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Danno alla reputazione: ultime sentenze

23 Luglio 2021
Danno alla reputazione: ultime sentenze

Le pronunce giurisprudenziali sul danno all’immagine ed alla reputazione e sulla richiesta del danno extrapatrimoniale.

Danno alla reputazione e all’immagine: prova

Il danno alla reputazione e all’immagine non è in re ipsa dovendo, quindi, chi agisce per il risarcimento, allegare e provare i danni lamentati e subiti.

Tribunale Pistoia sez. I, 10/02/2021, n.48

Il danno conseguenza dev’essere provato

Il danno alla reputazione e all’immagine è un danno -conseguenza che richiede, pertanto, specifica prova da parte di chi ne chiede il risarcimento (principio richiamato per escludere il danno in re ipsa in relazione alla domanda di risarcimento danni da asserita illegittima segnalazione del proprio nominativo alla Centrale Rischi della Banca d’Italia).

Corte appello Firenze sez. I, 01/02/2021, n.230

Danno alla reputazione: prova e risarcimento

Nella diffamazione a mezzo stampa, il danno alla reputazione, di cui si invoca il risarcimento, non è in re ipsa, ma richiede che ne sia data prova, anche a mezzo di presunzioni semplici.

Corte appello Venezia sez. IV, 04/02/2020, n.352

Violazioni di diritti inviolabili della persona

Il danno non patrimoniale, anche quando sia determinato da violazioni di diritti inviolabili della persona, come la reputazione, costituisce danno conseguenza e va allegato e provato; quando il danno non patrimoniale deriva da un fatto che integra gli estremi di un reato è dovuto il risarcimento anche del danno morale inteso quale sofferenza soggettiva, patema d’animo causata dal reato. Nella diffamazione a mezzo stampa, il danno alla reputazione, all’onore, alla riservatezza, al decoro di cui parte attrice invoca il risarcimento, non è in re ipsa, ma richiede che sia data prova, anche a mezzo di presunzioni semplici.

Tribunale Palmi, 21/11/2018, n.1134

Il danno non patrimoniale da diffamazione a mezzo stampa 

Il danno non patrimoniale derivante da diffamazione a mezzo stampa, includendo anche una componente di danno all’immagine, va riconosciuto e risarcito sub specie di danno morale soggettivo perché si identifica con la sofferenza interiore, il patema d’animo, il turbamento, che originano da un fatto illecito integrante gli estremi di un reato o, comunque, da un fatto lesivo di interessi costituzionalmente rilevanti e il suo ammontare viene determinato equitativamente dal giudice, avendo riguardo alla gravità del fatto illecito, da cui origina il danno, all’intensità delle sofferenze patite dall’offeso ed a tutti gli elementi peculiari del caso concreto.

Tribunale Firenze sez. II, 12/10/2018, n.3103

Danno all’immagine e alla reputazione

Nel caso di specie, pertanto, la Corte è chiamata a valutare la fondatezza della domanda risarcitoria proposta dalla società, sotto il profilo della sussistenza di un condotta illecita dolosa o colposa attribuibile ai convenuti dipendenti, derivante dal reato di cui al D.Lgs. n. 22 del 1997, art. 53 -bis (concorso in attività organizzate per traffico illecito di rifiuti), dalla risoluzione del contratto di appalto con siglato con il Comune e che abbia cagionato alla società attrice un danno patrimoniale o non patrimoniale, e del nesso di causalità tra la condotta e l’evento lesivo.

Premesso che il giudice di rinvio, nell’ipotesi di proscioglimento degli imputati per avvenuta estinzione del reato per prescrizione, non è vincolato nella ricostruzione del fatto a quanto accertato dal giudice penale, la società attrice non ha per nulla assolto l’onere probatorio su di essa gravante, né con riferimento al danno all’immagine e alla reputazione, né in riguardo del danno patrimoniale, in tesi conseguente alla risoluzione del contratto di appalto e alla perdita di chances connessa alla sua esclusione dalle ulteriori gare indette dal Comune.

Corte appello Palermo sez. I, 11/04/2018, n.778

Valutazione del danno alla reputazione

In tema di risarcimento del danno per fatto illecito, la liquidazione del pregiudizio non patrimoniale sfugge necessariamente ad una valutazione analitica, restando affidata ad apprezzamenti discrezionali ed equitativi, anche se il giudice è tenuto ad indicare i criteri seguiti per una quantificazione che sia proporzionata alla gravità del reato ed all’entità delle sofferenze patite dal destinatario delle dichiarazioni ingiuriose o diffamatorie, tenendo conto di tutti gli elementi della fattispecie, tra cui l’età, il sesso, il grado di sensibilità del danneggiato, la gravità ed entità dell’offesa in sé. In particolare, con riguardo ai fatti lesivi dell’onore e della reputazione, sarà, altresì, necessario tener conto delle condizioni sociali del danneggiato in rapporto alla sua collocazione professionale e, più in generale, al suo inserimento nel contesto sociale, elementi, questi, che valgono a dare una più esatta dimensione quantitativa al discredito che l’offesa è in grado di produrre e, in definitiva, al pregiudizio da risarcire.

Tribunale Reggio Emilia sez. II, 06/07/2017, n.725

Diritto al risarcimento

È legittimo il risarcimento del danno all’immagine di un professionista decaduto illegittimamente dalla carica pubblica. Oltre al danno patrimoniale, infatti, merita un ristoro anche il danno non patrimoniale, costituito dalla diminuzione della considerazione della persona da parte dei consociati in genere. Tale danno, a ogni modo, non è riscontrabile “in re ipsa” ma deve essere allegato e provato da chi ne domandi il risarcimento. Ad affermarlo è il Consiglio di Stato in relazione a una vicenda cui era stata data grande rilevanza dai media che ha coinvolto un membro del consiglio di amministrazione dell’Istituto superiore di sanità e del comitato scientifico.

Consiglio di Stato sez. III, 03/11/2016, n.4615

Configurabilità del danno non patrimoniale

In materia di responsabilità civile, anche nei confronti delle persone giuridiche ed in genere degli enti collettivi è configurabile il risarcimento del danno non patrimoniale, da identificare con qualsiasi conseguenza pregiudizievole della lesione – compatibile con l’assenza di fisicità del titolare – di diritti immateriali della personalità costituzionalmente protetti, ivi compreso quello all’immagine, il cui pregiudizio, non costituendo un mero danno-evento, e cioè “in re ipsa”, deve essere oggetto di allegazione e di prova, anche tramite presunzioni semplici.

(Nella specie, la sentenza impugnata aveva liquidato il danno all’immagine in favore di una società operante nella grande distribuzione sulla base della sola considerazione che un tale operatore di mercato “mira a costruirsi una immagine ben riconoscibile”: la S.C. ha ritenuto inidonea tale motivazione, in quanto tautologica e priva di indicazioni dalle quali inferire, anche in via presuntiva, un discredito sociale subito dalla società).

Cassazione civile sez. III, 13/10/2016, n.20643

Risarcimento del danno: prescrizione

In tema di risarcimento del danno da fatto illecito, il termine prescrizionale quinquennale, inizia a decorrere dal momento in cui il danno si manifesta all’esterno divenendo oggettivamente percepibile e conoscibile.

Nel caso di specie trattasi di danno all’immagine ed alla reputazione derivante dal protesto ritenuto illegittimo. In tali casi la prescrizione inizia a decorrere dalla data della avvenuta pubblicazione del bollettino dei protesti cui è fisiologicamente attribuita la funzione di pubblicità-notizia.

Corte appello Napoli sez. IV, 09/06/2016, n.2304

Liquidazione del danno alla reputazione

Il danno recato alla reputazione, da inquadrare nell’ambito della categoria del danno non patrimoniale di cui all’art. 2059 cod. civ., deve essere inteso in termini unitari, senza distinguere tra “reputazione personale” e “reputazione professionale”, non concepibili alla stregua di beni diversi e pertanto non suscettibili di distinte domande risarcitorie, trovando la tutela di tale diritto – a prescindere dall’entità e dall’intensità dell’aggressione o dal differente sviluppo del percorso lesivo – il proprio fondamento nell’art. 2 Cost. e, in particolare, nel rilievo che esso attribuisce alla dignità della persona in quanto tale.

(In applicazione di tale principio, la S.C. ha confermato la decisione con cui il giudice di merito aveva operato una – unitaria – liquidazione del danno alla reputazione, identificata con il senso della dignità personale, non già “quam suis”, ma in conformità a quella acquisita nel contesto sociale e, quindi, anche – ma non solo – nell’ambito professionale).

Cassazione civile sez. III, 25/08/2014, n.18174



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