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Manutenzione marciapiede: a chi spetta?

20 Febbraio 2020
Manutenzione marciapiede: a chi spetta?

Risarcimento danno da cadute e obbligo di riparare il marciapiedi in caso di buche o lastre di ghiaccio: tocca al Comune?

Dinanzi all’ingresso del portone condominiale del palazzo in cui vivi c’è un marciapiedi che necessita di manutenzione. Negli ultimi anni si sono formate alcune buche per via delle intemperie e ora tanto i condòmini quanto gli altri passanti che transitano di lì rischiano di cadere e farsi male. C’è insomma da mettere mano al portafogli ma né voi, né il Comune intendete farlo. A chi spetta la manutenzione del marciapiede? 

La prima cosa da fare, in questi casi, è verificare di chi sia la proprietà dell’area e, sulla base di tale dato, individuare il soggetto responsabile. Sarà quest’ultimo quindi a dover provvedere alle spese di rifacimento e a risarcire i danni per gli eventuali infortuni. Tuttavia le cose non sono sempre così semplici: non è raro infatti che il Comune emetta ordinanze con cui attribuisca ai condomini l’onere di provvedere alla manutenzione del marciapiede dinanzi al palazzo. 

Perché mai un soggetto privato dovrebbe sostenere le spese di un bene pubblico come il marciapiedi? Se così dovesse essere sarebbe anche diritto del condominio transennare l’area e impedire che il traffico pedonale vi transiti? Si può chiedere comunque al Comune di partecipare alla spesa? Cerchiamo di fare il punto della situazione e di stabilire a chi spetta la manutenzione del marciapiedi.

Il condominio è custode del marciapiedi?

Di recente, alla Corte di Appello di Milano [1] è stato chiesto se il condominio è custode del marciapiedi antistante l’ingresso condominiale. «Custode» significa anche «responsabile» per gli eventuali incidenti e infortuni. I giudici di secondo grado, a sorpresa, hanno fornito risposta positiva. Spetterebbe quindi al condomino risarcire chi cade su una buca anche se il suolo è pubblico. Nel caso di specie, però, il regolamento di polizia urbana del Comune lombardo ove si trovava il condominio, aveva posto, a carico dei proprietari, l’obbligo di provvedere alla pulizia dei marciapiedi e allo spargimento di sale in caso di nevicate. Tale adempimento non era stato eseguito sicché un passante era caduto su una lastra di ghiaccio facendosi male a una gamba.

La decisione però solleva numerosi dubbi. E ciò per via del fatto che il proprietario del marciapiedi, ai sensi dell’articolo 3 del codice della strada, è solo il Comune. E – il codice civile in questo è chiaro – solo il proprietario o il custode sono responsabili per i danni prodotti dall’immobile. Un regolamento comunale non può derogare a una norma di legge come appunto è il codice civile. Fin troppo facile sarebbe così imporre ai privati una sorta di “tassa” sulla manutenzione dei beni pubblici che nessuna norma prevede.

Dunque secondo quanto previsto dal Codice della Strada la custodia del marciapiede spetterebbe al Comune, ente proprietario.

Responsabilità del condominio per le cadute sul marciapiedi

Anche la Cassazione è scettica nell’attribuire la responsabilità per le cadute sul marciapiedi in capo al condominio qualora il proprietario sia il Comune. In una sentenza del 2005 [2] la Suprema Corte ha stabilito che «Nell’azione tesa ad ottenere il risarcimento per una caduta provocata dalla presenza di alcuni buchi sul marciapiedi antistante un edificio condominiale, in mancanza dell’accertamento della titolarità del marciapiedi in capo al condominio, quest’ultimo non può essere chiamato a rispondere dei danni in nome dell’inadempimento ad un obbligo di gestione manutentiva, sussistente – piuttosto – in capo all’ente pubblico».

In ogni caso, quand’anche si voglia ritenere il condominio astrattamente responsabile per le cadute dei pedoni sul marciapiedi antistante l’edificio bisogna sempre sottoporre il caso a una valutazione concreta. Difatti, come specificato più volte dalla Cassazione [3], laddove il rischio è noto o evidente non si può pretendere alcun risarcimento. Ognuno ha l’obbligo di procedere con prudenza facendo attenzione alle fonti di pericolo visibili. Solo le insidie e i trabocchetti possono al limite consentire di chiedere il risarcimento. 

Tradotto in soldoni significa che tanto più grande e vistosa è la buca o la lastra di ghiaccio, tantomeno il custode dell’area (sia esso il Comune o il condominio) deve risarcire i danni ai terzi. 

L’articolo 2051 del codice civile infatti esonera il titolare del bene dalla responsabilità quando ricorre il cosiddetto caso fortuito ossia un evento imprevedibile e inevitabile. Tipico caso fortuito è la distrazione della vittima dell’infortunio. Di più: la Cassazione ha detto che, laddove si tratti di persona del posto (ad esempio uno dei condomini), pertanto al corrente dell’esistenza della buca, quest’ultima deve maggiormente prestare attenzione e non può quindi chiedere il risarcimento per le cadute.

A chi spetta la manutenzione del marciapiedi davanti al palazzo?

Se dunque è vero che il Comune mantiene la proprietà del marciapiedi è su di questi che grava l’obbligo di manutenzione. Non c’è quindi alcun dovere per il condominio o per il suo amministratore di sottoporre a manutenzione il marciapiedi eliminando tutte le fonti di pericolo. La proprietà del condominio arriva fino alle proprie mura esterne (tranne che esiste un’area «di sedime» dell’edificio); il marciapiede antistante il portone condominiale non è ricompero in tale area.

La Cassazione è tornata sull’argomento “manutenzione del marciapiedi” per ribadire l’onere in capo al comune [2]. Nelle motivazioni della pronuncia in questione si legge che: «Gli obblighi di manutenzione dell’ente pubblico proprietario di una strada aperta al pubblico transito, al fine di evitare l’esistenza di pericoli occulti, si estendono ai marciapiedi laterali, i quali fanno parte della struttura della strada, essendo destinati al transito dei pedoni. Ne consegue che del danno cagionato da buche sussistenti sul marciapiede non risponde il condominio dell’antistante stabile».

E del resto anche la giurisprudenza si è allineata a tale principio. «Gli obblighi di manutenzione dell’ente pubblico proprietario di una strada aperta al pubblico transito, al fine di evitare l’esistenza di pericoli occulti, si estendono anche ai marciapiedi laterali, i quali fanno parte della struttura della strada, essendo destinati al transito dei pedoni. Ne consegue che del danno cagionato da buche sussistenti sul marciapiede non risponde il condominio dell’antistante stabile [4]».

Manutenzione del passo carrabile e reponsabilità

Diverso è il discorso per quanto attiene al passo carrabile. Il passo carrabile è, secondo il Codice della Strada, un accesso ad un’area laterale, per lo più privata, idonea allo stazionamento provvisorio di uno o più veicoli ed è costituito da un’interruzione del marciapiedi o, comunque da una modifica del piano stradale, tale da agevolare l’accesso alla proprietà privata; l’apertura di un passo carrabile su una strada comunale viene autorizzata in tutti i casi in cui è necessario il transito di veicoli fra una sede stradale pubblica e uno spazio privato. Tali spazi debbono comunque essere idonei alla sosta o allo stazionamento di veicoli. 

Insieme ai benefici derivanti da tale autorizzazione sorge però, al contempo, a carico del concessionario, l’obbligo di curare la manutenzione del passo carrabile, sia per la parte insistente sulla strada, sia per quella ricadente nell’area privata: di conseguenza, ove il condominio concessionari si renda inadempiente e in conseguenza dell’omessa manutenzione del marciapiede uno o più passanti dovessero subire un danno, sorgerà a suo carico l’obbligo di risarcimento, con responsabilità concorrente del Comune in caso di omessa vigilanza sul concessionario [5].


note

[1] C. App. Milano sent. n. 73/2020 del 1.01.2020.

[2] Cass. sent. n. 16226/2005.

[3] Cass. ord. n. 4129/2020 del 18.02.2020.

[4] Trib. Bari, sent. n. 1584/2011.

[5] Trib. Bari, sent. n. 48/2019.

Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 3, ordinanza 7 novembre 2019 – 18 febbraio 2020, n. 4129

Presidente Scoditti – Relatore Pellecchia

Rilevato che:

1. Nel 2006, D.P. conveniva in giudizio, davanti al Tribunale di Sassari Sezione distaccata di Alghero, l’impresa di pulizie l’Oasi di M.P. ed il Condominio di Via Mazzini n. 120, in persona del suo amministratore pro-tempore, per sentirli condannare al risarcimento ex art. 2051, di tutti i danni subiti, alternativamente o in solido tra di loro.

Assumeva che in data 16 febbraio 2005, alle ore 8.15 circa, uscendo dall’appartamento della zia scivolava nell’androne dello stabile a causa del pavimento bagnato che era stato appena lavato dall’impresa addetta alle pulizie, procurandosi la frattura di tibia e perone.

Si costituiva in giudizio M.P. , titolare dell’impresa, ed il Condominio di via Mazzini n. 120, contestando la domanda, eccependo prima la inverosimile ricostruzione dei fatti, ed in ogni caso l’assenza di responsabilità degli stessi, essendo il fatto imputabile alla condotta disattenta del danneggiato.

Con sentenza n. 70/12, il Tribunale accoglieva la domanda di D.P. , ritenendo M.P. e il Condominio Via Mazzini n. 120 responsabili ex art. 2051 c.c., la prima per aver eseguito il lavaggio delle scale e il secondo quale custode del vano scala dello stabile, condannandoli in solido al pagamento in favore del danneggiato di Euro 16.011, 00 oltre accessori, nonché alla refusione delle spese legali.

Avverso la predetta sentenza, proponeva appello M.P. , chiedendone la totale riforma. Si costituivano in giudizio D.P. e il Condominio.

2. La Corte d’appello di Cagliari con sentenza n. 247 del 4 giugno 2018, in accoglimento dell’appello riformava la sentenza di primo grado e rigettava le domande proposte dal D. e lo condannava a rifondere al Condominio e a M.P. le spese di lite sostenute, oltre le spese accessorie. La Corte, pur confermando la ricostruzione dei fatti operata dal giudice di prime cure, giungeva ad una diversa decisione, poiché venivano applicati diversi principi giurisprudenziali, di valorizzazione dei concetti di pericolosità intrinseca della res, di prevedibilità dell’evento dannoso e di dovere di cautela da parte del soggetto che entra in contatto con la cosa. Pertanto, riteneva fosse onere del danneggiato dare la prova specifica del nesso causale tra danno ed evento implicante la prova della sussistenza di una pericolosità intrinseca dei luoghi tale da rendere inevitabile l’evento, che nel caso di specie, alla luce degli elementi probatori evidenziati, era mancata.

3. Avverso tale pronuncia, D.P. ricorre per Cassazione sulla base di 5 motivi. Il Condominio di Via Mazzini n. 120 e M.P. , titolare dell’impresa di pulizie Oasi, resistono con controricorsi autonomi.

4. È stata depositata in cancelleria ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c., e regolarmente notificata ai difensori delle parti, unitamente al decreto di fissazione dell’adunanza, la proposta di inammissibilità del ricorso.

Considerato che:

5.1. Con il primo motivo di ricorso, parte ricorrente lamenta l’”Omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti ex art. 360, comma 1, n. 5, in relazione agli artt. 115 e 116 c.p.c.; Violazione o falsa applicazione di una norma processuale ex art. 360, comma 1, in relazione agli artt. 115 e 116 c.p.c.”. La Corte non avrebbe esaminato la circostanza del pavimento bagnato- non segnalato, decisiva ai fini del giudizio in quanto in connessione eziologica rispetto all’evento. Inoltre, l’omesso riconoscimento del nesso causale tra la caduta, il danno e la responsabilità del custode, avrebbe trovato il suo presupposto in una prova ignorata dalla Corte, e cioè, che il D. non era condomino dello stabile e, quindi, non poteva conoscere nè lo stato dei luoghi nè che vi fosse un’impresa che effettuasse le pulizie nè tantomeno gli orari e i giorni in cui tali pulizie venissero effettuate. Pertanto al D. , estraneo al palazzo, la Corte d’appello non avrebbe dovuto applicare il criterio della prevedibilità dell’evento.

6.2. Con il secondo motivo di ricorso, parte ricorrente si duole “dell’omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti ex art. 360, comma 1, n. 5, in relazione agli artt. 115 e 116 c.p.c.”.

La Corte avrebbe errato là dove nella motivazione della sentenza non ha escluso la sussistenza del nesso causale solo perché non v’erano testi che avessero assistito alle modalità della caduta. Sarebbe dovuta pervenire, invece, ad una diversa conclusione sulla scorta dell’apprezzamento di fatti idonei ad ingenerare presunzioni, così da ricostruire il fatto ignoto (causa della caduta) da quello noto (pavimento bagnato, assenza di segnaletica, vittima non abitante del palazzo) alla luce delle nozioni di fatto di comune esperienza, che integrano una regola di giudizio.

6.3. Con il terzo motivo di ricorso, parte ricorrente denuncia “l’omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, in relazione agli artt. 115 e 116 c.p.c.”.

La Corte avrebbe, inoltre, omesso di considerare una prova documentale acquista con memoria ex art. 184 c.pc., che avrebbe dimostrato la non piena visibilità dello stato dei luoghi.

6.4. Con il quarto motivo, parte ricorrente lamenta la “Violazione e falsa applicazione dell’art. 2051 c.c., ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3.”.

Il giudice di appello non avrebbe applicato correttamente i principi della costante giurisprudenza in tema di responsabilità da cose in custodia. In particolare, avrebbe errato nel far ricadere l’onere della “intrinseca pericolosità dei luoghi tale da rendere inevitabile l’evento” sul danneggiato/attore anziché sul convenuto. Quest’ultimo avrebbe dovuto dare prova del verificarsi di un evento estraneo (consistente nel comportamento del danneggiato) da ritenersi idoneo a configurare il caso fortuito e, quindi, interrompere il nesso eziologico. I giudici, quindi, avrebbero errato nell’invertire l’onus probandi, pretendendo, ai fini della dimostrazione del nesso causale, anche la prova della inevitabilità dell’evento.

6.5. Con il quinto motivo, parte ricorrente si duole della “Violazione e falsa applicazione dell’art. 2051 c.c., ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3.”.

Il ricorrente ritiene che la sentenza non avrebbe rispettato i criteri di cui all’art. 2051, “nella parte in cui individua i presupposti necessari perché possa dirsi integrato il nesso causale tra la cosa e il danno, in particolare quando assume che “nel pavimento non vi era presenza di detersivo nè abbondante acqua essendo già stata completata la pulizia”.

7. Il secondo e terzo motivo possono essere esaminati congiuntamente e sono inammissibili perché inerenti al giudizio di fatto e sono diretti ad ottenere un riesame del merito dei fatti oggetto di giudizio.

Rientra nei poteri del Giudice di merito il compito di individuare le fonti del proprio convincimento e di scegliere, tra le complessive risultanze del processo, quelle ritenute idonee a dimostrare la veridicità dei fatti ad essi sottesi, attività limitata dall’obbligo di esplicazione delle ragioni di fatto e di diritto poste a fondamento della sua decisione. Al giudice di legittimità non è conferito il potere di riesaminare e valutare il merito della causa ma il solo controllo, sotto il profilo logico- formale, della motivazione, e censurarla laddove la stessa risulti graficamente assente, ovvero incoerente sul piano fattuale o più strettamente giuridico. Tanto premesso, non è dato rinvenire vizi logico-giuridici nell’iter argomentativo posto a fondamento della decisione di seconde cure.

7.1. Per quanto riguarda il primo, quarto e quinto motivo, da valutare unitariamente sono manifestamente fondati.

Il giudice del merito ha errato perché nel caso in esame ha ritenuto la sussistenza di un comportamento colposo della vittima che, pur potendo verificare in condizioni di normale visibilità che il pavimento appariva in condizioni di percepibile scivolosità, non aveva prestato la normale diligenza e la dovuta attenzione alla situazione dei luoghi.

Orbene è vero che in tema di responsabilità civile per danni da cose in custodia, la condotta del danneggiato, che entri in interazione con la cosa, si atteggia diversamente a seconda del grado di incidenza causale sull’evento dannoso, in applicazione – anche ufficiosa – dell’art. 1227 c.c., comma 1, richiedendo una valutazione che tenga conto del dovere generale di ragionevole cautela, riconducibile al principio di solidarietà espresso dall’art. 2 Cost., sicché, quanto più la situazione di possibile danno è suscettibile di essere prevista e superata attraverso l’adozione da parte del danneggiato delle cautele normalmente attese e prevedibili in rapporto alle circostanze, tanto più incidente deve considerarsi l’efficienza causale del comportamento imprudente del medesimo nel dinamismo causale del danno, fino a rendere possibile che detto comportamento interrompa il nesso eziologico tra fatto ed evento dannoso, quando sia da escludere che lo stesso comportamento costituisca un’evenienza ragionevole o accettabile secondo un criterio probabilistico di regolarità causale, connotandosi, invece, per l’esclusiva efficienza causale nella produzione del sinistro. E quindi quanto più la situazione di pericolo è prevedibile, tanto più il danneggiato ha l’obbligo dell’adozione di cautele (Cass. 2480/18).

Ma nel caso di specie, proprio perché non vi era presenza abbondante di acqua, come accertato dal giudice, ma vi era l’umidità successiva al lavaggio, la situazione di pericolo era meno prevedibile, sicché l’efficienza causale del comportamento del danneggiato acquista minore rilievo.

In conclusione il giudice di merito dovrà valutare alla stregua del principio di cui a Cass. 2480/18 la fattispecie, ed alla stregua di tale principio valutare se vi è caso fortuito, concorso colposo del danneggiato ex 1227, comma 1, o esclusione di rilevanza causale della condotta del danneggiato.

8. Pertanto la Corte accoglie il primo, quarto e quinto motivo, dichiara inammissibile il secondo e terzo motivo, cassa la sentenza impugnata come in motivazione, e rinvia la causa alla Corte di Appello di Cagliari, in diversa composizione, anche per le spese di questo giudizio.

P.Q.M.

la Corte accoglie il primo, quarto e quinto motivo, dichiara inammissibile il secondo e terzo motivo, cassa la sentenza impugnata come in motivazione, e rinvia la causa alla Corte di Appello di Cagliari, in diversa composizione, anche per le spese di questo giudizio.

 


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