Affitti: bisognerà aprire una partita Iva

17 Febbraio 2020 | Autore:
Affitti: bisognerà aprire una partita Iva

Stretta sulle locazioni multiple: chi supera il numero di tre alloggi sarà considerato imprenditore e sottoposto agli adempimenti fiscali.

Qual è la cosa che i computer sanno fare meglio? Contare. Uno, due e tre. Poi segue il quattro, ed è subito partita Iva, se si tratta di case da affittare. Lo prevede una nuova proposta di legge del ministro dei Beni culturali e del Turismo: chi supera il numero di tre alloggi abitativi e li mette in affitto sarà considerato come un imprenditore, che svolge un’attività economica professionale e organizzata. Perciò dovrà aprire la partita Iva, iscriversi al Registro delle imprese e pagare le tasse come imprenditore anziché come privato; addio cedolare secca, ad esempio.

I computer c’entrano perché la proposta di legge è nata dal fenomeno Airbnb, il portale specializzato per le inserzioni degli affitti brevi, quelli che non superano i 30 giorni. Si è scoperto facilmente che qui operano molti soggetti che propongono decine e anche centinaia di appartamenti. Si tratta di circa 9mila soggetti, su un totale di poco meno di 300mila inserzionisti attivi, che offrono contemporaneamente in affitto quattro case e spesso molte di più: un numero di immobili che appare eccessivo per un privato.

Il fenomeno riguarda prevalentemente le grandi città turistiche, per questo è entrato in gioco il ministro Franceschini che ha collocato il nuovo provvedimento nel disegno di legge sul turismo e ha predisposto la bozza definitiva, ora pronta per essere presentata in Consiglio dei ministri e da qui approdare in Parlamento, come rivela il Sole 24 Ore di oggi.

Franceschini ha illustrato la nuova normativa in un recente convegno a Firenze, e parlando del boom degli affitti turistici online nei centri storici delle città d’arte ha spiegato: «il tema di Airbnb va governato in modo intelligente, non è possibile che ci sia chi finge di avere Airbnb e invece sono attività d’impresa mascherate. Stiamo lavorando su una norma che vorremmo inserire nel collegato turismo in queste settimane. Presto porterò una norma in Consiglio dei ministri».

Airbnb è solo l’esempio di punta, perché si tratta del sito più utilizzato per gli affitti brevi, ma la legge in arrivo varrà ovviamente per tutti i casi, a partire da chi usa altri portali analoghi su internet, anch’essi dedicati a mettere in contatto chi cerca case e chi le offre, come ad esempio Booking.

Intanto arrivano già le prime reazioni delle associazioni di categoria: il provvedimento non piace a Confedilizia, e il suo presidente, Giorgio Spaziani Testa, esprime «forti perplessità, sia sul piano dell’efficacia delle disposizioni ipotizzate, sia su quello della loro costituzionalità».

Protesta anche la Prolocatur, l’associazione dei proprietari che fanno locazione turistica, che ha già lanciato sul proprio sito un Manifesto in cui spiega che «gli alloggi locati per brevi periodi, anche per finalità turistica, non hanno nulla che fare con le strutture ricettive» e i proprietari che affittano i propri alloggi «esercitano il loro diritto di proprietà privata» e non possono essere assimilati a un’attività imprenditoriale. Il presidente di Prolocatur, il notaio Fabio Diaferia, osserva che «il Codice civile [1] parla di “professionalità” e “organizzazione”. Questi due requisiti non possono essere rappresentanti solo dal numero di appartamenti affittati, magari anche solo per poche settimane l’anno. Conta il numero di contratti stipulati oppure l’eventuale gestione dell’attività tramite realtà specializzate».

Ancora si attende di conoscere i dettagli della proposta di legge per capire come le nuove norme intenderanno distinguere i piccoli proprietari che possiedono diverse case dagli operatori, quasi sicuramente professionali, che ne collocano in affitto decine o centinaia insieme, arrivando a fare concorrenza agli alberghi.

Se l’obiettivo, come sembra, è quello di far emergere il sommerso e costringere a dichiarare gli affitti in nero, bisognerà vedere poi se la legge comprenderà anche chi affitta singole stanze di un appartamento e come verrà superato il possibile problema di soggetti che operano “mascherati” con diversi account sulle piattaforme anziché con un unico codice identificativo.

Quello che appare certo è che un ruolo importante sarà giocato dai Comuni, che hanno già dal 2017 la possibilità di decidere i tipi di attività commerciali che possono essere esercitate nei centri storici, «per evitare che nelle zone a grande densità turistica, chiudano botteghe storiche artigiane che sono un parte dell’attrattività italiana, per aprire negozi tutti uguali di souvenir», ha detto il ministro Franceschini.

Così le amministrazioni potrebbero intervenire nell’attribuzione del codice identificativo per operare su Airbnb e sulle piattaforme simili; del resto lo spirito originario per cui sono state create è quello di agevolare chi intende affittare il proprio appartamento e non certo chi le utilizza occultando un’attività di impresa che magari già svolge come agenzia immobiliare o gruppo organizzato.


1 Commento

  1. E’ sempre la soluta storia. Chi si impegna e lavora,creando ricchezza deve essere massacrato da maggiori tasse a vantaggio e a beneficia di chi non fa nulla e bighellonando per la strada attende di incassare il reddito di cittadinanza . Certi i politici amano così tanto i poveri che ne vogliono molti di più. insomma un impoverimento generale è il fine ultimo che intende raggiungere.

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema (max 1000 caratteri). Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA

Canale video Questa è La Legge

Segui il nostro direttore su Youtube