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Cessione del quinto: che succede se mi licenziano?

23 Febbraio 2020
Cessione del quinto: che succede se mi licenziano?

Qual è la sorte della cessione del quinto dello stipendio in caso di licenziamento e cassa integrazione?

Grazie alla cessione del quinto dello stipendio sei riuscito a ottenere un prestito. Da allora il tuo datore di lavoro trattiene, dalla busta paga, il 20% per darlo alla finanziaria. Ora, però, l’azienda è entrata in crisi e i tuoi capi ti hanno anticipato che, probabilmente, chiuderanno o manderanno tutti in cassa integrazione. In un’ipotesi del genere saresti impossibilitato a pagare le rate del prestito. Così inizi a farti una serie di domande: «In caso di cessione del quinto, che succede se mi licenziano? Posso chiedere la sospensione della cessione del quinto per il tempo in cui sarò in cassa integrazione e lo stipendio sarà ridotto?».

Risponderemo a queste domande nel presente articolo, togliendoti ogni dubbio a riguardo. Visto che siamo nell’argomento, affronteremo anche l’ipotesi delle dimissioni volontarie del dipendente. Ma procediamo con ordine.

Come avviene la cessione del quinto dello stipendio?

Grazie alla cessione del quinto, un dipendente pubblico o privato può ottenere un prestito da una finanziaria la quale si rivarrà sulle successive mensilità del suo stipendio nella misura del 20% per ciascuna di esse, fino alla restituzione del capitale più gli interessi. 

Per ottenere questo beneficio, il lavoratore si deve recare presso una finanziaria con i documenti attestanti il proprio rapporto di lavoro. Non c’è bisogno, quindi, di un ordine del giudice (il quale viene emesso nella diversa ipotesi di pignoramento a seguito di una procedura di esecuzione forzata intentata da un creditore). È, invece, la stessa finanziaria ad effettuare una formale comunicazione alla ditta datrice di lavoro, con la quale dà notizia dell’intervenuta cessione del credito retributivo del lavoratore, nella misura ivi indicata. 

La comunicazione non incide sul normale svolgimento del rapporto di lavoro. A seguito di questa comunicazione, il datore di lavoro è tenuto a destinare alla finanziaria quella parte della retribuzione ceduta dal proprio dipendente.

Alla sottoscrizione della cessione del quinto, il dipendente viene chiamato a concludere un’assicurazione che copra la finanziaria dal rischio di morte o perdita del lavoro. 

Inoltre, è possibile la cessione del quinto con il Tfr a garanzia: in questo caso, qualora il rapporto di lavoro dovesse concludersi prima dell’integrale restituzione del prestito, la finanziaria potrà rivalersi sul trattamento di fine rapporto che viene erogato dall’azienda. Secondo la giurisprudenza della Cassazione, la cessione del Tfr può avvenire senza alcun limite, quindi anche oltre il quinto dello stesso. Non operano, quindi, i tetti previsti invece per le buste paga.

Per il caso dei dipendenti pubblici esiste un vero e proprio diritto alla cessione del quinto dello stipendio cui la pubblica amministrazione datrice di lavoro non può mai sottrarsi [1]. Per i dipendenti del settore privato invece non c’è una legge ad hoc; tuttavia, vengono applicate le norme generali del codice civile e i principi di buona fede e correttezza nell’esecuzione del rapporto di lavoro che impediscono al datore di negare la cessione del quinto in assenza di validi motivi. Da ciò consegue che solo nell’ipotesi in cui il dipendente notifichi al proprio datore di lavoro la cessione a terzi del quinto dello stipendio l’azienda privata sarà tenuta ad effettuare le relative trattenute mensili. Sebbene non constino pronunce giurisprudenziali sullo specifico tema della cessione del quinto, la giurisprudenza di merito ha affermato che: «Il datore di lavoro ceduto, cui sia stata notificata la cessione del credito per Tfr, operata dal dipendente a favore di una finanziaria fino a concorrenza del credito residuo, è tenuto a pagare alla finanziaria questa somma, senza il limite del quinto, limite in questa fattispecie non operante» [2].

Cosa succede alla cessione del quinto in caso di licenziamento?

Come detto, la cessione del quinto viene garantita da una polizza assicurativa che copre il rischio di morte e di perdita del posto. 

Quindi, in caso di licenziamento – sia esso per motivi disciplinari o per ragioni inerenti l’organizzazione dell’azienda – a coprire il residuo prestito sarà la compagnia di assicurazioni. La quale, però, si sostituirà alla finanziaria nella qualità di creditore e potrà rivalersi, anche successivamente, contro il debitore insolvente. In buona sostanza, per il lavoratore che ha perso il posto cambia solo il nome del creditore.

Se, però, il dipendente ottiene un nuovo posto di lavoro presso un’altra azienda, la cessione del quinto si sposta presso quest’ultima.

Se poi la cessione del quinto è con «Tfr in garanzia», la finanziaria può rivalersi sulla buonuscita, arrivando anche a trattenerla integralmente se il proprio credito è pari o superiore ad essa. Secondo la Cassazione, non c’è alcun limite alla cessione del Tfr (leggi a riguardo Cessione del quinto dello stipendio con Tfr). Se, anche all’esito della trattenuta sul Tfr, la finanziaria dovesse continuare a vantare un credito, subentrerà l’assicurazione che coprirà il restante debito; quest’ultima, quindi, potrà rivalersi successivamente sul lavoratore. 

È chiaro che se il lavoratore è nullatenente e senza reddito, perché ormai disoccupato, l’assicurazione avrà ben poco su cui rivalersi e, dopo qualche sollecito di pagamento e tentativo di pignoramento, abbandonerà la “presa”. 

Se il dipendente ha concluso un contratto di cessione del quinto ben sapendo che, a breve, sarebbe stato licenziato (si pensi a un lavoratore nei cui confronti è stata già inviata una lettera con l’avvio del procedimento disciplinare) può essere querelato per insolvenza fraudolenta. Negli altri casi, invece, il fatto di non aver pagato un debito non può essere considerato reato.

Cosa succede alla cessione del quinto in caso di cassa integrazione?

La cassa integrazione ordinaria o straordinaria comporta sempre una drastica riduzione dello stipendio erogato al dipendente. Peraltro, la cassa integrazione non è immediata e, spesso, per ottenerla bisogna attendere diverso tempo. Cosa succede, in questo frangente, alla cessione del quinto? 

In presenza di CIG,la busta paga viene ricevuta normalmente dal lavoratore e lo stipendio delle ore interessate viene ridotto a circa l’80%. Poiché si è ancora in presenza di una normale busta paga, la cessione del quinto continua ad operare. Chiaramente, l’importo che verrà erogato alla finanziaria sarà ridotto visto che non viene calcolato in misura fissa, ma percentuale (appunto il 20%, ossia il quinto dello stipendio). Pertanto, al diminuire della busta paga diminuirà anche la trattenuta. 

Si può chiedere una riduzione della rata solo se lo stipendio si riduce di oltre il 30%. Nel caso di CIG, invece, la riduzione è di non oltre il 20%; pertanto non è possibile richiedere la riduzione della rata e il conseguente ricalcolo del piano di ammortamento.

Quando ottenere la sospensione della rata della cessione del quinto?

La legge prevede che, in caso di riduzione dello stipendio superiore al 50%, è possibile ottenere una momentanea sospensione della cessione del quinto. In tal caso, l’assicurazione si sostituisce al cliente e diventa il debitore. La durata della cessione rimane invariata. L’assicurazione coprirà pertanto le spese del cliente, ma per un periodo limitato di tempo. La sospensione avrà termine quando il lavoratore sarà stato reintegrato o avrà trovato un altro impiego. Durante questo periodo, però, maturano ugualmente gli interessi. 

Se all’esito di tale periodo il dipendente dovesse perdere il posto di lavoro si applicheranno le regole che abbiamo illustrato sopra. 


note

[1] Art. 5 del Dpr 5 gennaio 1950, n. 180.

[2] Pretura di Torino, 3 gennaio 1995, in Giurisprudenza piemontese, 1995, pagina 433.


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2 Commenti

  1. E se invece della cessione volontaria si ha una trattenuta alla fonte dovuta a pignoramenti del quinto dello stipendio, cosa succede in caso di perdita del lavoro?

    1. La legge stabilisce che, nel caso di cessazione dal servizio prima che sia estinta la cessione del quinto dello stipendio, l’efficacia di quest’ultima si estende in automatico sulla pensione o su qualsiasi altro assegno continuativo equivalente che all’ex lavoratore venga liquidato in conseguenza della cessazione stessa, dall’amministrazione dalla quale dipendeva o da istituti di previdenza o di assicurazione ai quali fosse iscritto per effetto del rapporto di impiego o di lavoro. La quota da trattenere non può eccedere il quinto della pensione o assegno continuativo. Invece, qualora la cessazione dal servizio, anziché ad una pensione o altro assegno continuativo equivalente dia diritto ad una somma una volta tanto (cosiddetta una tantum), a titolo di indennità o di capitale assicurato, a carico dell’amministrazione o di un istituto di previdenza o di assicurazione, tale somma è trattenuta fino alla concorrenza dell’intero residuo debito per cessione. In pratica, c’è una compensazione tra il credito residuo della finanziaria e l’importo che deve essere versato all’ex lavoratore. Pertanto, nel caso in cui il dipendente, alla cessazione del rapporto di lavoro, inizi a percepire un trattamento pensionistico o un assegno continuativo equivalente, la misura delegata rimarrà pari al quinto; nel caso in cui, invece, a seguito della cessazione del rapporto percepisca una somma una tantum, tale somma potrà essere trattenuta fino alla concorrenza dell’intero residuo debito. In mancanza di espliciti divieti legali, è legittima la cessione del credito del lavoratore per trattamento di fine rapporto o per qualsivoglia altra somma corrisposta una tantum alla cessazione del rapporto di lavoro. Tali principi sono stati affermati dal tribunale di Trapani che così ha sintetizzato tutta la questione «In materia di cessione del quinto dello stipendio e di delegazione di pagamento a carico del datore di lavoro, se il dipendente, alla cessazione del rapporto di lavoro, inizi a percepire un trattamento pensionistico o un assegno continuativo equivalente, la misura delegata rimarrà pari al quinto; nel caso in cui, invece, a seguito della cessazione del rapporto percepisca una somma una tantum, tale somma potrà essere trattenuta fino alla concorrenza dell’intero residuo debito».
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