus: la vera influenza colpirà l’economia

Le conseguenze dell’emergenza mondiale sui settori a rischio: carburanti, trasporti, prodotti Made in Italy, rifornimenti delle fabbriche, tecnologia cinese.

I rischi dell’emergenza coronavirus non riguardano solo la salute, come comunemente si pensa. A ben vedere, in Italia l’infezione è circoscritta ad un numero limitatissimo di casi e i controlli sanitari di prevenzione sono efficaci; il virus non si sta diffondendo. Certo, la preoccupazione resta, ma occorrerebbe anche preoccuparsi di qualche altro fenomeno, già in atto e più incombente, che riguarda da vicino tutti. Anni fa, si diceva in uno slogan “La Cina è vicina”: non è mai stato vero come adesso.

Ci sono conseguenze del coronavirus già in atto sull’economia italiana, che stanno agendo in maniera silenziosa e subdola. Così la vera influenza del coronavirus colpisce l’economia e incide sui consumi quotidiani, sull’occupazione, sui prezzi e sui bisogni di determinati beni. L’Italia dipende dalla Cina molto più di quanto appaia a prima vista, le due economie sono compenetrate e le ripercussioni di ciò che sta accadendo nel mondo cinese sono molto serie.

No, non si tratta soltanto della riduzione delle presenze turistiche nelle nostre città d’arte, dei viaggi annullati, delle crociere bloccate o dei ristoranti e luoghi di intrattenimento che rimangono vuoti; c’è molto di più che non riguarda solo il pur importante settore turistico-alberghiero (che comunque registrerà una flessione di almeno il 25%, secondo le più recenti stime) ma impatta in modo trasversale sull’intero andamento economico dei lavoratori e delle imprese, e non sono fenomeni passeggeri. Vediamo meglio di cosa si tratta.

Prezzi dei carburanti

L’emergenza coronavirus sta già pesando sulla domanda di petrolio a livello globale. A sostenerlo è l’Opec che – come riporta una nota stampa dell’agenzia Adnkronos – oggi ha tagliato la sua stima di produzione per l’intero anno 2020. Quest’anno, la domanda di greggio a livello globale crescerà più lentamente del previsto proprio a causa del coronavirus.

Secondo l’Opec, dovrebbe aumentare di 990mila barili al giorno: 230mila barili in meno rispetto alla stima precedente del mese scorso, quando l’allarme non era ancora diffuso. “L’emergenza coronavirus in Cina è il principale fattore alla base di questa revisione al ribasso“, afferma il rapporto.

Questo significa una diminuzione dei prezzi dei carburanti: i movimenti degli ultimi giorni sono infatti tutti orientati al ribasso, o al massimo stazionari. Le misurazioni dell’Osservaprezzi del ministero dello Sviluppo Economico non registrano aumenti da molti giorni, nonostante le tensioni perduranti in Medio Oriente.

Movimenti merci

Il coronavirus sta minacciando la salute (già precaria) della logistica italiana. Una filiera che inizia dai porti dove sbarcano le merci in arrivo dalla Cina e dall’estremo Oriente e prosegue coinvolgendo una catena di spedizionieri, autotrasportatori e magazzini.

Oggi, arriva l’allarme del Freight Leaders Council, l’associazione che riunisce i maggiori operatori nazionali del settore: se in Cina l’emergenza non verrà risolta o almeno messa sotto controllo, da fine febbraio inizieranno ad essere visibili le prime ripercussioni sul traffico dei container nei nostri porti, con conseguenze sui flussi di merci e sull’intera economia.

Meno container significa meno prodotti da sbarcare e movimentare; la riduzione potrebbe arrivare fino al 20 per cento in porti strategici per il nostro sistema, come Genova o Salerno, per via dello stop delle partenze dalla Cina. Sono 13 gli scali portuali nazionali dove sono presenti terminal container.

Il numero dei container è impressionante: il flusso commerciale sviluppa 1,1 milione di Teu in entrata e 800mila in uscita. Ovvero circa il 18% del traffico containerizzato rispetto ai 10,3 milioni di Teu movimentati nei principali porti italiani sempre nel 2018 (dati centro studi Federspedi).

I primi a rimanere senza lavoro sarebbero gli operai portuali; poi a seguire gli autotrasportatori e i magazzinieri di scarico. Ma la penuria di merci metterebbe in crisi, al di là della catena logistica interessata ai trasporti, anche le fabbriche di destinazione. Ci sono settori chiave per l’economia italiana, come l’automotive, l’elettronica e la produzione di macchinari altamente specializzati, che potrebbero andare presto in crisi senza i necessari rifornimenti.

Intanto già da ora è possibile rilevare fattori negativi per il mercato: i costi per le spedizioni da e per la Cina stanno aumentando, mentre le portacontainer in arrivo nei porti cinesi stanno incontrando diversi disagi, dovuti principalmente alla mancanza di personale per lo scarico delle merci.

Finora il fenomeno non si sente grazie alle scorte presenti nei magazzini; ma senza approvigionamenti questa situazione non potrà durare a lungo. ” Se l’emergenza coronavirus non cesserà al più presto, permettendo alla Cina di riattivare la produzione industriale almeno entro il mese di febbraio, la logistica italiana rischia di pagare un conto molto salato”, sottolinea l’associazione degli operatori.

Made in Italy

Un prodotto simbolo del Made in Italy, molto apprezzato sul mercato asiatico, è il vino italiano. È il prodotto più esportato verso la Cina, per un valore di 140 milioni di euro annui e con una crescita record in valore del 9% nel 2019, come evidenzia la Coldiretti. Ora però “I vincoli ai trasporti per cercare di contenere il contagio si stanno riflettendo anche sulla logistica delle merci con incertezze e ritardi che impattano sugli scambi commerciali”.

A pesare sono soprattutto “i limiti agli spostamenti interni dei cittadini cinesi che cambiano le abitudini di consumo soprattutto fuori casa”. Dal Chianti al Prosecco, l’Italia si stava affermando in un mercato dominato fino ad oggi da altri Paesi, come Francia, Australia, Cile e Stati Uniti. Adesso la situazione è a rischio; i prodotti verso la Cina possono partire – le limitazioni riguardano quelli in arrivo, come abbiamo visto – ma il crollo della domanda interna sta bloccando le vendite, e la situazione è destinata ad aggravarsi se l’emergenza non si risolverà in fretta.

Anche il nostro ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, è consapevole che “Il coronavirus avrà un impatto sul commercio mondiale, questa epidemia impatterà gli scambi commerciali”, come ha dichiarato ieri in conferenza stampa, annunciando di aver stanziato “circa 300 milioni che potranno andare a finanziare il sostegno del Made in Italy”.

Ora interviene anche il ministro dello Sviluppo Economico, Stefano Patuanelli, che parlando delle conseguenze del coronavirus sulle imprese a margine di un incontro con gli industriali lombardi a Milano dice, per come ci riferisce l’Adnkronos: “il ministro Di Maio ha già annunciato lo stanziamento di 300 milioni per le imprese italiane all’estero. Noi stiamo valutando alcune misure che potrebbero avere un effetto positivo per strumenti incentivanti a riportare la produzione in Italia e anche interventi emergenziali“.

“Stiamo pensando – aggiunge Patuanelli – a strumenti da mettere in campo come quando ci sono calamità come la sospensione rate mutui o le imposizioni fiscali, e ne parleremo domani nel prossimo Consiglio dei ministri“. Quindi ha aggiunto: “La disponibilità complessiva messa a disposizione dal ministro Gualtieri è di 1 miliardo di euro“. Ora, ha sottolineato il ministro “dobbiamo capire quali sono i settori che stanno più pagando e poi valuteremo misure adeguate”.

Prodotti cinesi

L’Italia è il quarto partner commerciale della Cina, stando alle rilevazioni di Info Mercati esteri del ministero degli Affari Esteri. Le importazioni, in crescita, sono state pari a 30,8 miliardi di euro nel 2018. Dalla Cina arrivano, soprattutto via mare con traffico container, prodotti tessili e abbigliamento, computer e elettronica, macchinari e manufatti in plastica e metallo.

Anche l’export, benché più contenuto (pari a 13,2 miliardi nel 2018), pone la Cina al quarto posto tra i nostri partner commerciali, soprattutto nel campo della chimica, farmaceutica, veicoli, mobili e
abbigliamento.

Importazioni e esportazioni dall’Italia verso la Cina e viceversa, poi, si ricongiungono perché molte aziende italiane producono semilavorati che esportano in Cina e altre acquistano i prodotti finiti con le successive lavorazioni cinesi. La Confindustria di Udine oggi proprio su questo lancia l’allarme e dice all’Adnkronos: ”Le nostre aziende con sede in Cina hanno interrotto la produzione. Al momento, ogni attività è sostanzialmente paralizzata con effetti pesanti su due aspetti principali: la produzione di semilavorati che poi tornano in Italia e di prodotti direttamente destinati a quel mercato di sbocco. Se il blocco di produzione dovesse prolungarsi ancora gli effetti sarebbero sicuramente importanti, anche se impossibili da quantificare al momento”.

Le grandi imprese già stanno soffrendo per il blocco dell’import-export e la conseguente mancanza di materiali di produzione: la fabbrica automobilistica Fca dichiara che al momento “non è possibile calcolare l’impatto del coronavirus” anche se “è stata identificata una fornitura ad alto rischio” che potrebbe portare al blocco di una fabbrica in Europa, come hanno ammesso nei giorni scorsi i top manager, il Chief Financial Officer Richard Palmer e l’ad Mike Manley.

Se in conferenze call il primo spiega che il gruppo “sta monitorando la situazione” il secondo – al Financial Times – ammette come a seguito dei problemi legati a questa fornitura nelle prossime settimane si valuterà “se la fornitura verrà bloccata in uno degli impianti europei”.

Il contributo di altri tre fornitori “sarà a rischio” se le chiusure delle fabbriche cinesi continueranno nel mese di febbraio, ha aggiunto Manley. Dunque, senza prodotti cinesi di componentistica è compromessa la produzione di autoveicoli anche in Europa e in Italia.

Imprese italiane in Cina

Oltre all’impatto negativo sui 13 miliardi di euro di esportazioni italiane, “nella Greater China che include Hong Kong, operano circa 2.000 imprese partecipate da aziende italiane, dunque l’interruzione della produzione in questi giorni non potrà non riverberarsi sul loro conto economico in Cina e in Italia”, scrivono oggi in una dichiarazione congiunta la Fondazione Italia Cina e la Camera di Commercio Italo Cinese sugli effetti del coronavirus in una nota visionata dall’Adnkronos.

Le imprese a partecipazione italiana generano un fatturato di circa 16 miliardi annui, come ha dichiarato il vice ministro dell’Economia, Laura Castelli, ben consapevole che “il 32% del nostro Pil deriva dall’export”.

”A queste si sommano le oltre 600 imprese che operano in territorio italiano partecipate da investitori cinesi, che inevitabilmente subiranno dirette conseguenze”. Inoltre – prosegue il comunicato – “la contrazione dei consumi e l’interruzione delle linee produttive industriali in molti casi si è prolungata oltre i 15 giorni”: la situazione è ben lontana dalla normalità e non si prevede quando potrà rientrarvi. Se tutto andrà bene, come preannuncia la Fondazione, la ripresa ci sarà soltanto nel secondo semestre.

Un’azienda simbolo dell’andamento negativo – sebbene con sede legale non più italiana – è anche in questo ambito Fca, che nel 2019 ha consegnato a livello globale 4.418.000 veicoli, in calo del 9% rispetto all’anno precedente, un dato – si spiega in una nota – dovuto “principalmente alla riduzione degli stock presso la rete di vendita in Nord America, alle minori consegne della JV cinese, alle iniziative sui canali di vendita e all’uscita di produzione di alcuni modelli”; una flessione su cui, dunque, come ammettono gli stessi vertici commentando i primi dati provvisori del 2020, ancor più negativi, “pesa la Cina”.

Eventi cancellati

Fiere, mostre, concerti, gare sportive, congressi, spettacoli: l’emergenza sanitaria in atto o semplicemente le preoccupazioni dei partecipanti timorosi del possibile contagio, stanno provocando una raffica di annullamenti o di rinvii di eventi già programmati e ora cancellati dal calendario.

Due esempi di oggi: il Gran Premio di Formula 1 di Shangai del prossimo 19 aprile, ed il Mobile World Congress, la fiera della telefonia mobile di Barcellona. In entrambi i casi gli organizzatori hanno dovuto eliminare questi importanti eventi a causa delle numerose disdette dei partecipanti. Incontri che difficilmente potranno essere riprogrammati in seguito, e dunque sono definitivamente persi, con tutto ciò che comporta in termini di incassi e di guadagni dell’indotto.

Il mondo sportivo è, insieme a quello dello spettacolo, quello più direttamente colpito; la Cina ha già sospeso il proprio campionato di calcio ed anche la locale Asian Champions League che coinvolge l’intero continente asiatico. Il rischio per la salute dei partecipanti ha prevalso, com’è giusto, sugli interessi economici in gioco, compresi quelli dei diritti di diffusione televisiva delle partite.

Ma anche nelle prossime fiere italiane mancheranno del tutto gli espositori cinesi, che hanno già annunciato il loro forfait, come nel caso del Salone del mobile di Rho, vicino Milano, programmato per il prossimo 21-26 aprile. Lo scorso anno erano stati 30mila i visitatori provenienti dalla Cina, che quest’anno mancheranno.

Addirittura c’è incertezza sulle prossime Olimpiadi di Tokyo 2020, che dovranno aprirsi il 24 luglio. Si svolgeranno in Giappone, che attualmente è il sesto Paese al mondo con più contagi (ad oggi 28 casi confermati; consulta la nostra mappa di diffusione del coronavirus in tempo reale per gli aggiornamenti). Il Comitato Olimpico ha rassicurato che “i preparativi continuano come previsto” ma lo stop potrebbe arrivare da un momento all’altro, per evitare di radunare un consistente numero di partecipanti da tutto il mondo, con rischio di propagazione del contagio.

Operazioni chirurgiche

Il coronavirus potrebbe mettere a rischio anche le prestazioni ospedaliere. L’allarme giunge dagli Stati Uniti, dove l’agenzia finanziaria Moodys dipinge uno scenario in cui la domanda di servizi sanitari ospedalieri aumenterebbe per le evidenti necessità di ricoveri e cure, ma comporterebbe un ripianamento delle strutture con aumento dei costi, integrazioni di personale e cancellazione di altri interventi, come ad esempio quelli di chirurgia ortopedica.

Moody’s sottolinea anche i possibili problemi sulle forniture, dal momento che molti produttori statunitensi di dispositivi medici dipendono dalla Cina per componenti come i chip di memoria. Se l’epidemia dovesse prolungarsi si rischia così una carenza di tali articoli con blocchi nella catena di approvvigionamento proprio in un momento di forte domanda. Così l’influenza del coronavirus sull’economia tornerebbe a colpire indirettamente anche l’aspetto salute, per le prestazioni sanitarie che diventerebbero impossibili da fornire.


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