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Mantenimento figli indipendenti: come riavere i soldi

13 Febbraio 2020
Mantenimento figli indipendenti: come riavere i soldi

L’ex coniuge che versa l’assegno per i figli divenuti indipendenti ha diritto alla restituzione dei soldi dati alla madre?

Da quando hai divorziato hai sempre versato, alla tua ex moglie, l’assegno di mantenimento per tuo figlio. Ora però sei venuto a sapere che il ragazzo aveva già da diverso tempo un lavoro che gli consentiva di rendersi autonomo e che pertanto i tuoi soldi non gli servivano. Ciò nonostante non ti ha detto nulla e ha continuato a vivere con la madre percependo indebitamente l’assegno mensile per gli alimenti. Ora hai intenzione di agire in tribunale per fa annullare il precedente provvedimento del giudice alla luce delle mutate condizioni che si sono nel frattempo venute a creare. Come riavere i soldi del mantenimento dai figli indipendenti? 

La questione è stata posta sul tavolo della Cassazione che, proprio di recente, ha emesso il suo verdetto [1]. Cerchiamo di capire come si sono orientati i giudici supremi in questa vicenda e quali insegnamenti ne possiamo trarre per il futuro. 

Si può modificare l’assegno di mantenimento per i figli?

L’assegno di mantenimento è una misura che, benché stabilita da una sentenza definitiva, può sempre essere soggetta a revisione se cambiano le condizioni economiche delle parti. 

La legge obbliga i genitori a provvedere alle esigenze dei figli finché questi non raggiungono l’indipendenza economica e ciò potrebbe avvenire anche ben oltre i 18 anni. 

Al raggiungimento però dei 35 anni, secondo l’attuale giurisprudenza, si può presumere che il mancato conseguimento di un reddito sia piuttosto dovuto a inattività del giovane che non a difficoltà del mercato; egli pertanto perderà il diritto agli alimenti.

Chiaramente ogni caso è a sé stante e il giudice potrà valutare se la prolungata situazione di indigenza del figlio sia dovuta a un lungo percorso di studi (come può essere quella di un medico o di un avvocato) oppure a sua inerzia. Certo, non si può mantenere un figlio fino a 40 anni solo perché è disoccupato. 

Quando il figlio diventa indipendente economicamente o la sua nullatenenza dipende da inattività (si pensi al ragazzo che non si iscrive all’università, non cerca lavoro e non si specializza) il padre può chiedere la cancellazione dell’assegno di mantenimento 

Che succede se il figlio lavora ma non lo dice al padre?

Potrebbe succedere che il figlio consegua l’indipendenza economica senza però dirlo al padre e che questi lo scopra solo dopo molto tempo quando, nel frattempo, ha continuato ad adempiere ai propri doveri economici. In questo caso il genitore può agire in tribunale per chiedere la cancellazione dell’obbligo di versamento degli alimenti e non solo. Secondo infatti la Cassazione, l’ex coniuge che versa l’assegno per i figli ormai divenuti indipendenti ha diritto alla restituzione dei soldi versati durante il periodo intermedio che decorre dal mutamento delle condizioni economiche dei giovani alla data della sentenza emessa dal giudice. È irrilevante, peraltro, che il genitore abbia agito in tribunale per chiedere l’esonero dal mantenimento solo dopo anni dal mutamento delle suddette condizioni.

Come chiarito dalla Cassazione, la cessazione dell’obbligo di mantenimento non può essere ancorata solo alla data del provvedimento del giudice. Il fatto che il procedimento di revisione delle condizioni economiche venga avviato dal padre solo più tardi, al fine di ottenere il riconoscimento formale del mutamento di dette condizioni e di essere esonerato da ulteriori pagamenti per il futuro, non pregiudica il diritto di chiedere la restituzione delle somme corrisposte indebitamente. 

I figli non potranno difendersi sostenendo che ormai dette somme sono state spese: su di loro graverà un debito che si porteranno dietro da allora in avanti e che potrà essere recuperato anche con il pignoramento dei redditi da lavoro che stanno percependo. 

Certo, è improbabile che un genitore avvii una esecuzione forzata contro il proprio figlio ma il mondo dei tribunali ci ha abituato a ben altro. 

L’irripetibilità delle somme versate dal genitore obbligato all’ex coniuge si giustifica solo dove gli importi riscossi abbiano assunto una concreta funzione alimentare, la quale non ricorre nelle ipotesi in cui ne abbiano beneficiato i figli maggiorenni che ormai abbiano raggiunto una indipendenza economica in un periodo in cui era noto il rischio restitutorio.

note

[1] Cass. sent. n. 2659/2020 del 13.02.2020.

Corte di Cassazione, sez. I Civile, ordinanza 29 novembre 2019 – 13 febbraio 2020, n. 3659

Presidente Di Virgilio – Relatore Lamorgese

Fatti di causa

M.S. conveniva in giudizio l’ex coniuge G.A. ed esponeva che, con sentenza del (omissis) , il Tribunale di Taranto aveva dichiarato la cessazione degli effetti civili del loro matrimonio, alle condizioni specificate nel ricorso congiunto i che prevedevano a carico del M. il pagamento di un contributo di mantenimento di Lire 600000 mensili per le due figlie, nate nel […] e […], fino al termine degli studi universitari; che il tribunale, con ordinanza del 5 novembre 1991, aveva aumentato il contributo a Lire 800000, rimanendo invariate le altre condizioni; che le figlie avevano conseguito la laurea e successivamente avevano contratto matrimonio nel […] e […]; che era quindi venuto meno il suo obbligo di corrispondere alla G. il contributo per le figlie; che in data (omissis) , egli si era visto notificare un atto di precetto per il pagamento del contributo (pari a Euro 36910,10) relativo agli ultimi cinque anni, cui aveva provveduto nonostante non vi fosse tenuto quantomeno dal […] e […]; pertanto, chiedeva la restituzione di quanto pagato e, in subordine, la condanna della G. al risarcimento del danno per l’appropriazione indebita delle somme.

Il tribunale, con sentenza del 5 aprile 2012, rigettava la domanda restitutoria e accoglieva la domanda di condanna della G. al risarcimento del danno patrimoniale.

La Corte d’appello di Lecce, sezione distaccata di Taranto, con sentenza del 21 maggio 2015, ha rigettato il gravame principale del M. che chiedeva la restituzione delle somme versate ed ha accolto quello incidentale della G. che voleva fare eliminare la condanna al risarcimento del danno.

La Corte ha ritenuto infondata la pretesa restitutoria del M. , sul presupposto che il suo obbligo contributivo fosse venuto meno solo con il provvedimento del tribunale del 2 maggio 2007 che ne aveva decretato la cessazione a decorrere dal 13 ottobre 2006; in accoglimento del gravame della G. , ha rigettato la domanda risarcitoria del M. , escludendo l’ipotizzata appropriazione indebita sia perché la G. aveva percepito le somme in forza di un titolo giudiziale, sia perché l’ipotizzato danno era riconducibile al comportamento inerte dello stesso M. , il quale solo nell’ottobre 2006 si era attivato per la modifica delle statuizioni patrimoniali inerenti al divorzio.

Avverso questa sentenza il M. ha proposto ricorso per cassazione, affidato a quattro motivi, resistito dalla G. . Le parti hanno presentato memorie.

Ragioni della decisione

Con il primo motivo il ricorrente denuncia violazione e falsa applicazione dell’art. 2033 c.c., per avere escluso il carattere indebito del pagamento del contributo di mantenimento per le figlie, essendo il vincolo obbligatorio, cioè la causa giustificativa del pagamento stesso, cessato quantomeno dal […] e […]

Il motivo è fondato.

Ad avviso della Corte territoriale, la domanda di ripetizione dell’indebito “può ritenersi fondata solo nei casi di inesistenza originaria della causa giustificativa del pagamento o di sopravvenuto venir meno ma con effetto retroattivo del vincolo obbligatorio” e, tuttavia, nella specie la ripetizione non era possibile perché le somme erano state versate sulla base di un valido titolo giudiziale (l’ordinanza del tribunale del 5 novembre 1991, modificativa di un provvedimento precedente) che imponeva l’obbligo di mantenimento a carico del M. , venuto meno solo a seguito del provvedimento successivamente adottato, in data 2 maggio 2007, in sede di revisione delle condizioni economiche, ai sensi della L. n. 898 del 1970, art. 9 e con effetto dal 13 ottobre 2006.

Questa impostazione non è condivisibile.

Nella specie, risulta dalla sentenza impugnata ed è incontestato tra le parti che le figlie si sposarono nel […] e […], raggiungendo la definitiva indipendenza economica. È questa una circostanza non secondaria ma decisiva che giustifica il venir meno dell’obbligo del padre di provvedere al loro mantenimento e del diritto della G. di ricevere il contributo per le figlie maggiorenni e indipendenti economicamente.

Si deve aggiungere che prima dei rispettivi matrimoni entrambe le figlie avevano conseguito il diploma di laurea che faceva venire meno l’obbligo di mantenimento da parte del padre, in base all’accordo raggiunto tra i coniugi in sede di divorzio congiunto (avente natura negoziale per quanto concerne la prole e i rapporti economici, salvo il controllo del giudice sul rispetto di disposizioni inderogabili, cfr. Cass. n. 19540 del 2018, n. 18066 del 2014).

Il fatto che il procedimento di revisione delle condizioni economiche proprie del regime post-coniugale sia stato introdotto dal M. solo più tardi, al fine di ottenere il riconoscimento formale del mutamento di dette condizioni e di essere esonerato da ulteriori pagamenti per il futuro, non impedisce la proposizione dell’azione restitutoria delle somme corrisposte indebitamente, a norma dell’art. 2033 c.c., che ha portata generale e si applica a tutte le ipotesi di inesistenza, originaria o sopravvenuta, del titolo di pagamento, qualunque ne sia la causa (tra le più recenti, Cass. n. 18266 del 2018).

Spetta al giudice cui sia proposta la domanda restitutoria di indebito di valutarne la fondatezza, in relazione alla sopravvenienza di eventi successivi che hanno messo nel nulla la causa originaria giustificativa dell’obbligo di pagamento (condictio ob causam finitam).

Questa Corte ha avuto occasione di precisare che l’irripetibilità delle somme versate dal genitore obbligato all’ex coniuge si giustifica solo ove gli importi riscossi abbiano assunto una concreta funzione alimentare, che non ricorre ove ne abbiano beneficiato figli maggiorenni ormai indipendenti economicamente in un periodo in cui era noto il rischio restitutorio (Cass. n. 11489 del 2014; nel senso che il principio di irripetibilità delle somme versate, in caso di revoca giudiziale dell’assegno di mantenimento, non trova applicazione in assenza del dovere di mantenimento medesimo, cfr. Cass. n. 21675 del 2012).

Gli altri motivi di ricorso sono assorbiti, riguardando la domanda subordinata di risarcimento del danno, in relazione ai profili dell’arricchimento e dell’appropriazione indebita da parte della G. e del concorso di colpa del M. .

La sentenza impugnata è cassata in accoglimento del primo motivo, con rinvio alla Corte territoriale anche per le spese della presente fase.

P.Q.M.

La Corte accoglie il primo motivo di ricorso, assorbiti gli altri, e cassa la sentenza impugnata con rinvio alla Corte d’appello di Lecce, sezione distaccata di Taranto, in diversa composizione, anche per le spese.

In caso di diffusione del presente provvedimento, omettere le generalità e gli altri dati identificativi.


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