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Arti marziali: ultime sentenze

24 Marzo 2020
Arti marziali: ultime sentenze

Scopri le ultime sentenze su: strumento adottato per aggressione -difesa nelle arti marziali; risarcimento del danno patrimoniale; armi bianche; uso dell’attrezzo sportivo “long chang” usato nelle arti marziali.

Arti marziali: il nunchaku

Il nunchaku, strumento utilizzato per aggressione e difesa nelle arti marziali, e costituito da due bastoni corti uniti da una breve catena o corda, rientra nel novero delle armi comuni non da sparo o “bianche”, essendo destinato all’offesa alla persona perché idoneo a strangolare, oltre che a colpire e ledere. (Fattispecie relativa a lesioni aggravate dall’uso di armi).

Cassazione penale sez. VI, 10/12/2013, n.5066

Nunchaku: rientra fra le armi bianche?

Lo strumento, utilizzato per aggressione -difesa nelle arti marziali, detto “nunchaku” e costituito da due corti bastoni uniti mediante una breve catena o corda, rientra nel novero delle tipiche armi bianche, di agevole utilizzo, destinato all’offesa della persona in quanto idoneo, non soltanto a colpire e a ledere, ma anche a strangolare.

Cassazione penale sez. I, 19/01/2016, n.27131

Diploma di istruttore di arti marziali

In tema di risarcimento del danno patrimoniale futuro seguito ad un incidente stradale, la vittima deve provare di stare già svolgendo una attività lavorativa, o altrimenti deve fornire gli elementi di prova dell’attività che avrebbe probabilmente svolto.

(Nella specie, la Corte ah ritenuto che il fatto che la vittima avesse conseguito il diploma di istruttore di arti marziali un anno dopo l’avvenuto sinistro, anziché fornire elemento di prova della riduzione della capacità, doveva essere utilizzata come prova contraria, ovvero della sostanziale mancanza di tale danno).

Cassazione civile sez. III, 05/02/2013, n.2644

Istruttore di arti marziali: abuso di autorità

Sussistono le circostanze aggravanti della minorata difesa e dell’abuso di autorità nel caso di atti sessuali posti in essere da un istruttore di arti marziali nei confronti dei suoi allievi minorenni.

Cassazione penale sez. III, 10/04/2013, n.37135

Porto di arma senza giustificato motivo

La circostanza attenuante speciale del fatto di lieve entità per il reato di porto di armi od oggetti atti ad offendere non può trovare applicazione nel caso di porto senza giustificato motivo di un nun-chaku, costituito da due bastoni collegati da una catena, che deve essere qualificato come arma propria, senza che a tal fine rilevi l’uso nell’esercizio delle arti marziali.

Cassazione penale sez. VII, 12/04/2011, n.27332

Attrezzo sportivo utilizzato nelle arti marziali

Ricorre la circostanza aggravante prevista dall’art. 585 comma 2 n. 2 c.p. (lesione personale procurata con l’uso di strumenti atti ad offendere) nel fatto commesso con l’uso dell’attrezzo sportivo denominato “long chang”, utilizzato nelle arti marziali e costituito da due cilindri metallici uniti da una catena, a nulla rilevando che il porto di esso avvenga, o non, per giustificato motivo, essendo determinante il solo dato oggettivo costituito dalla riconducibilità dell’oggetto alla categoria delle armi improprie.

Cassazione penale sez. V, 20/12/2004, n.1762

Scarpe per l’esercizio delle arti marziali

Non può essere contestata la legittimità del preuso di un marchio di una scarpa per l’esercizio delle arti marziali (Wushu) deducendo l’illegittimità della commercializzazione del prodotto in questione per la violazione della normativa vigente in tema di etichettatura e sostanze tossiche, quando l’uso di fatto del marchio sia anteriore all’entrata in vigore delle prescrizioni in tema di uso di sostanze tossiche.

Il soggetto che non sia titolare di diritti anteriori sul segno distintivo registrato successivamente da un terzo, non può eccepirne la qualità di mero importatore ed inficiare la validità della registrazione effettuata da quest’ultimo. Alla prima registrazione – sia pure per un solo giorno – eseguita dal ricorrente, deve essere altresì ricondotto l’uso precedente dallo stesso posto in essere del medesimo marchio di fatto, non confinato in un ambito locale e risalente ad alcuni anni addietro.

L’uso di marchi identici per prodotti identici comporta certamente un danno alle stesse capacità distintive ed attrattive del segno e quindi un depauperamento del suo intrinseco valore di bene immateriale.

Tale pericolo è rafforzato quando il successo commerciale del segno e del prodotto appare legato ad un fenomeno di tendenza rispetto al quale vi è un interesse da parte del legittimo titolare del marchio a sfruttarne la fase espansiva, non necessariamente di lunga durata, in quanto soggetta a possibili mutamenti del gusto.

Anche se risulta provata la sussistenza di atti di concorrenza sleale mediante comunicazione a terzi, il giudicante non può pronunciarne inibitoria se l’istanza non è stata formalizzata in alcun atto del procedimento.

Non è possibile pubblicare un provvedimento cautelare ex artt. 63, 61 e 62 l.m. in ragione della natura provvisoria del procedimento cautelare e della funzione prevalentemente risarcitoria della pubblicazione.

Tribunale Milano Sez. Proprieta’ Industriale e Intellettuale, 03/05/2004

Attrezzo sportivo utilizzato nelle arti marziali: il porto fuori dell’abitazione

Ai fini della configurabilità del reato previsto dall’art. 4 comma 2 l. 18 aprile 1975 n. 110, costituisce strumento chiaramente utilizzabile, in concreto, per l’offesa della persona, un attrezzo sportivo utilizzato nelle arti marziali e costituito da due cilindri metallici uniti da una catena, denominato “long chang”, allorché, per le circostanze di tempo e di luogo, il giudice ne ritenga ingiustificato il porto fuori dell’abitazione.

Cassazione penale sez. I, 21/06/2000, n.10524

Allenamento di arti marziali

Nel caso di attività sportiva esplicantesi in esibizione-allenamento di arti marziali, i contendenti debbono usare particolare prudenza e diligenza per non travalicare i limiti connessi a siffatte modalità di pratica sportiva, caratterizzata da una minore carica agonistica, da un maggiore controllo delle manifestazioni di violenza agonistica e della velocità dei colpi, con specifico riferimento alla capacità di esperienza dell’avversario ed ai mezzi di protezione in concreto utilizzati.

Cassazione penale sez. IV, 12/11/1999, n.2286


6 Commenti

    1. La nuova legittima difesa domiciliare consente di reagire contro i ladri che entrano in casa solo quando la loro presenza è fonte di un “grave turbamento”. Il che significa che i ladri devono essere armati e che non ci deve essere altro modo per scappare. Il giudice deve accertare se il padrone di casa ha commesso il fatto per la salvaguardia della propria o altrui incolumità, piuttosto che soltanto dei beni: la nuova causa di non punibilità, infatti, opera soltanto nel primo caso. In ogni caso, lo stato di pericolo si presume: spetta al ladro dimostrare che le sue intenzioni non erano tali da dover giustificare una reazione violenta. La riforma ha escluso la punizione per chi agisce al fine di proteggere la propria o l’altrui incolumità e lo fa «in stato di grave turbamento, derivante dalla situazione di pericolo in atto».

    1. Chi usa le arti marziali come strumento di difesa da una aggressione fisica già in atto non può essere punito, ma deve fare attenzione a non uccidere o ferire gravemente l’altra persona, a meno che questa non sia armata e le sue intenzioni siano particolarmente minacciose (è lecito, infatti, uccidere se c’è il pericolo di essere uccisi); chi usa le arti marziali come strumento di attacco contro un’imminente aggressione non ancora in atto non è punibile solo se tale pericolo è serio, attuale, grave e non ha altro modo per evitarlo (ad esempio, la fuga). Accettare un duello non è, infatti, lecito. Anche in questo caso, la difesa dovrà essere proporzionata all’offesa;chi usa le arti marziali come strumento di attacco contro un’aggressione subita da terze persone (ad esempio, un bambino, una vecchietta o anche un altro uomo disarmato), non è ugualmente punibile, ma sempre che sussistano le condizioni appena viste (serietà, attualità e gravità del pericolo; proporzione tra offesa e difesa);chi usa le arti marziali come strumento di attacco senza che sia in atto un’aggressione fisica, ad esempio, come reazione a un insulto o a una minaccia verbale che, tuttavia, non intende tramutarsi immediatamente in una violenza (ad esempio, nei confronti di chi dice «Stai attento a dove vai nei prossimi giorni…») commette reato.

    1. Per stabilire se sia lecito difendersi con le arti marziali bisogna partire da un concetto: l’offesa a un’altra persona è legittima – ossia non punibile né civilmente, né penalmente – solo se costruisce un mezzo di difesa. E la difesa è sempre la reazione a un’aggressione altrui o a una seria e grave minaccia di aggressione. In buona sostanza, in un ordine temporale, la legittima difesa viene sempre “dopo” il comportamento illecito altrui. Ebbene, alcune arti marziali, come il judo, nascono come tecniche di difesa da una aggressione; è difficile, quindi, immaginare l’impiego di tale abilità come strumento di offensiva. In altre, come il karatè, è presente anche la componente dell’attacco. Il punto, però, è che la legge non ammette neanche l’eccesso di legittima difesa che si verifica quando qualcuno, anche se non seriamente in pericolo, lede l’altrui integrità fisica. Si pensi a una persona, minacciata da qualcuno con una semplice fionda, che uccide il suo aggressore. Per valutare se la difesa sia legittima o meno bisogna, quindi, partire dall’analisi del comportamento altrui da cui scaturisce il tentativo di difesa. Questo perché, per non commettere reato, è necessario che la difesa sia proporzionata all’offesa. L’impiego dell’arte marziale deve, quindi, servire eventualmente per disarmare il malvivente o per paralizzarlo, per mettere al sicuro la propria o l’altrui integrità, ma non anche per uccidere almeno quando questi non abbia la stessa intenzione.

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