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Pensione: posso lavorare come amministratore?

29 Febbraio 2020
Pensione: posso lavorare come amministratore?

Sono il socio amministratore di una SRL artigiana. Il soggetto a cui mi sono rivolto per verificare la possibilità di ottenere la pensione mi ha detto che è necessario che cessi l’attività della società. E’ davvero così ? Come è regolato eventualmente questo requisito ?

In base a quanto chiarito dalla Cassazione (Cass. sent n. 5052 del 15.03.2016), perché il lavoratore dipendente possa ricevere la pensione di vecchiaia, o la pensione di anzianità o anticipata, è necessario che cessi l’attività sino alla decorrenza della pensione (art.22 co.1 lett c) L. 153/1969).

L’obbligo di cessare l’attività lavorativa subordinata è connesso alla finalità della pensione, cioè allo stato di bisogno che deriva dalla fine del rapporto di lavoro. L’obbligo di terminare l’attività lavorativa dipendente, in particolare, è stato introdotto dal decreto Amato (art.1, co.7, D.lgs 503/1992), ed è stato esteso alle pensioni liquidate con il sistema contributivo dalla legge Dini (art.1 co.20 L. 335/1995)

Per i lavoratori autonomi e parasubordinati, invece, la legge non prevede l’obbligo di cessare l’attività lavorativa. Il lettore, in quanto socio amministratore, non è obbligato alla cessazione dell’attività lavorativa, a meno che la pensione alla quale ha diritto non sia:

  • una pensione anticipata ottenuta in qualità di lavoratore precoce, con 41 anni di contributi;
  • una pensione anticipata con opzione quota 100 (art.14 D.L: 4/2019), che è incompatibile con qualsiasi attività lavorativa, sino al compimento dei 67 anni;
  • un assegno ordinario d’invalidità o una pensione d’inabilità o d’invalidità  specifica.

In particolare, chi ha diritto alla pensione d’inabilità (L. 222/1984; art.12 co.2 L. 335/1995) non può lavorare: la pensione di inabilità viene riconosciuta solo in seguito alla cessazione di ogni attività lavorativa, ed alla cancellazione da elenchi o albi.

I lavoratori dipendenti, oltre ad interrompere qualsiasi attività lavorativa, devono rinunciare all’indennità di disoccupazione (Naspi) e ad ogni altro trattamento sostitutivo o integrativo della retribuzione (ad esempio, i lavoratori agricoli devono essere cancellati dagli appositi elenchi anagrafici).

I lavoratori autonomi, cioè artigiani, commercianti e agricoltori, devono provvedere alla cancellazione dagli elenchi, e i professionisti si devono cancellare dagli albi.

L’assegno ordinario d’invalidità è cumulabile con i redditi da lavoro, ma limitatamente. Per i titolari di assegno di invalidità, difatti, la legge prevede una riduzione dell’assegno se il titolare continua a lavorare e supera un determinato limite di reddito. In particolare:

  • se il reddito supera 4 volte il trattamento minimo annuo l’assegno d’invalidità si riduce del 25%: in pratica, se il reddito supera 26.810,16 euro annui (che corrispondono al trattamento mensile, 515,58 euro per il 2020, moltiplicato per 13 mensilità e per 4), l’assegno d’invalidità è ridotto di ¼;
  • se il reddito supera 5 volte il trattamento minimo annuo l’assegno d’invalidità si riduce del 50%: in pratica, se il reddito supera 33.512,70 euro annui (che corrispondono al trattamento mensile, 515,58 euro, moltiplicato per 13 mensilità e per 5), l’assegno d’invalidità viene dimezzato.

Il trattamento derivante dal cumulo dei redditi con l’assegno di invalidità ridotto, in ogni caso, non può essere comunque inferiore a quello che spetterebbe qualora il reddito risultasse pari al limite massimo della fascia immediatamente precedente a quella nella quale il reddito posseduto si colloca.

Se l’assegno già ridotto resta lo stesso superiore al trattamento minimo, cioè supera 515,58 euro mensili, può subire un secondo taglio, in questo caso una trattenuta. L’applicabilità di questa riduzione dipende dall’anzianità contributiva dell’interessato:

  • con almeno 40 anni di contributi non deve essere applicata alcuna trattenuta aggiuntiva;
  • con meno di 40 anni di contributi scatta la seconda trattenuta, che varia a seconda che il reddito provenga da lavoro dipendente o autonomo:
  • relativamente al lavoro dipendente, la trattenuta è pari al 50% della quota di assegno che eccede il trattamento minimo, entro comunque l’importo dei redditi da lavoro percepiti;
  • relativamente al lavoro autonomo, invece, la trattenuta è pari al 30% della quota eccedente il trattamento minimo, ma non può essere superiore al 30% del reddito prodotto.

Questa seconda riduzione non può essere applicata in alcuni casi specifici (art. 10 D.lgs. 503/1992; Circ. Inps 197/2003).

Per quanto riguarda la pensione con quota 100, sino al compimento dell’età minima per l’accesso alla pensione di vecchiaia ordinaria (pari a 67 anni sino al 31 dicembre 2022), il trattamento non è cumulabile con la percezione di redditi di lavoro, sia subordinato che autonomo, ad eccezione dei redditi derivanti da attività di lavoro autonomo occasionale, nei limiti di 5.000 euro annui lordi.

Sono da considerare redditi da lavoro autonomo quelli comunque ricollegabili ad un’attività lavorativa svolta senza vincolo di subordinazione, indipendentemente dalle modalità di dichiarazione a fini fiscali.

I redditi da lavoro autonomo e d’impresa rilevano al lordo delle ritenute fiscali ed al netto dei contributi previdenziali ed assistenziali dovuti all’Inps.

A titolo esemplificativo, sono redditi rilevanti ai fini dell’incumulabilità con la pensione quota 100 (punto 1.1, circolare Inps 117/2019):

  • compensi percepiti per l’esercizio di arti;
  • redditi di impresa connessi ad attività di lavoro;
  • le partecipazioni agli utili derivanti da contratti di associazione in partecipazione, nei casi in cui l’apporto sia costituito dalla prestazione di lavoro; se non viene svolta attività lavorativa, l’interessato può rendere una dichiarazione di responsabilità in ordine alla qualità di socio che partecipa con capitale senza svolgere attività lavorativa; in questo caso, il reddito conseguito è considerato dall’Inps come reddito da capitale, pertanto cumulabile con la prestazione pensionistica;
  • diritti d’autore;
  • brevetti.

Sono invece redditi ininfluenti ai fini dell’incumulabilità con la pensione quota 100 (punto 1.3, circolare Inps 117/2019):

  • le indennità per cariche pubbliche elettive;
  • i redditi di impresa non connessi ad attività di lavoro;
  • le partecipazioni agli utili derivanti da contratti di associazione in partecipazione senza apporto di lavoro;
  • i compensi percepiti per l’esercizio della funzione sacerdotale;
  • le indennità percepite per l’esercizio della funzione di giudice di pace;
  • le indennità percepite dai giudici onorari aggregati per l’esercizio delle proprie funzioni o per l’esercizio della funzione di giudice tributario;
  • l’indennità sostitutiva del preavviso;
  • i redditi derivanti da attività socialmente utili svolte nell’ambito di programmi di reinserimento degli anziani;
  • le indennità percepite per le trasferte e missioni fuori del territorio comunale;
  • i rimborsi per spese di viaggio e di trasporto;
  • le spese di alloggio;
  • le spese di vitto che non concorrono a formare il reddito fiscalmente imponibile;
  • l’indennizzo per la cessazione dell’attività commerciale.

Infine, per quanto riguarda la pensione anticipata precoci, non è possibile cumulare il trattamento con qualsiasi tipologia di reddito di lavoro, sino alla maturazione “virtuale” dei requisiti contributivi per la pensione anticipata ordinaria. In buona sostanza, considerando che il requisito per questa pensione è pari a 41 anni, bisogna attendere, prima di poter cumulare lavoro e pensione, 10 mesi se donna e un anno e 10 mesi se uomo (in quanto i requisiti contributivi per la pensione anticipata ordinaria sono pari a 41 anni e 10 mesi per le donne ed a 42 anni e 10 mesi per gli uomini).

Altri casi di incumulabilità della pensione col reddito di lavoro riguardano le pensioni d’invalidità e inabilità specifiche, alle quali si applica una riduzione che corrisponde alla cd. “seconda riduzione” applicata all’assegno ordinario d’invalidità. Inoltre, sono limitatamente cumulabili con i redditi di lavoro eventuali integrazioni della pensione, come l’integrazione al trattamento minimo, la maggiorazione sociale base, l’incremento al milione e la quattordicesima.

Il lettore non specifica a quale tipologia di trattamento abbia diritto, né se abbia eventualmente diritto ad integrare questo trattamento.

In ogni caso, bisogna anche considerare che la pensione si cumula con eventuali redditi di lavoro ai fini della tassazione, e questo può determinare di fatto una cospicua riduzione del trattamento a causa dell’imponibile Irpef elevato, qualora i redditi derivanti dall’attività risultino consistenti.

Inoltre, non è possibile accedere al regime fiscale forfettario qualora il trattamento di pensione percepito nell’anno precedente sia risultato superiore a 30mila euro (L. 160/2020).

Bisogna infine ricordare che il pensionamento non annulla l’obbligo contributivo: solo i lavoratori ultrasessantacinquenni, titolari di impresa o collaboratori familiari, già pensionati presso le gestioni Inps, che continuano a svolgere lavoro autonomo, possono chiedere all’istituto di pagare la metà dei contributi dovuti sia sul minimale di reddito, sia sull’eventuale quota eccedente il minimale

Articolo tratto da una consulenza resa dalla Dott.ssa Noemi Secci, consulente del lavoro.



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