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Scelte antieconomiche dell’imprenditore: evasione ma non di IVA

4 Giugno 2014
Scelte antieconomiche dell’imprenditore: evasione ma non di IVA

Accertamento e contenzioso: l’Agenzia delle Entrate entra nelle scelte dell’imprenditore e censura comportamenti antieconomici ai fini di evasione.

 

Il comportamento dell’imprenditore manifestamente antieconomico potrebbe invero celare operazioni evasive e quindi legittima l’amministrazione finanziaria ad accertare un maggior reddito anche in assenza di irregolarità formali nella contabilità. Ma questa regola non si estende all’Iva. È questo, in estrema sintesi, l’orientamento che sembra ormai consolidarsi in seno alla Corte di cassazione a proposito di accertamenti che derivano da comportamenti ritenuti antieconomici.

Frequentemente, gli uffici, sul presupposto che chiunque svolga un’attività economica è indotto a generare utili, contestano alle imprese le scelte operate asserendo una presunta antieconomicità quale indice di manifestazione evasiva. Negli ultimi tempi, però, la crisi economica ha profondamente inciso sui risultati prodotti dalle imprese interessando tutti i settori merceologici.

Ne consegue che eventuali risultati negativi possono essere dipesi dalle difficoltà di questi tempi.

Tuttavia, i verificatori, pur non scoprendo violazioni, attribuiscono gli scarsi o poco soddisfacenti risultati a comportamenti complessivamente evasivi: così, costi eccessivamente rilevanti ovvero ricavi più modesti rispetto all’ordinario, diventano chiaro sintomo di evasione.

La giurisprudenza di legittimità, fatta eccezione per l’Iva, di norma ritiene che, in presenza di una manifesta condotta antieconomica, debba essere il contribuente a spiegare le ragioni delle scelte aziendali. È poi compito del giudice di merito, per poter annullare l’accertamento, specificare le ragioni per le quali ritiene che l’antieconomicità non sia sintomatica di possibili violazioni [1].

Recentemente la Cassazione [2] ha affermato che è legittimo l’accertamento induttivo quando il risultato sia contrario a criteri di economicità. In tali casi, infatti, la contabilità deve considerarsi inattendibile con conseguente possibilità per l’amministrazione di operare le rettifiche anche sulla base di presunzioni semplici.

Tra i casi più frequenti, vi sono le fatturazioni infragruppo, per le quali normalmente gli uffici rilevano differenze dei prezzi praticati rispetto al cosiddetto valore normale. In altre parole, si contesta (in assenza di consolidato nazionale) il prezzo praticato per lo scambio di beni o servizi da società dello stesso gruppo e ciò perché difforme da quello applicato sul mercato da aziende esterne.

Questa prassi trae origine dagli scambi tra società con sedi in Paesi diversi, dove può esserci l’interesse a trasferire reddito in zone a tassazione più agevolata. Tuttavia viene ora contestata anche in ambito nazionale nonostante la norma di riferimento subordini la sua applicazione all’ubicazione in uno Stato estero di una delle due imprese che hanno partecipato alla transazione. E proprio in occasione in queste contestazioni, non di rado, si verifica che il valore normale dei prezzi praticati, muti non tanto in relazione ai listini riscontrati sul mercato, ma rispetto al soggetto verificato. Se si tratta di società che ha dedotto il costo (quindi che ha ricevuto il bene o la prestazione), l’Agenzia rileva l’eccessiva onerosità (prezzo praticato ritenuto superiore a quello di mercato) al fine di ridurre l’utile; se, invece, il controllo è eseguito sulla società che ha dichiarato i ricavi (quindi che ha venduto il bene o effettuato la prestazione) gli uffici sono soliti sostenere che il prezzo praticato è inferiore agli ordinari listini. Ne consegue che, di fronte alla stessa operazione, la valutazione potrebbe cambiare a seconda del soggetto sottoposto al controllo.

Va da sé che se la società ha dedotto il costo ha risparmiato imposte, ma l’impresa che l’ha fatturato, le ha versate, nell’ambito di un gruppo: quindi la contestazione, in assenza di illeciti di altra natura, potrebbe non avere senso.

Inversione dell’onere della prova

Secondo la più recente giurisprudenza di legittimità, a fronte di una contestata condotta antieconomica, corrisponde, in buona sostanza, un ribaltamento dell’onere della prova sul contribuente, il quale deve giustificare la propria (apparentemente irrazionale) gestione. La giurisprudenza, in altre parole, consente al contribuente di giustificare l’apparente condotta non economica, dimostrando le ragioni di determinate scelte aziendali.

Se, invece, fermo il comportamento assolutamente contrario ai canoni dell’economia, il contribuente non spiega in alcun modo le proprie scelte, l’accertamento è legittimo.

Compete evidentemente al giudice di merito, per poter annullare la pretesa, la specificazione, con argomenti validi, delle ragioni per le quali ritiene che l’antieconomicità non sia sintomo di possibili violazioni di disposizioni tributarie. Le commissioni in buona sostanza devono valutare le ragioni addotte dal contribuente a sostegno dell’apparente antieconomicità.

Va da sé, che, la difesa del contribuente deve essere ponderata caso per caso in base alle contestazioni dell’Ufficio, tenendo tuttavia presente, che potrebbe non risultare sufficiente, come talvolta accade, limitarsi a contestare l’impossibilità per l’Ufficio di operare un simile sindacato, senza affiancare a tale deduzione anche le ragioni concrete che hanno determinato l’asserita gestione poco economica.

In ogni caso occorre segnalare che non sono mancate pronunce favorevoli al contribuente, che hanno negato, cioè, il potere di sindacare le scelte dell’imprenditore da parte dell’amministrazione. Secondo questo orientamento, per la verità ormai minoritario, l’inerenza di un costo (e quindi la sua deducibilità) rileva sotto il profilo della “qualità” e non della “quantità”. Ne consegue che il costo è inerente se serve a produrre ricavi.

In genere l’Agenzia e la GdF in presenza di queste rettifiche, contestano violazioni sia ai fini delle imposte sui redditi (indeducibilità costo o ricavo non dichiarato) sia ai fini Iva (indetraibilità dell’imposta relativa al costo od omessa fatturazione di ricavi). La Cassazione, sul punto, ha però censurato tale comportamento, poiché la regola sull’antieconomicità può interessare solo l’imposizione diretta.

Le linee interpretative

INSINDACABILITÀ DELLE SCELTE

(orientamento minoritario)

In base a questa linea, che tuttavia non è maggioritaria, la norma tributaria lega la deducibilità del costo al solo concetto di inerenza senza limiti di importo (fatta eccezione per alcune specifiche spese) [3].

ASSOLVIMENTO ONERE DELLA PROVA

(orientamento maggioritario)

È il contribuente che deve spiegare le ragioni delle scelte aziendali. È poi compito del giudice di merito, specificare le ragioni per le quali ritiene che l’antieconomicità non sia sintomatica di possibili violazioni [4].

UTILI BASSI O PERDITA D’ESERCIZIO

In caso di bassi utili o perdita, occorre dimostrare le ragioni degli scarsi risultati anche con l’analisi dell’andamento del settore cui appartiene l’impresa. Potrebbe poi essere utile utilizzare i valori elaborati dagli studi di settore che si applicano ai singoli comparti [5].

I RILIEVI IN MATERIA DI IVA

Le presunzioni fondate sull’antieconomicità non consentono la rettifica ai fini Iva. Pertanto in sede difensiva andrà rilevato che, in assenza di un’espressa contestazione di inesistenza dell’operazione, con la pretesa si viola di principio di neutralità previsto dalla direttiva e confermato dalla giurisprudenza comunitaria [6].


note

[1] Cass. 16642/2011; 14428/2005, 951/2009; n. 24532/2007; n. 20857/2007 n. 11559/2007.

[2] Cass. sent. n. 12167 del 30.05.2014.

[3] Cass. sent. n. 26162/2013, 24957/2010, n. 6599/2002.

[4] Cass. sent. n. 16642/2011; 14428/2005, 951/2009; 24532/2007; 20857/2007; 11559/2007.

[5] Cass. sent. n. 4901/2013; 13027/2012.

[6] Cass. sent. 10041/2014; 22130/2013; 16697/2013.

 

Autore immagine: 123rf com


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