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Trasferimento lavoratore oltre 50 km

14 Febbraio 2020
Trasferimento lavoratore oltre 50 km

Nuova sede di lavoro distante più o meno di 50 chilometri dalla residenza e raggiungibile in più di 80 minuti: i diritti del lavoratore dipendente. 

L’azienda dove lavori ti ha comunicato il trasferimento. Tra quattro mesi sarai assegnato a un’altra sede che tuttavia, rispetto alla vecchia, è più distante da casa tua di diverse decine di chilometri. Sarai costretto a viaggiare, a fare il pendolare, condizione questa che non avevi valutato quando hai accettato il posto. 

Contrariato, hai provato a manifestare le tue ragioni al superiore il quale, tuttavia, ti ha detto che non può farci nulla. Ti chiedi come tutelarti: si può rifiutare il trasferimento del lavoratore di oltre 50 km?. Cosa dice la legge in merito alla tutela dei dipendenti? Cerchiamo di fare il punto della situazione. 

Quando si può trasferire un dipendente?

Prima di spiegare come funziona il trasferimento del lavoratore di oltre 50 km, ricordiamo alcune regole generali della materia. 

Il datore di lavoro può disporre il trasferimento del dipendente solo in caso di comprovate ragioni tecniche, produttive o organizzative [1]. Si tratta di formule generiche, che lasciano al datore di lavoro ampio margine di decisione. Tuttavia, le suddette esigenze devono avere valore oggettivo e quindi vanno documentate in caso di contenzioso in tribunale. 

Per il trasferimento ci vuole il preavviso?

Prima di modificare la sede di lavoro, l’azienda deve inviare all’interessato una lettera di trasferimento nella quale indicare la destinazione, la data a partire dalla quale la modifica avrà effetto e le ragioni tecniche, organizzative e produttive che rendono necessario il trasferimento. Alcuni contratti collettivi di lavoro stabiliscono un termine minimo di preavviso per l’invio di tale comunicazione e l’obbligo, per il datore, di accollarsi le spese per la trasferta (ad esempio ditta di trasloco, affitto per i primi mesi, ecc.).

Si può rifiutare un trasferimento?

La scelta aziendale di trasferire il proprio dipendente è insindacabile, a prescindere dalla distanza della nuova sede rispetto alla residenza, quindi anche quando superiore a 50 km. Di certo, il trasferimento è illegittimo se le ragioni addotte nella lettera non sono reali e sussistenti ma solo pretesti per fare un danno al lavoratore, emarginarlo (come nel caso di mobbing) o discriminarlo rispetto ad altri.

Si tenga poi presente che il trasferimento può essere disposto anche per incompatibilità ambientale, situazione che si verifica tutte le volte in cui gli screzi all’interno del medesimo ufficio paralizzano l’attività. Il datore, in proposito, non è tenuto a verificare di chi sia la ragione nell’ambito di un litigio tra i dipendenti ma, appurato che il contesto è divenuto inconciliabile, può decidere di trasferire uno di questi ad altra sede. Leggi in proposito la guida sul trasferimento per incompatibilità ambientale.

Il dipendente che ritiene illegittimo l’ordine di trasferimento, perché non supportato da ragioni tecniche, organizzative o produttive, deve per forza impugnarlo in tribunale, facendo una causa contro l’azienda. Non può quindi limitarsi a una semplice contestazione verbale, né è legittimato a non andare a lavoro o a restare nella vecchia sede. Un comportamento di tale tipo – espressione di un’insubordinazione – viene sanzionato con il licenziamento. Solo il giudice quindi può annullare l’ordine di servizio. 

Per la contestazione dell’ordine di trasferimento bisogna agire con un legale o un sindacato, scrivere una lettera al datore con cui si impugna la decisione del cambio di sede, contestando le motivazioni addotte. Tale contestazione va inviata entro 60 giorni da quando si è ricevuta la lettera di trasferimento.

Il potere di autotutela del dipendente – e quindi il rifiuto a prendere posto nella nuova sede, a prescindere dal previo intervento del giudice – è lecito solo quando il trasferimento sia contrario alle regole di buona fede contrattuale che l’azienda deve rispettare. Si pensi al caso di una lavoratrice in gravidanza, che viene onerata di un faticoso trasferimento o a chi è titolare della legge 104 e non può allontanarsi dal parente disabile a cui presta assistenza.

Maggiori chiarimenti in Posso rifiutare il trasferimento in altra sede di lavoro? 

Proprio con riferimento alla legge 104, quest’ultima assegna ai relativi beneficiari il diritto di opporsi al trasferimento. Il dipendente titolare della “legge 104” non può mai essere trasferito in un’altra sede a prescindere da valide e motivate ragioni dell’azienda, a meno che il datore di lavoro dimostri che l’assegnazione a un altro luogo è strettamente necessaria e dovuta ad esigenze indifferibili per l’organizzazione aziendale. Ciò vale anche quando l’invalidità del familiare “a carico” non è particolarmente grave. A dare questo importante chiarito è stata più volte la Cassazione [2].

Secondo la Corte non si può licenziare il dipendente che rifiuta di prendere servizio presso la nuova sede per via della sua necessità di prestare assistenza al familiare con handicap. Il rifiuto al trasferimento è un vero e proprio diritto soggettivo in capo al lavoratore con la legge 104.

Solo in un caso il datore di lavoro può trasferire il dipendente “titolare della 104”: se riesce a dimostrare che l’assegnazione a una diversa sede è strettamente necessaria per via di esigenze indifferibili per l’organizzazione aziendale.

Quando il trasferimento è legittimo?

Secondo la giurisprudenza, il trasferimento può dirsi legittimo se l’azienda riesce a dimostrare, tra le altre cose:

  • che il lavoratore è inutile nel luogo di lavoro in cui era adibito prima del trasferimento;
  • che c’era bisogno proprio di quel dipendente, nella sede in cui è stato trasferito, a causa della sua specifica professionalità;
  • che le ragioni addotte e poste alla base del trasferimento sono serie e sussistono realmente;
  • che è stato scelto proprio quel dipendente, benché ce ne fossero altri che svolgevano analoghe mansioni, adottando criteri oggettivi e rispettosi dei principi di buona fede e correttezza contrattuale.

Trasferimento lavoratore oltre 50 km

Come chiarito più volte dall’Inps [2], il dipendente che rifiuta un trasferimento di oltre 50 km dalla sua residenza o mediamente raggiungibile in oltre 80 minuti con i mezzi pubblici ha diritto a dimettersi per «giusta causa», il che gli dà la possibilità di ottenere l’assegno di disoccupazione. Dunque, se anche il trasferimento dovesse essere ritenuto lecito, il lavoratore avrebbe ugualmente diritto alla Naspi. 

Ricordiamo che la Naspi spetta solo in caso di perdita involontaria dell’occupazione. Questa avviene nel caso di: 

  • licenziamento (ossia per volontà del datore di lavoro) anche se per giusta causa (ossia determinato da un comportamento colpevole o in malafede del dipendente);
  • dimissioni per giusta causa come nel caso di mobbing, molestie sessuali, mancato pagamento dello stipendio, diniego dei riposi e ferie, trasferimenti illegittimi.

Secondo l’Inps, la disoccupazione può ritenersi involontaria anche se la cessazione del rapporto di lavoro deriva dal rifiuto del trasferimento ad altra sede della stessa azienda distante oltre 50 km dalla residenza del lavoratore o mediamente raggiungibile in oltre 80 minuti con i mezzi di trasporto pubblico. E ciò vale anche se la risoluzione del rapporto di lavoro avviene consensualmente tra le parti.

note

[1] Art. 2103 co. 8 cod. civ.

[2] Inps, messaggio 26/01/2018 n. 369 e circolari 142/2012 e 142/2015.


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