Arriva una tassa mondiale unica

22 Febbraio 2020 | Autore:
Arriva una tassa mondiale unica

Il G20 sta lavorando alla riforma fiscale globale: un’aliquota minima unica sui profitti, per evitare le fughe verso i paradisi fiscali a regime agevolato.

Una nuova imposta internazionale, che prevederà un’aliquota fiscale unica e uguale nei diversi Stati del mondo: è la proposta sul tavolo del G20, il gruppo dei 20 Paesi più industrializzati del mondo – tra cui l’Italia – che si riunisce oggi a Riad, in Arabia Saudita.

I 20 ministri delle Finanze e governatori delle Banche centrali dei Paesi membri si incontreranno per discutere delle nuove norme sulla tassazione internazionale: si va in direzione di una riforma fiscale globale. L’intenzione è quella di procedere in fretta: le nuove regole dovrebbero arrivare “entro il 2020” come stabilito dall’Ocse, l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, che ha stabilito un calendario ambizioso, rendendosi conto che ad oggi le multinazionali, e specialmente i giganti del web e della new economy, scavalcano i confini degli Stati per pagare meno tasse sugli enormi profitti che realizzano.

Il ministro delle Finanze tedesco, Olaf Scholz, che è anche vice cancelliere tedesco, cioè il numero 2 della Germania dopo Angela Merkel, ha già chiesto un accordo entro la fine dell’anno: “Non mi aspetto risultati concreti qui, ma tutti sanno che quest’anno deve riuscire l’obiettivo”, ha affermato oggi prima dell’avvio dei lavori, come riporta l’agenzia stampa Adnkronos.

Il punto di maggior impatto per imprese e contribuenti è la nuova aliquota fiscale: sarà minima, come un pavimento al di sotto del quale non si potrà scendere, e globale, cioè applicata senza eccezioni in tutti gli Stati membri. Lo scopo è di rendere meno attraente la fuga di capitali verso i paradisi fiscali, contro i quali i Paesi industrializzati hanno già intrapreso un giro di vite allargando le proprie black list per evitare di perdere il gettito fiscale delle società che trasferiscono in quelle sedi i propri profitti.

Così sarà chiesto alle grandi imprese – e innanzitutto ai giganti del web, come Google, Amazon e Facebook – di pagare di più, versando le imposte dovute negli Stati dove esercitano le attività e realizzano i loro guadagni; si va verso l’eliminazione delle zone a fiscalità privilegiata che oggi consentono facilmente di beneficiare di regimi di favore trasferendo la sede fiscale in Paesi diversi da quelli dove si realizza il fatturato. Infatti nel futuro, con la riforma approvata dal G20, queste società dovranno comunque pagare l’aliquota minima negli Stati dove hanno effettuato le forniture e ottenuto i ricavi.

Un modo efficace anche per realizzare un’effettiva digital tax, che è molto più della web tax perché colpirebbe anche le banche, gli operatori telefonici, i fornitori di servizi finanziari e tecnologici e gli esportatori di beni a livello internazionale. Ci sono però molti nodi da sciogliere: le questioni sono sia a livello politico (con gli Usa, ad esempio, che tendono a difendere i big tech che hanno tutti sede statunitense, ma anche i grandi gruppi industriali dell’economia tradizionale),  sia di carattere tecnico, come il difficile modo di evitare le doppie imposizioni, cioè i fenomeni per i quali i profitti vengono tassati due volte, nel Paese di competenza in base alle nuove regole e nello specifico Stato dove l’impresa ha la sede fiscale.



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