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Il coniuge può chiedere una pausa?

16 Febbraio 2020
Il coniuge può chiedere una pausa?

Abbandono della casa coniugale: quando si configura e come evitare l’addebito in caso di separazione. 

Non vai più d’accordo con tua moglie (o con tuo marito). Hai bisogno di una pausa di riflessione per capire se l’amore di un tempo è solo intorpidito o è cessato del tutto. Hai chiesto qualche settimana di tempo, durante le quali andrai a vivere da solo, per meditare e comprendere il da farsi. Insomma, ti serve stare con te stesso e con nessun altro. Temi, però, che questo tuo comportamento possa essere utilizzato contro di te in un eventuale giudizio di separazione. Si potrebbe affermare, in un’ipotesi del genere, che hai abbandonato la famiglia? Il coniuge può chiedere una pausa? Ecco cosa dice la legge a riguardo.

Cause di separazione

La separazione può essere richiesta per qualsiasi motivo che renda intollerabile la convivenza. Il giudice, però, non indaga sulle cause: si limita a prendere atto della richiesta di un coniuge di volersi separare. Tale dichiarazione, infatti, è elemento più che sufficiente per ritenere che il legame si sia ormai sciolto – anche solo da una parte – e che, pertanto, non è più possibile portare avanti la convivenza. 

In termini pratici, basta che un solo coniuge – sia questo il marito o la moglie – chieda la separazione per ottenerla, senza stare a investigare sulle ragioni della crisi.

Se, tuttavia, la causa di separazione è costituita dal comportamento colpevole di uno dei due coniugi – colpe, come vedremo a breve, ben individuate dalla legge – il giudice addebita la rottura del matrimonio a quest’ultimo, dichiarando il cosiddetto addebito.

L’addebito non è altro che l’imputazione di responsabilità per la fine del legame affettivo. Le conseguenze, però, sono molto limitate: 

  • il coniuge responsabile non può chiedere il mantenimento neanche se il suo reddito è inferiore o, addirittura, è disoccupato;
  • il coniuge responsabile non è erede dell’ex; per cui, se quest’ultimo muore dopo la separazione, l’altro non può pretendere una fetta del suo patrimonio (in ogni caso, il diritto di successione cessa sempre dopo il divorzio).

Cause di addebito

Nel paragrafo precedente, abbiamo detto che, per alcuni comportamenti colpevoli accertati nel giudizio di separazione, il giudice pronuncia l’addebito. Si tratta delle violazioni dei doveri del matrimonio ossia:

  • tradimento: il matrimonio implica, infatti, il dovere di fedeltà;
  • mancata assistenza: il matrimonio implica il dovere di prendersi cura del coniuge sia sotto un profilo morale che economico. Da ciò deriva anche l’obbligo dei rapporti sessuali;
  • maltrattamenti fisici o morali: il matrimonio è basato sul reciproco rispetto;
  • abbandono della casa coniugale senza che vi sia una valida causa (ad esempio, sfuggire alle violenze): il matrimonio si fonda sull’obbligo di convivenza.

Si può andare via di casa?

Abbiamo appena chiarito che l’abbandono del tetto domestico costituisce un motivo di addebito della separazione. Questo apparentemente potrebbe far ritenere che chi va via di casa viene ritenuto automaticamente responsabile per la fine del matrimonio; con la conseguenza che non può pretendere né il mantenimento, né l’eredità. Non è però così.

Innanzitutto, l’allontanamento dalla residenza familiare è consentito se c’è una giusta causa. Tipica è l’ipotesi di situazioni, avvenimenti o comportamenti dell’altro coniuge (o anche di suoi familiari) incompatibili con il protrarsi della convivenza, oppure quando l’abbandono consegue a una situazione già intollerabile o compromessa quando cioè c’è già una crisi matrimoniale in atto che non consente di proseguire la vita in comune (si pensi al caso di una coppia che litiga in continuazione o che ha già depositato in tribunale gli atti per la separazione [1]).

La violazione dell’obbligo di fedeltà è causa di addebito della separazione a meno che non si accerti la preesistenza di una crisi già irrimediabilmente in atto. Non è possibile, infatti, obbligare i coniugi a mantenere una convivenza non più gradita: il disimpegno da una convivenza intollerabile costituisce un diritto garantito dalla Costituzione. Tuttavia, si pone un problema di carattere processuale: è, infatti, il coniuge che si allontana a dover dare la prova della giusta causa. Per cui, se non può dimostrare che il matrimonio era già agli sgoccioli per altre e pregresse ragioni, potrebbe subire l’addebito.

La Cassazione ha ritenuto legittimo l’abbandono della casa in ipotesi di un costante atteggiamento ostile del coniuge che rende impossibile un’intesa sessuale serena e appagante [2].

Non c’è abbandono del tetto coniugale se la moglie abita in una parte autonoma e diversa dello stesso immobile, interamente destinato a casa coniugale e accatastato come un unico immobile.

Si può andare via di casa per una pausa?

L’abbandono della casa coniugale si configura, però, solo quando c’è l’intenzione di non far più ritorno o, comunque, quando l’assenza è a tempo indeterminato. Se poi, a tutto ciò, si aggiunge il fatto che la famiglia è priva di risorse economiche per vivere, scatta anche il reato di violazione dei doveri di assistenza familiare.

Ne consegue che la volontà del coniuge di trasferirsi dai propri genitori in attesa di capire se vi è ancora l’amore può essere considerata causa di addebito, in quanto l’assenza è “senza termine”. Invece, la pausa di qualche giorno, anche di una settimana, solo al fine di riflessione, ma con la promessa di far ritorno, anche se solo al fine di chiarire la situazione matrimoniale e di decidere congiuntamente l’eventuale separazione, non è motivo di responsabilità. Il marito, ad esempio, che sfrutta una trasferta di lavoro per allungare l’assenza di qualche giorno per “pausa di riflessione” non può subire l’addebito. La moglie che va a stare qualche giorno dalla sorella o dall’amica altrettanto non rischia nulla. 


note

[1] Cass. 28 maggio 2019 n. 14591, Cass. 23 aprile 2019 n. 11162, Cass. 15 dicembre 2016 n. 25966, Cass. 4 dicembre 2014 n. 25663, Cass. 5 febbraio 2014 n. 2539.

[2] Cass. sent. n. 8773/2012.


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