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Come tutelare la casa in caso di divorzio

24 Febbraio 2020
Come tutelare la casa in caso di divorzio

Assegnazione della casa coniugale all’ex moglie in comunione o separazione dei beni: c’è un modo per tenere per sé l’abitazione? 

Come il pagamento dell’assegno di mantenimento, l’assegnazione della casa all’ex coniuge è forse il rischio maggiore connesso al fallimento di un matrimonio. In pratica, in caso di separazione e divorzio, il giudice può assegnare l’abitazione familiare al coniuge che non ne è proprietario fino a quando i figli diventano autonomi. C’è un modo per evitare che ciò si verifichi? Come tutelare la casa in caso di divorzio? Cerchiamo di spiegare come stanno le cose in questa breve guida.

Quando la casa va all’ex coniuge

Contrariamente a ciò che spesso si crede, né l’assegno di mantenimento, né l’assegnazione dell’abitazione all’ex coniuge sono provvedimenti punitivi. Essi cioè non scattano come sanzioni per la violazione di uno degli obblighi del matrimonio. Anche il marito che non si macchia di infedeltà, che non scappa di casa, che non picchia la moglie può quindi subire tali conseguenze. Questo perché le finalità di tali misure sono da ravvisarsi in altre esigenze. Ecco come stanno le cose.

L’assegno di mantenimento (che scatta dopo la separazione) e l’assegno divorzile (che scatta dopo il divorzio e sostituisce il precedente) sono la conseguenza di una situazione di disparità di reddito tra i due coniugi. Se l’uno è benestante e l’altro invece non è autosufficiente (situazione che non deve essere dovuta a sua colpa, come nel caso di chi, per scelta, non vuol lavorare o non si dà animo di trovare un’occupazione), allora il giudice condanna il primo a versare al secondo l’assegno periodico. Questo assegno mira a garantire al coniuge meno abbiente l’autonomia economica. Le parti possono, però, accordarsi per un assegno una tantum ossia versato in un’unica soluzione. 

Solo il coniuge colpevole per la fine del matrimonio, che quindi abbia subito il cosiddetto “addebito”, non può chiedere il mantenimento. È ciò che succede all’infedele, al violento, a chi si disinteressa del coniuge e non gli presta la dovuta assistenza, è violento, ecc.

Invece, l’assegnazione della casa coniugale scatta tutte le volte in cui la coppia abbia figli e questi non sono ancora autonomi, ossia titolari di un proprio reddito che consenta loro di andare a vivere da soli. Siccome, in tali ipotesi, il giudice colloca i figli presso uno dei due coniugi (che, fino all’età scolare, è quasi sempre la madre), a quest’ultimo viene assegnato il diritto di continuare a vivere nell’abitazione familiare. Lo scopo di tale provvedimento non è assegnare a quest’ultimo un ulteriore beneficio economico ma evitare che i bambini possano subire ulteriori traumi oltre a quello – inevitabile – della disgregazione della famiglia. L’assegnazione della casa serve, quindi, a far sì che i figli continuino a vivere nello stesso habitat, senza doversi trasferire in un altro luogo (cosa che di solito comporta anche il cambiamento di abitudini, scuola, amicizie, ecc.).

Con l’assegnazione della casa, il giudice garantisce al coniuge presso cui vengono collocati i figli il diritto di abitazione finché questi ultimi resteranno con lui. E ciò a prescindere dal fatto che l’immobile sia in comunione dei beni o, addirittura, di proprietà integrale dell’ex. 

Tale disciplina è contenuta nel codice civile. Si stabilisce, in particolare, che «Il godimento della casa familiare è attribuito tenendo prioritariamente conto dell’interesse dei figli. Dell’assegnazione il giudice tiene conto nella regolazione dei rapporti economici tra i genitori, considerato l’eventuale titolo di proprietà. Il diritto al godimento della casa familiare viene meno nel caso che l’assegnatario non abiti o cessi di abitare stabilmente nella casa familiare o conviva more uxorio o contragga nuovo matrimonio». 

Dunque, nel disciplinare l’attribuzione dell’uso della dimora della famiglia dopo la fine della convivenza della coppia, la legge prevede come imperativa la tutela dell’habitat per i figli minori coinvolti. La Cassazione ha sempre confermato come l’assegnazione del godimento della casa familiare tuteli l’interesse prioritario dei figli a permanere nella stessa, perché questa è «intesa come il centro degli affetti degli interessi e delle consuetudini, in cui si articola e si esprime la vita» della famiglia [1].

Quando si perde il diritto di abitare la casa coniugale?

Il diritto di abitazione nella casa coniugale cessa quando i figli vanno a vivere da soli o quando diventano indipendenti economicamente o quando il genitore decide di trasferirsi (ad esempio, per andare a vivere in un’altra città o dai propri genitori).

Si può tutelare la casa in caso di divorzio?

Spesso, si crede che, optando al momento del matrimonio per un regime di separazione dei beni (con esclusione quindi della comunione) si possa evitare che la casa vada a finire all’ex coniuge. Si tratta di una convinzione errata. Come detto, infatti, il tribunale può assegnare il diritto di abitazione indipendentemente dalla proprietà dell’immobile. Non conta cioè se la casa sia in comproprietà o di proprietà esclusiva del marito: ciò che conta è se la coppia ha figli non autonomi. In assenza di prole, il giudice non ha alcun potere di assegnare la casa a un soggetto diverso dal suo proprietario.

Quindi, l’unico modo per tutelare la casa è, evidentemente, non comprarla o non avere figli. L’assegnazione della casa si perde anche quando l’ex coniuge inizia una stabile convivenza con un’altra persona, trasferendosi presso quest’ultima.

Anche chi acquista l’immobile e lo intesta a un’altra persona (ad esempio, un genitore) per poi farselo assegnare in via di comodato non evita l’assegnazione all’ex coniuge. Salvo, infatti, che il comodato sia convenuto per iscritto e con indicazione di una data di scadenza, anche la casa oggetto di prestito può essere assegnata all’ex coniuge. Leggi sul punto Se la casa coniugale è dei suoceri.

Anche una volta assegnata la casa, si può successivamente chiedere al tribunale la revoca del provvedimento. La legge indica i seguenti fatti, in presenza dei quali le parti possono chiedere al giudice di revocare l’assegnazione della casa familiare:

  • i figli non convivono più o diventano economicamente indipendenti;
  • il coniuge assegnatario non abita più nella casa familiare o cessa di abitarvi stabilmente;
  • il coniuge assegnatario inizia una convivenza more uxorio nella casa assegnata o contrae nuovo matrimonio o inizia una convivenza more uxorio anche non convivendo nella casa coniugale;
  • uno dei coniugi cambia la propria residenza o domicilio. Al verificarsi di uno di questi fatti, l’assegnazione non viene meno di diritto: spetta al coniuge interessato chiedere la revoca al tribunale, il quale decide in base alla valutazione dell’interesse primario dei figli minori.  

note

[1] Cass. sent. n. 5384/1990.

È necessario presentare istanza di assegnazione della casa coniugale se i figli hanno raggiunto la maggiore età ma non sono in grado di provvedere autonomamente al proprio mantenimento. L’assegnazione d’ufficio della casa coniugale è infatti applicabile alla sola casistica della tutela dei figli minori; per i figli maggiorenni è invece necessario presentare la domanda.

Cassazione, ordinanza 10204 dell’11 aprile 2019 

Non costituisce diritto reale di godimento l’assegnazione della casa coniugale al coniuge convivente con i figli. Il provvedimento riconosce solo un atipico diritto personale di godimento, con la conseguenza che il coniuge assegnatario non è per questo soggetto tenuto al pagamento dell’imposta sulla casa, se non è proprietario in quota parte.

Cassazione, ordinanza 7395 del 15 marzo 2019

Nel giudizio di comparazione dei patrimoni dei coniugi per l’attribuzione di un assegno divorzile non rileva l’uso di mero fatto da parte di uno dei coniugi della casa coniugale. Il risparmio di spesa può, infatti, avere rilievo solo se vi sia un provvedimento di assegnazione: altrimenti, è una situazione precaria e le difficoltà di liberazione esulano dalla valutazione del giudice del divorzio.

Cassazione, sentenza 9535 del 4 aprile 2019

È necessario fornire rigorosa prova di un evento antecendente, che dimostri la cessazione del vincolo pertinenziale, laddove si contesti il riconoscimento dell’assegnazione della casa coniugale e delle sue pertinenze al coniuge collocatario dei figli. Se manca tale prova la tutela dell’unicità dell’abitazione familiare con le relative pertinenze non può essere disattesa.

Cassazione, ordinanza 510 del 14 gennaio 2020

Bell’opponibilità a terzi dell’assegnazione della casa coniugale vale il principio della centralità del tempo. L’assegnazione è opponibile solo quando il terzo ha acquistato la proprietà con la clausola di rispetto del titolo di detenzione qualificata derivante al coniuge dal negozio familiare, o se il terzo abbia concluso un contratto di comodato con il coniuge che occupa l’immobile.

Cassazione, ordinanza 9990 del 10 aprile 2019 


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