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Coronavirus: come il virus dell’ignoranza uccide l’economia

25 Febbraio 2020 | Autore:
Coronavirus: come il virus dell’ignoranza uccide l’economia

L’isteria collettiva sta già avendo delle conseguenze sui mercati, sugli investimenti, sulla produzione e sull’export. Avanti così, si toccherà il fondo.

Di fronte a qualsiasi emergenza, il pericolo maggiore è quello di perdere la testa. Va da sé che la priorità assoluta è quella di tutelare i beni più preziosi e indiscutibili, cioè la vita umana e la salute dei cittadini. Ma è indiscutibile – e ne stiamo avendo già i primi evidenti segnali – che l’isteria collettiva può comportare un prezzo molto alto anche quando l’emergenza sanitaria sarà finita (ci si augura che ciò succeda al più presto). E potrebbe essere troppo tardi per accorgersi di come il virus dell’ignoranza uccide l’economia dopo che il coronavirus ha ucciso delle persone.

Nei pochi giorni trascorsi da quando sono iniziati i contagi a catena (sarebbe meglio dire da quando si è avuto notizia dei contagi), c’è stato un preoccupante scossone nei mercati. Lo spread è tornato a salire in modo pericoloso: il lavoro fatto da fine gennaio per farlo scendere è stato banalizzato. I rendimenti di Btp a 10 anni sono aumentati, il tasso dei Bund tedeschi precipitato. Ce ne siamo occupati in questo articolo spiegando come il coronavirus danneggerà gli investitori in titoli di Stato. L’euro rispetto al dollaro è sceso ai livelli di maggio 2017. Insieme alla febbre del virus è arrivata quella dell’oro, il bene rifugio per eccellenza sul quale molti risparmiatori stanno mettendo di nuovo le mani.

A tutto ciò si aggiunge il comportamento di migliaia di persone terrorizzate dall’idea di restare con il frigorifero vuoto, di essere contagiati in qualsiasi modo ed in qualsiasi luogo. Ecco, allora, lo svuotamento delle città, delle aziende, delle scuole, di qualsiasi luogo di aggregazione. Tranne uno: il supermercato. Scaffali vuoti come le strade delle grandi metropoli, come se si attendesse che un attacco atomico dovesse costringere la popolazione a barricarsi in casa per mesi. I prezzi di mascherine e di disinfettanti (ammesso che si trovino) sono schizzati.

Il mondo della cultura e del tempo libero è chiuso fino a nuovo ordine. Il settore fieristico milanese doveva vivere in questi giorni uno degli appuntamenti più attesi (e, soprattutto, più proficui) dell’anno: la Settimana della moda. Triste vedere sfilare a porte chiuse le modelle di Armani, triste vedere con le serrande abbassate i locali che puntano su questo evento per riempirsi la sera. Altre fiere, come quella degli occhiali a Milano o il Cosmoprof a Bologna, sono state rinviate. Per non parlare degli effetti sul carnevale di Venezia, dove al posto delle maschere ci sono le mascherine. Milioni di euro uccisi dal coronavirus.

La gente osserva gli uffici pubblici con ingressi limitati (quando sono aperti). Vai dal medico di famiglia a fare una ricetta e trovi un cartello all’ingresso dell’ambulatorio: non possono entrare più di 5-6 persone, le altre devono attendere per strada. I cittadini commentano, amplificano il problema, arrivano alla conclusione che la situazione è davvero grave, che bisogna correre ai ripari.

È notizia di questa mattina che Ryanair sta valutando la cancellazione di voli da e per l’Italia. Entro sera, la compagnia aerea irlandese dovrebbe comunicare la sua decisione.

Il tutto risponde, appunto, ad una vertiginosa successione di chiacchiere e di disinformazione che rischia di avere degli effetti devastanti, come sempre succede quando, anziché la lucidità di fronte ad un evento straordinario, regna la confusione. E non solo tra la popolazione.

La confusione, infatti, arriva da chi dovrebbe rassicurare i cittadini e, invece, crea ulteriore caos. Succede quando chi guarda il telegiornale vede due eminenze della virologia italiana discutere su come deve essere affrontata l’emergenza sanitaria, rischiando che qualcuno dia più peso a ciò che qualche improvvisato «spara» su Twitter.

Il Governo non vuole allarmismi, ma non dà dei segnali molto rassicuranti. Il premier Giuseppe Conte, in prima persona, avverte che l’impatto economico può essere molto forte. Che il coronavirus avrà sicuramente degli effetti negativi ma che c’è spazio per il peggio, come nella legge di Murphy. Non sono soltanto i mercati a suonare il campanello d’allarme: ci si mette pure il Pil, che già negli ultimi tre mesi era sceso e che ora rischia di fare un salto indietro degno da un acrobata da circo. Ed insieme alla mancata crescita, l’Istat si attende un dato negativo anche sull’export. Siamo a cavallo, insomma.

Eppure, se c’è un libro che dovrebbe essere consultato più spesso è quello di storia. Senza voler sottovalutare in alcun modo le possibili conseguenze negative da un punto di vista sanitario del coronavirus, converrebbe comunque ricordare che cos’è successo anche in tempi recenti in situazioni simili e quale rapporto possa avere il Covid-19 con altre epidemie. Anche con quella della cosiddetta «banale influenza», che ogni anno uccide più persone in percentuale di quanto stia facendo il coronavirus. Ma nessuno svuota gli scaffali dei supermercati o corre a comprare oro ogni mese di febbraio, quando buona parte degli italiani è a letto con la febbre e qualcuno ci lascia le penne. La febbre suina di una decina di anni fa avrebbe dovuto portarsi via circa 150mila persone.

La tanto temuta Sars uccise 800 persone in tutto il mondo, il doppio dell’Aviaria che fece smettere di comprare uova, polli e galline a tanta gente. E così via, andando a ritroso nel tempo: c’è un’emergenza, si scatena il panico, si buttano in giro delle stime catastrofiche ma, nell’arco di poco tempo, ci si accorge che erano, appunto, fin troppo catastrofiche. E tutti se ne dimenticano. Ignorando che se non è stato il coronavirus a ucciderli, potrebbero farlo le conseguenze economiche di un comportamento fuori luogo e fin troppo esagerato.

Perché molte delle responsabilità in tutto questo contesto ce l’ha, come si diceva, l’isteria collettiva, frutto quasi sempre dell’ignoranza. Intesa come disinformazione, mancanza di capacità di riflettere su quello che realmente sta accadendo adesso. Il famoso concetto del «mettere il carro davanti ai buoi»: una reazione sproporzionata alle dimensioni di un problema.

L’allarmismo generato da chi, in mancanza di una guida concreta e credibile, si improvvisa scienziato, virologo, «tuttologo» sta generando il panico generalizzato e portando l’Italia e gli italiani a compiere delle scelte esagerate sulle quali, prima o poi, pagheranno il prezzo. Come suggerisce questa mattina sul Sole 24Ore Fabio Tamburini, «occorre prima che sia troppo tardi, capire che l’emergenza va governata senza catastrofismi. Soltanto così riusciremo ad evitare che questo Paese – il nostro Paese – si schianti con la velocità di una Ferrari contro un muro».



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2 Commenti

  1. Gli unici a fare propaganda panicale sul virus sono:
    GIORNALI QUOTIDIANI LOCALI E NAZIONALI (la maggioranza)
    esempio:
    ILPICCOLO primo quotidiano della venezia giulia
    lunedì 24 febbraio ben 9 facciate dedicate + un inserto speciali di 8 facciate
    martedì 25 febbraio 8 facciate
    mercoledì fino a pagina 16 intercalate da pagine intere di pubblicità
    poi RADIO continui aggiornamenti
    poi TELEVISIONE infinite su tutti i programmi TG e Varietà
    Forse l’unico quotidiano controcorrente è ILFATTOQUOTIDIANO!
    ma allora chi fa terrorismo e opressione informativa?
    cordialmente

    1. La colpa è notorio ricade sempre sui cittadini,esseri stupidi,ignoranti,causa di tutte le deficienze.Mai dei politicanti,dei clienti,dei traditori e dei prezzolati.Giusto?

Rispondi a roberto (Trieste) Annulla risposta

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