Rinnovo contratti pubblici: 100 euro in più in busta paga

13 Febbraio 2020
Rinnovo contratti pubblici: 100 euro in più in busta paga

L’elemento perequativo, nato per compensare i lavoratori con i redditi più bassi,potrà essere inglobato nello stipendio e avere effetti anche ai fini pensionistici.

In arrivo risorse aggiuntive per compensare i redditi più bassi: in realtà si tratta di un ritorno, che riguarda il cosiddetto elemento perequativo, una misura di compensazione introdotta nella precedente tornata contrattuale. Adesso, se verrà inserita nel rinnovo dei contratti del pubblico impiego realizzerà un incremento medio, in termini di aumento in busta paga, di 10 euro al mese a persona, dunque in grado di raggiungere e superare i 100 euro annui per queste fasce di lavoratori interessati al beneficio, considerando anche il fatto che sono 13 le mensilità percepite dagli oltre 3 milioni e 300 mila occupati nella Pa.

Sul fronte della spesa pubblica, questo andrà a pesare per 534 milioni di euro nel triennio 2019-2021 sul totale della spesa di 6 miliardi calcolata dall’Aran. Lo ha evidenziato oggi – per come ci comunica la nostra agenzia stampa Adnkronos – il presidente dell’Aran, l’Agenzia per la rappresentanza negoziale delle Pubbliche amministrazioni, Antonio Naddeo, illustrando il Rapporto semestrale sulle retribuzioni dei dipendenti pubblici.

La legge di Bilancio 2020 ha stanziato quest’anno per i rinnovi contrattuali pubblici 1.100 milioni per il 2019, 1.425 milioni per il 2020 e 1.775 milioni per il 2021 e a regime; poi accogliendo le osservazioni dei sindacati gli stanziamenti a regime sono stati innalzati di altri 1.600 milioni, in modo da realizzare incrementi retributivi pari al 3,72%.

Queste erogazioni realizzate attraverso l’elemento perequativo erano state pensate, in origine, in favore delle fasce di lavoratori con i redditi più bassi, per compensare il bonus Renzi di 80 euro. Il loro termine naturale era fissato al 31 dicembre 2018 ma poi sono state prorogate anche per il 2019.

Ora, se saranno fatte rientrare nella nuova tornata dei CCnl, i Contratti collettivi nazionali di lavoro, dovrebbero andare a regime e così essere “inglobate nello stipendio e quindi avere effetti anche a fini pensionistici” come ha spiegato il presidente dell’Aran Naddeo, che ha anche precisato come la cifra di 534 milioni di euro di impegno complessivo di spesa “si desume dalla stima di 245 milioni a regime per il settore dello Stato e di 288 milioni per la restante platea dei dipendenti pubblici“.

Nell’occasione l’Aran ha anche comunicato che dall’inizio della crisi a oggi le retribuzioni dei dipendenti pubblici sono aumentate del 13,8%. Il dato di crescita nel periodo 2008-2019 è “frutto essenzialmente del blocco dei contratti registrato fino a tutto il 2015 e del riavvio delle trattative dell’ultimo triennio”.

In particolare la crescita cumulata è data dall’aumento del 14,7% del personale non dirigente, mentre il complesso della dirigenza ha visto un aumento del +10,1%. La crescita inoltre, risulta nettamente inferiore al settore privato che, nel periodo considerato, ha visto aumenti medi delle retribuzioni del +26,2% per l’industria e del +21,1% dei servizi privati.


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