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Danno da demansionamento: ultime sentenze

17 Marzo 2021
Danno da demansionamento: ultime sentenze

Scopri le ultime sentenze su: prova del danno da demansionamento; inadempimento del datore di lavoro; natura e caratteristiche del pregiudizio subito; onere probatorio gravante sul lavoratore.

Rito del lavoro: divieto di nuove eccezioni

Nel rito del lavoro, la preclusione in appello di un’eccezione nuova sussiste nel solo caso in cui la stessa, essendo fondata su elementi e circostanze non prospettati nel giudizio di primo grado, abbia introdotto in sede di gravame un nuovo tema d’indagine, così alterando i termini sostanziali della controversia e determinando la violazione del principio del doppio grado di giurisdizione.

(Nella specie, la S.C. ha ritenuto che la corte di appello avesse ritualmente statuito rigettando, oltre alla domanda di risarcimento del danno da demansionamento, anche quella di pagamento della quota di TFR, relativa all’indennizzo da anticipata cessazione del rapporto, riconosciuto in primo grado ad un dirigente per la liquidazione di un danno per giusta causa di recesso di cui la società datrice di lavoro aveva da subito contestato l’esistenza).

Cassazione civile sez. lav., 02/02/2021, n.2271

Valutazione e liquidazione del danno da demansionamento

In tema di dequalificazione, il giudice del merito, con apprezzamento di fatto incensurabile in cassazione se adeguatamente motivato, può desumere l’esistenza del danno, determinandone anche l’entità in via equitativa, con processo logico – giuridico attinente alla formazione della prova, anche presuntiva, in base agli elementi di fatto relativi alla qualità e quantità della esperienza lavorativa pregressa, al tipo di professionalità colpita, alla durata del demansionamento, all’esito finale della dequalificazione e alle altre circostanze del caso concreto.

Corte appello Roma sez. V, 14/10/2020, n.1963

Illegittima sospensione in Cassa Integrazione Guadagni e demansionamento

Il danno da illegittima sospensione in cassa integrazione guadagni ed il danno da demansionamento subìti dal lavoratore nel periodo di sospensione sono concettualmente distinti poiché i piani risarcitori sono riconducibili alla violazione di precetti normativi differenti (e, cioè, quelli attinenti all’osservanza dei criteri di rotazione e quelli posti a tutela della professionalità e della personalità del lavoratore consacrati dall’art. 2103 c.c.), oltre che risarcibili alla stregua di diversi parametri.

Dunque, non è corretto concludere che l’accertamento del diritto risarcitorio scaturito dalla violazione delle norme in tema di rotazione, cui consegue il diritto a percepire le differenze tra la retribuzione mensile dovuta e l’indennità di cassa integrazione percepita, possa assorbire anche il diritto derivante dalla violazione dell’art. 2103 c.c., da cui consegue, invece, il diritto al risarcimento di danni non patrimoniali cagionati dall’illegittima lesione della professionalità del lavoratore

Cassazione civile sez. lav., 28/09/2020, n.20466

Le varie facce del danno da demansionamento

In tema di demansionamento, occorre distinguere il danno patrimoniale, derivante dall’impoverimento della capacità professionale del lavoratore o dalla mancata acquisizione di maggiori capacità, con la connessa perdita di chances, ovverosia di ulteriori possibilità di guadagno, da quello non patrimoniale, comprendente sia l’eventuale lesione dell’integrità psico-fisica del lavoratore, accertabile medicalmente, sia il danno esistenziale, da intendersi come ogni pregiudizio di natura non meramente emotiva ed interiore, ma oggettivamente accertabile, provocato sul fare areddituale del soggetto, che alteri le sue abitudini e gli assetti relazionali propri, inducendolo a scelte di vita diverse quanto all’espressione e realizzazione della sua personalità nel mondo esterno, sia infine la lesione arrecata all’immagine professionale ed alla dignità personale del lavoratore.

Tribunale Chieti sez. lav., 22/09/2020, n.205

Danno da demansionamento: la prova del lavoratore

Il danno da demansionamento e dequalificazione professionale non ricorre automaticamente in tutti i casi di inadempimento datoriale, ma deve essere provato dal lavoratore, ai sensi dell’art. 2729 c.c., attraverso l’allegazione di elementi presuntivi gravi, precisi e concordanti che diano conto della qualità e quantità dell’attività lavorativa svolta, del tipo e della natura della professionalità coinvolta, della durata del demansionamento, della diversa e nuova collocazione lavorativa assunta dopo la prospettata dequalificazione.

Tribunale Palermo sez. lav., 25/06/2020, n.1779

Criteri di censura in Cassazione della liquidazione equitativa del danno

La liquidazione equitativa, anche nella sua forma cd. “pura”, consiste in un giudizio di prudente contemperamento dei vari fattori di probabile incidenza sul danno nel caso concreto, sicchè, pur nell’esercizio di un potere di carattere discrezionale, il giudice è chiamato a dare conto, in motivazione, del peso specifico attribuito ad ognuno di essi, in modo da rendere evidente il percorso logico seguito nella propria determinazione e consentire il sindacato del rispetto dei principi del danno effettivo e dell’integralità del risarcimento.

Nell’ambito del danno da demansionamento è sindacabile in sede di legittimità, come violazione dell’art. 1226 c.c. e, nel contempo, come ipotesi di assenza di motivazione, di “motivazione apparente”, di “manifesta ed irriducibile contraddittorietà” e di “motivazione perplessa od incomprensibile”, quando la valutazione del giudice di merito non abbia indicato, nemmeno sommariamente, i criteri seguiti per determinare l’entità del danno e gli elementi su cui ha basato la sua decisione in ordine al “quantum”.

Ove tuttavia, la Corte territoriale dimostri, dandone specificatamente atto, di aver tenuto conto di una serie ben individuata di criteri parametrici che ne hanno guidato l’individuazione della misura del danno (nello specifico la durata del demansionamento, il tempo necessario ad acquisire nuove professionalità, le prospettive di carriera e di elevazione professionale, i disagi connessi alla mancata considerazione delle condizioni fisiche del lavoratore) deve escludersi che sia incorsa nella denunciata violazione dell’art. 1226 c.c. o in un vizio motivazionale ammissibile alla luce del tenore dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 nel testo novellato dalla L. n. 134 del 2012.

Cassazione civile sez. lav., 26/05/2020, n.9778

Danno da demansionamento e dequalificazione professionale

Il danno derivante da demansionamento e dequalificazione professionale non ricorre automaticamente in tutti i casi di inadempimento datoriale, ma può essere provato dal lavoratore anche ai sensi dell’art. 2729 c.c., attraverso l’allegazione di elementi presuntivi gravi, precisi e concordanti, potendo a tal fine essere valutati la qualità e quantità dell’attività lavorativa svolta, il tipo e la natura della professionalità coinvolta, la durata del demansionamento, la diversa e nuova collocazione lavorativa assunta dopo la prospettata dequalificazione.

Corte appello Roma sez. lav., 09/01/2020, n.4097

Danno subito a causa di demansionamento

La prova del danno da demansionamento e dequalificazione professionale può essere offerta dal lavoratore anche ai sensi dell’art. 2729 c.c. con l’allegazione di elementi presuntivi gravi, precisi e concordanti. L’onere del lavoratore di specifica allegazione dei fatti è alleggerito però in caso di inadempimento del datore di lavoro con conseguente totale inattività del lavoratore.

Cassazione civile sez. lav., 13/12/2019, n.32982

Danno da demansionamento: liquidazione

In tema di liquidazione equitativa del danno da demansionamento, è sindacabile in sede di legittimità, come violazione dell’art. 1226 c.c. e, nel contempo, come ipotesi di assenza di motivazione, di “motivazione apparente”, di “manifesta ed irriducibile contraddittorietà” e di “motivazione perplessa od incomprensibile”, la valutazione del giudice di merito che non abbia indicato, nemmeno sommariamente, i criteri seguiti per determinare l’entità del danno e gli elementi su cui ha basato la sua decisione in ordine al “quantum”.

(Nella specie, la S.C. ha cassato la decisione della corte territoriale che aveva ridotto in modo non trascurabile l’ammontare del danno professionale liquidato in primo grado semplicemente richiamando la prassi invalsa presso il distretto territoriale, senza procedere ad una enunciazione più specifica dei criteri applicati né all’adeguamento della liquidazione alle particolarità del caso concreto).

Cassazione civile sez. lav., 20/06/2019, n.16595

Liquidazione in via equitativa

Il danno da demansionamento può essere liquidato in via equitativa.

Corte appello Milano sez. lav., 10/05/2019, n.920

La responsabilità del datore di lavoro

La responsabilità del datore di lavoro di cui all’art. 2087 c.c. è di natura contrattuale. Ne consegue che, ai fini del relativo accertamento, incombe sul lavoratore che lamenti di aver subito, a causa di demansionamento o dequalificazione, un danno alla salute, l’onere di provare l’esistenza di tale danno, come pure la nocività dell’ambiente di lavoro, nonché il nesso tra l’uno e l’altro elemento, mentre grava sul datore di lavoro, una volta che il lavoratore abbia provato le predette circostanze, l’onere di provare di aver fatto tutto il possibile per evitare il danno, ovvero di aver adottato tutte le cautele necessarie per impedire il verificarsi del danno medesimo.

Cassazione civile sez. lav., 06/05/2019, n.11777

Danno da demansionamento: la prova

La sola violazione dell’art. 2103 c.c. non comporta automaticamente il diritto al risarcimento del danno in quanto il prestatore di lavoro deve fornire specificamente la prova del danno derivante dal demansionamento, la quale costituisce presupposto indispensabile per una sua valutazione equitativa.

Tale danno non si porrebbe infatti quale conseguenza indefettibile di ogni comportamento illegittimo del datore di lavoro, sicché non sarebbe sufficiente dimostrare la mera potenzialità lesiva della condotta datoriale, facendo carico al lavoratore che denunzi il danno subito di fornirne la prova in base alla regola generale dell’art. 2697 cod. civ..

Infatti se è vero che il demansionamento costituisce l’inadempimento del datore di lavoro, è altrettanto vero che da esso non deriva immancabilmente il danno, sicché spetta al lavoratore innanzi tutto allegare specificamente circostanze di fatto idonee a dimostrare che tale danno si è verificato e di quale natura esso sia (professionale, biologico ed esistenziale).

Tribunale Roma sez. lav., 24/04/2019, n.4020

Il danno per prolungata inattività lavorativa

Il danno da demansionamento e da dequalificazione professionale a causa di prolungata e forzata inattività non è “in re ipsa”, ma deve essere dimostrato, anche mediante l’allegazione di elementi presuntivi gravi, precisi e concordanti, che consentano di valutare la qualità e la quantità dell’attività lavorativa svolta, il tipo e la natura della professionalità coinvolta, la durata del demansionamento, la diversa e nuova collocazione lavorativa dopo la prospettata dequalificazione.

Cassazione civile sez. lav., 25/02/2019, n.5431

Elementi presuntivi gravi, precisi e concordanti

Il danno derivante da demansionamento e dequalificazione professionale non ricorre automaticamente in tutti i casi di inadempimento datoriale, ma può essere provato dal lavoratore anche ai sensi dell’art. 2729 c.c., attraverso l’allegazione di elementi presuntivi gravi, precisi e concordanti, potendo a tal fine essere valutati la qualità e quantità dell’attività svolta, il tipo e la natura della professionalità coinvolta, la durata del demansionamento, al diversa e nuova collocazione lavorativa assunta dopo la prospettata dequalificazione.

(Nella specie il tribunale ha accolto la domanda del lavoratore che ha dimostrato la sua dequalificazione attraverso molteplici indici, quali la lunga durata del demansionamento – 3 anni -, l’essere stato assegnato ad un settore che l’ha completamente scollegato dalla realtà lavorativa precedente, l’essere stato adibito a mansioni di 5 livelli inferiori rispetto a quelli di appartenenza e non facenti parte del suo bagaglio professionale).

Tribunale Roma sez. lav., 23/01/2019, n.639

Il risarcimento del danno da demansionamento 

Il risarcimento del danno da demansionamento – non ricorrendo automaticamente in tutti i casi di inadempimento datoriale – non può prescindere da una specifica allegazione, nel ricorso introduttivo del giudizio, sulla natura e sulle caratteristiche del pregiudizio medesimo, ovvero sulle circostanze che puntualmente e nella fattispecie concreta descrivano durata, gravità, conoscibilità all’interno ed all’esterno del luogo di lavoro dell’operata dequalificazione, frustrazione di aspettative di progressione professionale, nonché gli effetti negativi dispiegati nelle abitudini di vita del soggetto.

Tribunale Roma sez. lav., 10/01/2019, n.158

Risarcimento del danno non patrimoniale

In tema di risarcimento del danno non patrimoniale derivante da demansionamento o dequalificazione, il riconoscimento del diritto del lavoratore al risarcimento del danno professionale, biologico o esistenziale, non ricorre automaticamente in tutti i casi di inadempimento datoriale e non può prescindere da una specifica allegazione riguardante l’esistenza di un pregiudizio di natura non meramente emotiva ed interiore, ma oggettivamente accertabile.

Tale pregiudizio non si pone quale conseguenza automatica di ogni comportamento illegittimo rientrante nella suindicata categoria, cosicché non è sufficiente dimostrare la mera potenzialità lesiva della condotta datoriale, incombendo sul lavoratore non solo di allegare il demansionamento ma anche di fornire la prova del danno non patrimoniale e del nesso di causalità con l’inadempimento datoriale.

Deve peraltro aggiungersi che il danno alla professionalità può essere dimostrato in giudizio con tutti i mezzi consentiti dall’ordinamento, assumendo peraltro precipuo rilievo la prova per presunzioni, per cui dalla complessiva valutazione di precisi elementi dedotti (caratteristiche, durata, gravità, conoscibilità all’interno ed all’esterno del luogo di lavoro dell’operata dequalificazione, frustrazione di precisate e ragionevoli aspettative di progressione professionale, effetti negativi dispiegati nelle abitudini di vita del soggetto), si possa, attraverso un prudente apprezzamento, coerentemente risalire al fatto ignoto, ossia all’esistenza del danno.

Tribunale Roma sez. lav., 10/12/2018, n.9700

Danno da demansionamento: dati oggettivi

Il danno da demansionamento non è in re ipsa ma deve essere provato dal lavoratore mediante dati oggettivi.

Cassazione civile sez. lav., 16/11/2017, n.27209

Risarcimento del danno professionale, biologico o esistenziale

Il lavoratore che richieda il risarcimento del danno professionale, biologico o esistenziale (nella specie, danno da demansionamento) deve produrre specifica allegazione dell’esistenza di un pregiudizio oggettivamente accertabile, posto che tale diritto non sorge automaticamente in tutti i casi di inadempimento datoriale.

Cassazione civile sez. lav., 21/06/2017, n.15376

Quando è escluso il demansionamento?

Laddove vi sia una riorganizzazione che comporta la riduzione quantitativa delle attività assegnate ad un lavoratore, mantenendo inalterato il livello qualitativo, è esclusa la possibilità di chiedere un risarcimento del danno da demansionamento.

Cassazione civile sez. un., 16/05/2017, n.12052



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