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Fingere sui social

17 Febbraio 2020
Fingere sui social

Profili falsi, fake, furti d’identità e false informazioni: quando le bugie su internet, nelle chat e sui social network integrano un reato.

Bisogna sempre evitare di dare false informazioni di sé sui social. Questo comportamento può integrare un reato anche quando lo scopo non è commettere un crimine o fare del male. È il semplice fatto di fingere sui social che viene punito in sé per sé, a prescindere dall’intento perseguito. 

Lo sa bene, ad esempio, l’uomo sposato che fa credere a una ragazza conosciuta online di essere single e, a tal fine, mostra foto senza fede o produce un falso atto di divorzio; oppure l’addetto ai trasporti di un’azienda che afferma falsamente di avere un ruolo apicale; oppure il fotografo che, per ottenere il contatto di una modella, le dice di gestire il casting di una trasmissione televisiva. 

Le bugie hanno le gambe corte e quando la vittima si accorge dell’inganno può procedere penalmente. Ma cosa rischia, concretamente, il responsabile? Fingere sui social è sempre reato? Cerchiamo di fare il punto della situazione.

Reato di sostituzione di persona

Per prima cosa dobbiamo sempre partire dalla legge e, in questa circostanza, dal testo della norma che punisce la sostituzione di persona. Si tratta dell’articolo 494 del Codice penale, il che già fa capire che siamo nell’ambito dei reati. 

In particolare, la disposizione in esame punisce con la reclusione fino a 1 anno colui che, per procurare a sé o ad altri un vantaggio (non necessariamente economico: ad esempio, un appuntamento a cena, un rapporto sessuale e così via), oppure per arrecare ad altri un danno, induce qualcuno in errore, sostituendo illegittimamente la propria all’altrui persona. È il cosiddetto furto d’identità, che si realizza anche creando un profilo falso sui social o un profilo fake (ossia di un soggetto che non esiste). 

Il reato scatta anche quando ci si attribuisce un falso nome (anche di fantasia) o un falso stato (ad esempio, celibe o nubile), o una qualità a cui la legge attribuisce effetti giuridici (ad esempio, il titolo di professore, avvocato, medico, ecc.).

Quando fingere sui social è reato

Con una sentenza del 2016 [1] la Cassazione ha condannato un uomo che, benché sposato, si era finto single per conquistare l’amante. Questo comportamento integra il reato di sostituzione di persona, a prescindere dal fatto se l’intento perseguito (ad esempio, la relazione sessuale) sia lecito o meno oppure non venga affatto realizzato concretamente. È sufficiente il comportamento rivolto a indurre in errore una persona. Seppure il Codice penale richiede un profitto come scopo del reo, l’utilità può essere costituita anche da un rapporto affettivo o fisico.

Alla base del reato ci deve essere un’attività volta ad ingannare. Il che implica una serie di artifici. Il semplice fatto di giocare sull’equivoco non fa scattare il reato.

Da qui a configurare la fattispecie anche nel caso in cui l’utente di Facebook menta sul proprio “status” del profilo web definendosi “single”, il passo è breve e scontato. 

Leggi anche Come tradire su WhatsApp senza essere scoperti.

Le condotte punite dal Codice penale però non si limitano solo a quelle di chi fa credere di non essere sposato. C’è anche l’attribuzione del nome immaginario o di quello di una persona famosa o comunque influente. Anche far credere di avere un’età quando, invece, se ne ha un’altra (di solito, maggiore) integra il reato in commento (si pensi a chi cerca di irretire dei minori). 

Usare, per il proprio profilo, la foto rubata da quello di un altro – ad esempio, una modella – integra di nuovo il reato di sostituzione di persona. Leggi Usare le foto di altri su Instagram. Per la Cassazione [2], configura il reato di sostituzione di persona chi utilizza abusivamente l’immagine di un’altra persona, del tutto inconsapevole del fatto, creando un falso profilo Facebook a suo nome.

Anche la falsa attribuzione di una qualifica professionale può integrare il reato in commento. Si pensi alle false identità su Skype o su social network di chi millanta posizioni professionali di prestigio per corteggiare le vittime, invitarle a falsi colloqui di lavoro o per aumentare i propri follower. 

In alcuni casi, la sostituzione ha riguardato proprio l’attribuzione di un rapporto di parentela con qualcuno, in realtà inesistente.

Spesso, il reato di sostituzione di persona si mischia con quello di truffa senza però essere assorbito da quest’ultimo: con la conseguenza che il colpevole sarà condannato per entrambe le condotte illecite [3].

Stando ai precedenti giurisprudenziali, possiamo fare una miriade di ulteriori esempi. Così è sostituzione di persona fingersi un sacerdote, un poliziotto, il dipendente di una società, proprietario di un terreno o di un appartamento. Ed infine è reato creare falsi account di posta elettronica o falsi profili sui social network, occultando la propria identità e utilizzando nickname e foto false.

Accedere al profilo Facebook di un’altra persona e forzarne le password per poi scrivere o inviare messaggi ad altri utenti integra i reati di accesso abusivo a sistema informatico e sostituzione di persona. Per la condanna può bastare la verifica dell’indirizzo IP da cui sono avvenuti gli accessi, anche senza altri elementi tecnici individualizzanti, se non è carente la motivazione [4].

Come denunciare chi finge sui social network

Per far condannare chi finge sui social network è necessario procedere a una denuncia presso la polizia postale o i carabinieri; in alternativa, si può depositare l’atto presso la Procura della Repubblica.

In realtà, il reato di sostituzione di persona è perseguibile anche d’ufficio, quindi non è necessario che la vittima sporga la denuncia. Questo perché la condotta del reo offende la fede pubblica, quindi anche la pluralità indistinta degli utenti. Quando si creano false identità virtuali o falsi profili Facebook non si lede soltanto la fiducia del singolo utente, ma si turba un equilibrio più ampio, quello della comunità intera degli utenti che devono poter fare affidamento sulla lealtà delle identità con le quali intrattengono rapporti virtuali. 

Nonostante si tratti di un reato perseguibile d’ufficio – ossia a prescindere dalla denuncia – è assai improbabile che la polizia postale si metta a scandagliare la rete per scovare chi ha un profilo falso.


note

[1] Cass. sent. n. 34800/16.

[2] Cass. sent. n. 33862/2018.

[3] Cass. sent. n. 35443 del 24.09.2007.

[4] Cass. sent. n. 20485/2018.


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1 Commento

  1. E non e reato peer la polizia di stato di appropiarsi ei computer dei cittadini anche se questi non sono terroristi, mafiosi, pedofili o assasisini.
    Dov’e finita la liberta della Repubblica italiana, ti ascoltano le telefonate private, tutto quello che fai su internet con la scusa di prevenzione.

    Ma andate a cagare e una dittatura in cui viviamo

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