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Editoriali Rimozione dolosa di cautele contro infortuni sul lavoro: un reato che tutela davvero la sicurezza sul lavoro

Editoriali Pubblicato il 20 settembre 2013

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> Editoriali Pubblicato il 20 settembre 2013

Nel panorama normativo nazionale in materia antinfortunistica costituito in grande parte da contravvenzioni, ossia illeciti “di serie b”, questa figura di reato, in quanto delitto, rimane ancora uno dei principali strumenti di tutela penale del lavoro.

È di qualche giorno fa la notizia dell’arresto di un notissimo imprenditore salentino, operante nel campo della trasformazione e della conservazione di alimenti, a seguito della morte per infortunio sul lavoro di un proprio dipendente.

La storia (sulla quale, com’è ovvio, farà piena luce solo il dibattimento, ossia la sede processuale che, nel nostro ordinamento è preposta all’accertamento di fatti e responsabilità) è apparentemente simile alle mille altre nelle quali perde la vita un lavoratore.

Un operaio del salumificio in questione, mentre era intento alle sue abituali occupazioni lavorative, è scivolato in un’impastatrice ed è rimasto ucciso.

Sono, però, bastati i primi accertamenti disposti dall’Autorità giudiziaria per avvedersi della “nobile” peculiarità della vicenda rispetto ai casi più ricorrenti in cui l’imprenditore non dota le proprie apparecchiature ed i propri dipendenti dei dispositivi di protezione.

Il macchinario in questione era, infatti, dotato di avanzati congegni di sicurezza; in particolare, esso prevedeva un cancelletto che avrebbe dovuto impedire l’accesso all’impastatrice da parte degli operai durante le operazioni di pulizia, proprio per scongiurare tragedie come quella poi verificatasi.

Lo stesso datore di lavoro,  però, a quel che hanno rilevato gli investigatori, aveva incredibilmente “sabotato” la misura di sicurezza dell’apparecchiatura che egli stesso aveva acquistato per la propria azienda, rimuovendo il cancelletto e manipolando il dispositivo in modo tale che il primo risultasse presente e perfettamente funzionante.

Ma il soggetto non si è limitato a questo.

Dopo che il proprio stabilimento era stato posto sotto sequestro all’esito delle prime indagini disposte dalla Polizia giudiziaria, che avevano fatto emergere la condotta criminosa dell’imprenditore, quest’ultimo ha pensato bene di violare i sigilli per provare a montare un cancello su un altro macchinario (un’insaccatrice) e dimostrare così, dal suo punto di vista, che la situazione “eccentrica” che si era venuta a creare sull’impastatrice era una mera eccezione (quando, invece, era evidentemente qualcosa di assai simile ad una regola consolidata).

Quando la Polizia giudiziaria ha scoperto l’operazione del datore di lavoro, ai Pubblici ministeri procedenti non è rimasto che chiedere e facilmente ottenere la misura cautelare degli arresti domiciliari per un lampante tentativo di inquinamento probatorio, posto in essere da un soggetto che, in quel momento, era già indagato per il reato di rimozione dolosa di cautele; un illecito che si applica a chiunque omette di collocare impianti, apparecchi o segnali destinati a prevenire disastri o infortuni sul lavoro, ovvero li rimuove o li danneggia. Un delitto, più precisamente: dunque il tipo di reato più grave previsto dal nostro codice penale, che sancisce la reclusione da sei mesi a cinque anni; pena che s’innalza da tre a dieci anni se dal fatto deriva un infortunio o un disastro, come purtroppo è accaduto in quest’occasione.

Un reato, quindi, che è in grado di apprestare una tutela penale seria del bene giuridico che gli viene, per così dire, affidato, ossia la vita e l’incolumità dei lavoratori.

Ciò non può, purtroppo, ugualmente dirsi per la stragrande maggioranza degli altri reati esistenti nel nostro ordinamento giuridico in materia antinfortunistica; le celebri “contravvenzioni” (i nostri reati “di serie b”), spesso previste dal Testo Unico in materia di sicurezza sul lavoro, che, in teoria, dovrebbero sanzionare comportamenti dei soggetti tenuti alla sicurezza spesso anche gravissimi e che possono provocare autentiche tragedie seriali a danno delle persone che lavorano; ma che, invece, spesso, troppo spesso, non sono in grado, di fatto, di sanzionare alcunché.

Infatti, a tacer in questa sede delle varie altre ragioni che fanno delle contravvenzioni delle “non sanzioni”, basta ricordare che le stesse “si prescrivono”, ossia si estinguono per il mero decorso del tempo, al massimo in cinque anni. Un lasso di tempo nel quale in Italia, molte volte, non si fa in tempo neppure ad arrivare ad una sentenza di primo grado.

In questo modo, in molte, troppe situazioni, nel nostro ordinamento non c’è un’effettiva tutela penale per il diritto alla sicurezza, cioè alla salute ed alla vita, delle persone che lavorano.

Non è molto rincuorante per uno dei diritti fondamentali sanciti dalla Costituzione.

Ma, soprattutto, non è molto onorevole per il nostro ordinamento giuridico e per questa Repubblica, che, secondo l’art. 1 della stessa Carta, è “fondata sul lavoro”.

Di STEFANO PALMISANO


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