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Legge sul divorzio: cosa prevede

5 Marzo 2020 | Autore:
Legge sul divorzio: cosa prevede

Guida completa al divorzio: come fare ricorso, dopo quanto tempo si può divorziare, assegno divorzile, tfr ex coniuge e divorzio solo con gli avvocati.

Se la coppia scoppia, c’è sempre il divorzio a trarre in salvo i coniugi oramai alla deriva: come un salvagente gettato a due naufraghi, la legge consente agli ex innamorati di potersi separare definitivamente, seguendo ognuno la propria strada. A seguito delle ultime modifiche, poi, divorziare è divenuto ancora più semplice e rapido: ci si può lasciare definitivamente anche davanti agli avvocati oppure all’ufficiale dello stato civile del comune ove è registrato il matrimonio. Cosa prevede la legge sul divorzio? È ciò che scopriremo con questo contributo.

Come vedremo, la legge sul divorzio non prevede solamente le condizioni per cui si può sciogliere il vincolo di coniugio, ma anche gli obblighi che nascono a seguito di tale avvenimento: e infatti, il matrimonio è istituto giuridico talmente forte da sopravvivere perfino al divorzio, tant’è vero che lo scioglimento non elimina gli obblighi di mantenimento nei confronti dell’ex coniuge, il quale conserva perfino il diritto alla liquidazione di una parte del tfr. Se tutti questi argomenti ti interessano, prosegui nella lettura: vedremo insieme cosa prevede la legge sul divorzio.

Cos’è il divorzio?

Cominciamo col rispondere a una domanda piuttosto semplice: cos’è il divorzio? Ebbene, devi sapere che la legge [1] non parla mai di divorzio, bensì di scioglimento del matrimonio o di cessazione degli effetti civili del matrimonio. Nello specifico:

  • per scioglimento del matrimonio si intende il divorzio che interviene tra due coniugi sposati civilmente;
  • per cessazione degli effetti civili del matrimonio si intende il divorzio intervenuto tra due persone sposate con rito concordatario, cioè con celebrazione innanzi al ministro di culto cattolico con successiva trascrizione dell’atto nei registri dello stato civile del comune.

In ogni caso, il divorzio comporta la fine del rapporto matrimoniale e lo scioglimento definitivo del vincolo di coniugio, con conseguente restituzione della libertà di stato in capo agli ex coniugi, i quali saranno pertanto liberi di contrarre nuove nozze.

Quando si può divorziare?

La legge non consente di divorziare quando pare e piace: affinché si possa porre fine a un matrimonio occorre che si siano verificate alcune cause tassativamente previste dalla legge.

La causa più nota di divorzio in Italia è sicuramente la separazione personale: trascorso un determinato lasso di tempo dalla separazione, la legge consente ai coniugi di poter divorziare definitivamente.

In altre parole, in Italia non esiste il divorzio diretto, a meno che non ricorrano alcune gravi condizioni previste dalla legge, come ad esempio: la condanna del coniuge all’ergastolo oppure a pena superiore ai quindici anni; il tentato omicidio del coniuge o del figlio; il matrimonio non consumato; il cambio di sesso di uno dei coniugi; ecc.

Insomma: si può divorziare per molte ragioni, ma la quasi totalità delle sentenze di divorzio in Italia fa seguito a una precedente separazione.

Divorzio: dopo quanto tempo?

Ponendoci nella prospettiva di chi voglia sciogliere il matrimonio dopo aver ottenuto la separazione, vediamo ora dopo quanto tempo si può divorziare.

Per poter presentare al tribunale un ricorso per divorzio, occorre che la separazione personale si sia protratta ininterrottamente:

  • per almeno dodici mesi a partire dall’avvenuta comparizione dei coniugi innanzi al presidente del tribunale nel caso di separazione personale contenziosa;
  • per almeno sei mesi nel caso di separazione consensuale (anche quando il giudizio contenzioso si sia trasformato in consensuale), ovvero dalla data certificata nell’accordo di separazione raggiunto a seguito di convenzione di negoziazione assistita da un avvocato ovvero dalla data dell’atto contenente l’accordo di separazione concluso innanzi all’ufficiale dello stato civile.

Dunque, a meno che non ricorra una delle ipotesi eccezionali di divorzio elencate nel paragrafo superiore, per cui è possibile chiedere il divorzio senza doversi per prima cosa separare, la legge impone una sorta di periodo di riflessione dall’avvenuta separazione; solamente se questa si è protratta ininterrottamente per i termini sopra indicati si potrà chiedere il divorzio dal proprio coniuge.

In estrema sintesi, se sei già separato e vuoi divorziare, dei aspettare almeno dodici mesi dalla celebrazione della prima udienza innanzi al presidente del tribunale, ovvero sei mesi, se la separazione è avvenuta consensualmente.

Divorzio: come si fa?

Il ricorso per ottenere il divorzio si propone presso il tribunale del luogo dell’ultima residenza comune dei coniugi ovvero, in mancanza, del luogo in cui il coniuge convenuto ha la residenza o il domicilio.

Qualora il coniuge convenuto sia residente all’estero o risulti irreperibile, la domanda si propone al tribunale del luogo di residenza o di domicilio del ricorrente e, se anche questi è residente all’estero, a qualunque tribunale italiano.

Quando il ricorso per divorziare è congiunto, nel senso che è sottoscritto da entrambe le parti, le quali hanno trovato un accordo sulle condizioni di divorzio, il ricorso può essere proposto al tribunale del luogo di residenza o di domicilio dell’uno o dell’altro coniuge.

Il presidente del tribunale, nei cinque giorni successivi al deposito in cancelleria del ricorso, fissa con decreto la data di comparizione dei coniugi davanti a sé. All’udienza presidenziale, i coniugi devono comparire davanti al presidente del tribunale personalmente e con l’assistenza di un avvocato.

All’udienza di comparizione, il presidente deve sentire i coniugi prima separatamente poi congiuntamente, tentando di conciliarli. Se i coniugi si conciliano, il presidente fa redigere processo verbale della conciliazione.

Se la conciliazione non riesce, il presidente, sentiti i coniugi e i rispettivi difensori, nonché il figlio minore che abbia compiuto gli anni dodici (e anche di età inferiore ove capace di discernimento), pronuncia con ordinanza i provvedimenti temporanei e urgenti che reputa opportuni nell’interesse dei coniugi e della prole, nomina il giudice istruttore e fissa l’udienza di comparizione e trattazione dinanzi a questo.

Solo al termine del processo il giudice provvederà ad emanare sentenza di divorzio. Nel caso in cui il processo debba continuare soltanto per la determinazione dell’assegno, il tribunale emette sentenza non definitiva relativa allo scioglimento o alla cessazione degli effetti civili del matrimonio.

La trasmissione della sentenza di divorzio

La legge sul divorzio dice che la sentenza che pronuncia lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio, una volta passata in giudicato, deve essere trasmessa in copia autentica all’ufficiale dello stato civile del comune in cui il matrimonio fu trascritto, per le annotazioni e le ulteriori incombenze di legge.

Sempre secondo la legge, lo scioglimento e la cessazione degli effetti civili del matrimonio hanno efficacia dal giorno dell’annotazione della sentenza.

Quanto appena detto significa che, se la sentenza di divorzio è definitiva ma non è stata ancora trascritta, la persona divorziata non avrà ancora acquistato la libertà di stato e, pertanto, non sarà libera di risposarsi.

Sentenza di divorzio: quando diventa definitiva?

Perché una sentenza civile (e, dunque, anche una di divorzio) diventi definitiva, cioè non sia più impugnabile, occorre che trascorra un determinato lasso di tempo.

Per la precisione, la legge dice che una sentenza diventa definitiva decorsi sei mesi dalla sua pubblicazione, cioè dal deposito della stessa presso la cancelleria del tribunale adito che ha pronunciato la sentenza: si tratta del cosiddetto termine lungo per il passaggio in giudicato.

Tuttavia, se la parte che ne ha interesse (che, in genere, è colei che risulta vittoriosa dal giudizio) provvede a notificare la sentenza all’altra, essa diviene definitiva se, entro trenta giorni (termine breve), non viene impugnata.

È facile comprendere allora come la notifica della sentenza di divorzio acceleri i tempi affinché la sentenza di divorzio diventi definitiva e, di conseguenza, possa essere trasmessa all’ufficiale dello stato civile per le dovute annotazioni.

Assegno divorzile: cos’è?

Secondo la legge sul divorzio, con la sentenza che scioglie il matrimonio il tribunale, tenuto conto delle condizioni dei coniugi, delle ragioni della decisione, del contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio di ciascuno o di quello comune, del reddito di entrambi, e valutati tutti i suddetti elementi anche in rapporto alla durata del matrimonio, dispone l’obbligo per un coniuge di somministrare periodicamente a favore dell’altro un assegno quando quest’ultimo non ha mezzi adeguati o comunque non può procurarseli per ragioni oggettive.

Possiamo affermare che l’assegno divorzile è quella prestazione economica periodica che l’ex coniuge deve versare all’altro quando questi non sia in grado di provvedere autonomamente a se stesso, tenuto però conto di una serie di fattori. Vediamo più nel dettaglio quali sono.

La legge ammette la possibilità che, su accordo delle parti, la corresponsione dell’assegno divorzile possa avvenire in un’unica soluzione, ove questa sia ritenuta equa dal tribunale. In tal caso non può essere proposta alcuna successiva domanda di contenuto economico.

Dunque, l’assegno divorzile può essere liquidato anche in un’unica soluzione, sempre che vi sia il consenso del beneficiario: ad esempio, si può trasferire, in un’unica volta, un’importante somma di danaro all’altro coniuge, oppure disporre a suo favore il trasferimento di un bene immobile.

La corresponsione in un’unica tranche dell’intera prestazione comporta però delle preclusioni:

  • innanzitutto, non sarà possibile ottenere altro dall’ex coniuge, nel senso che, nel caso del deteriorarsi delle proprie condizioni economiche, non si potrà chiedere una revisione di quanto dovuto;
  • in secondo luogo, si perde il diritto alla liquidazione di parte del tfr dell’altro coniuge (di questo specifico aspetto ti parlerò più diffusamente tra poco).

Quando si ha diritto all’assegno divorzile?

L’assegno divorzile non spetta per il semplice fatto dello scioglimento del matrimonio: in altre parole, il divorzio non conferisce automaticamente il diritto all’assegno. Come ricordato nel paragrafo precedente, il giudice che si pronuncia sul divorzio deve riconoscere l’assegno divorzile tenendo conto di una serie di fattori diversi e, tra gli altri:

  • dei motivi della decisione, cioè delle ragioni che hanno giustificato il divorzio, in considerazione anche delle eventuali colpe che i coniugi hanno avuto nel causare la fine dell’unione;
  • del contributo che i coniugi hanno dato al matrimonio, sia in senso personale che economico. Ad esempio, la donna che non ha mai svolto una professione vera e propria, ma si è prodigata come casalinga e madre a tempo pieno, ha comunque dato al matrimonio un contributo importantissimo, giungendo perfino a privarsi della possibilità di un impiego;
  • del reddito dei coniugi: è chiaro che il coniuge ampiamente autosufficiente non abbia diritto all’assegno divorzile, oppure ne abbia diritto in misura ridotta;
  • della durata del matrimonio. Si tratta del criterio sul quale tutti gli altri devono essere parametrati: più è stato lungo il rapporto matrimoniale, più vi sono probabilità di beneficiare dell’assegno divorzile, purché ovviamente sussistano anche le altre condizioni di legge;
  • delle ragioni oggettive che impediscono all’ex coniuge di provvedere a sé stesso. Classico esempio è quello del matrimonio naufragato dopo tanti anni di unione: dopo il divorzio, il coniuge che non ha mai lavorato per pensare alla famiglia si troverà praticamente tagliato fuori dal mercato del lavoro.

Non si ha diritto all’assegno divorzile nel caso di nuove nozze, di convivenza accertata oppure di incapacità di trovare un’occupazione per propria colpa.

Si può divorziare solo con gli avvocati?

La legge [2] consente ai coniugi di poter divorziare senza dover andare davanti al giudice: ciò è possibile grazie alla convenzione di negoziazione assistita stipulati tra avvocati. Il vantaggio è che non dovrai sostenere alcun costo di giustizia legato ai tribunali (contributo unificato, notifiche, copie, ecc.); dovrai comunque pagare l’avvocato, ma in misura ridotta rispetto a quanto detto nei paragrafi precedenti.

Il procedimento di negoziazione assistita prevede lo studio del caso, l’individuazione dei problemi e delle possibili soluzioni conciliative, gli incontri con l’altra parte, la stesura della convenzione di negoziazione, la redazione dell’accordo raggiunto, il deposito presso la Procura della Repubblica per l’ottenimento del nulla osta, e il deposito della convenzione, in copia autentica, presso l’ufficio anagrafe competente.

Il divorzio davanti all’ufficiale di Stato Civile

La legge concede una terza via ai coniugi che vogliono divorziare: presentarsi davanti all’ufficiale di Stato Civile del Comune e manifestare la volontà di sciogliere il vincolo matrimoniale.

È possibile procedere a questo tipo di divorzio solo quando:

  • non vi siano figli minori o portatori di handicap grave o economicamente non autosufficienti. Non fa nulla, invece, l’eventuale presenza di figli minori, portatori di handicap grave, maggiorenni incapaci o economicamente non  autosufficienti, di uno soltanto dei coniugi richiedenti;
  • l’accordo non contenga patti di trasferimento patrimoniale. Non rientra nel divieto della norma la previsione di un obbligo di pagamento di una somma di denaro a titolo di assegno periodico. Non può invece costituire oggetto di accordo la previsione della corresponsione in unica soluzione dell’assegno periodico di divorzio.  Va inoltre esclusa la competenza dell’Ufficiale di Stato Civile quando i coniugi devono regolamentare l’uso della casa coniugale.

Il coniuge divorziato ha diritto al tfr?

La legge sul divorzio dice espressamente che il coniuge divorziato ha diritto al tfr dell’ex: per la precisione, la normativa di riferimento stabilisce che il divorziato, se non si è risposato ed è beneficiario dell’assegno divorzile corrispostogli periodicamente, può chiedere che gli venga attribuita una parte (pari al quaranta per cento) del trattamento di fine rapporto liquidato all’ex coniuge, anche se l’indennità viene a maturare dopo la sentenza che sancisce lo scioglimento del matrimonio.

Perché si possa beneficiare del trattamento di fine rapporto dell’ex coniuge, devono ricorrere i seguenti requisiti:

  • bisogna essere beneficiari dell’assegno divorzile versato periodicamente (se, invece, al momento del divorzio si è preferito una soluzione diversa, ad esempio un trasferimento immobiliare o altro beneficio una tantum, non si avrà diritto al tfr);
  • non bisogna essere convolati a nuove nozze.

note

[1] Legge n. 898 del 01.12.1970.

[2] L. n. 162/2014.

Autore immagine: Canva.com


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