Diritto e Fisco | Articoli

Offendere gli abitanti di una città o di una Regione è reato?

25 Febbraio 2020
Offendere gli abitanti di una città o di una Regione è reato?

Denigrare gli abitanti del Sud, di una Regione d’Italia o di una città è reato? Si può essere denunciati per un post razzista?

Siamo abituati ai cori da stadio che, soprattutto nei derby, fanno del campanilismo il proprio motivo portante. Ma che succede se si trascende dal gioco e le frasi diventano vere e proprie discriminazioni ai danni di determinate aree geografiche del Paese? Ad esempio, scrivere «Forza Vesuvio» è consentito o no? E dire: «Siciliani mafiosi» è reato? Insomma, offendere gli abitanti di una città o di una Regione è reato?

La questione è finita proprio di recente sul banco della Cassazione [1]. Alla corte è stato prospettato il caso di un consigliere provinciale di Monza appartenente a una nota forza politica che, in una invettiva contro i napoletani, ne aveva auspicato la morte collettiva. Al di là del giudizio politico che si può dare a una vicenda del genere, tenendo conto del ruolo istituzionale che certe persone rivestono e che, proprio in virtù di ciò, dovrebbero dare il buon esempio, è lecito chiedersi cosa succederebbe se la stessa frase fosse pronunciata da una persona qualsiasi, ad esempio su un post su Facebook o su uno striscione al campo di calcio. 

Il razzismo è reato?

Non esiste un vero e proprio reato di razzismo. L’odio razziale è solo una aggravante che presuppone un altro reato a cui “collegarsi”: da questo collegamento discende un aumento della pena. L’aggravante scatta per aver propagandato idee fondate sulla superiorità o sull’odio razziale o etnico, oppure per aver istigato a commettere o commette atti di discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi [2].

Se però non c’è un reato a monte della condotta, pronunciare offese basate sulla razza non costituisce reato. Sulla base di ciò, di recente, la Cassazione [3] ha scagionato una persona che aveva detto «negro di mer…» a un’altra di colore. 

Dire, in generale, a qualsiasi persona, «sei un uomo di mer…» è sicuramente un’offesa. Scatta perciò l’ingiuria. Ma l’ingiuria non è più reato, essendo stata depenalizzata nel 2016. Oggi, a fronte di questo comportamento, si sconta una semplice sanzione di carattere amministrativo (subordinata peraltro all’avvio di una causa civile di risarcimento del danno intentata dalla vittima). Non ci può quindi essere alcuna aggravante dell’odio razziale visto che non c’è reato.

Offendere la popolazione di una città è razzismo?

La Cassazione ha assolto il consigliere provinciale dall’accusa di razzismo per aver scritto su Facebook «Forza Etna, forza Vesuvio, forza Marsili» a commento di una foto surreale, cioè un’Italia che, vista dal satellite, comprende solo le regioni del Centro-Nord, escludendo il resto dello Stivale, partendo dall’Abruzzo e dal Lazio.

Per i Giudici della Cassazione il commento è sì caratterizzato da «toni spregevoli moralmente e contrastanti con le più elementari regole del buon senso» ma non è tale da giustificare una condanna per “razzismo”. 

In particolare i giudici spiegano che la condotta in questione è «sprovvista delle connotazioni discriminatorie e propagandistiche», poiché «il contenuto del commento» postato su Facebook «non possedeva caratteristiche tali da offendere il bene giuridico protetto dalla norma», cioè «l’attività comunicativa posta in essere, tenuto conto del social network su cui veniva espressa, non poteva ritenersi finalizzata a diffondere contenuti discriminatori a un numero indeterminato di soggetti».

In premessa i magistrati spiegano che «il commento telematico» in discussione «costituisce una manifestazione del pensiero che, sotto il profilo ideologico, rimanda a disvalori di discriminazione razziale e di intolleranza» da inquadrare nell’ottica di una «divulgazione di opinioni finalizzata ad influenzare il comportamento o la psicologia di un vasto pubblico e a raccogliere adesioni» e di «un odio razziale o etnico» integrato da «un sentimento idoneo a determinare il concreto pericolo di comportamenti discriminatori, e non da qualsiasi sentimento di generica antipatia, insofferenza o rifiuto riconducibile a motivazioni attinenti alla razza, alla nazionalità o alla religione». Difatti, «la discriminazione per motivi razziali è quella fondata sulla qualità personale del soggetto, e non, invece, sui suoi comportamenti».

Secondo i Giudici, però, in questo caso il commento postato dal consigliere provinciale della Lega «non può essere valutato per la sua astratta valenza discriminatoria, ma va contestualizzato e inserito nel contesto comunicativo, palesemente paradossale, in cui vengono pronunciate le parole incriminate, che sono esternate a commento di un’immagine satellitare dell’Italia priva delle regioni centro-meridionali, accompagnata dalla frase – contrastante con le più elementari norme del buon senso – “il satellite vede bene, difendiamo i confini”». 

La comunicazione postata su Facebook dall’assessore, insomma, si salva perché non aveva connotazioni propagandistiche. Anche per la Cassazione è evidente «il tono paradossale» e privo di «connotazioni discriminatorie e propagandistiche» del post condiviso online dall’esponente della Lega.


note

[1] Cass. sent. n. 6933/2020 del 21.02.2020.

[2] Art. 604bis cod. pen.

[3] Cass. sent. n. 40014/2019 del 30.09.2019.

Corte di Cassazione, sez. I Penale, sentenza 26 novembre 2019 – 21 febbraio 2020, n. 6933

Presidente Saraceno – Relatore Centonze

Ritenuto in fatto

1. Con sentenza emessa il 15/03/2017 il Tribunale di Monza condannava l’imputata Do. Ga. alla pena di venti giorni di reclusione, giudicandola colpevole del reato ascrittole, ai sensi dell’art. 1 decreto-legge 26 aprile 1993, n. 122, convertito, con modificazioni, dalla legge 25 giugno 1993, n. 205, accertato a Desio e Barlassina il 31/10/2012.

L’imputata, inoltre, veniva condannata al risarcimento dei danni in favore della parte civile costituita, An. Pi., che venivano quantificati nella misura simbolica di 1,00 Euro.

2. Con sentenza emessa il 14/11/2018 la Corte di appello di Milano, pronunciandosi sull’impugnazione proposta dall’imputata, in riforma della decisione appellata, assolveva Do. Ga. dal reato ascrittole perché il fatto non sussiste.

3. I fatti di reato in contestazione, a fronte delle divergenti conclusioni dei Giudici di merito, sono incontroversi nella loro materialità e riguardano l’attività di propaganda fondata sulla superiorità razziale ed etnica degli italiani settentrionali rispetto a quelli meridionali, posta in essere dall’imputata attraverso il social network Facebook, sul quale commentava un’immagine satellitare dell’Italia priva delle regioni centro-meridionali, comprese il Lazio e l’Abruzzo, accompagnata dalla dicitura “il satellite vede bene, difendiamo i confini”, che commentava con l’inserimento della frase “Forza Etna, Forza Vesuvio, Forza Marsili”.

In questa, incontroversa, cornice, il Tribunale di Monza riteneva che il post inserito su Facebook, sopra citato, possedesse connotazioni discriminatorie e propagandistiche idonee a concretizzare la fattispecie di reato contestata a Do. Ga., ai sensi dell’art. 1 decreto-legge n. 122 del 1993. Infatti, al commento postato dall’imputata dovevano attribuirsi contenuti di discriminazione, accentuati dalla diffusione virale della comunicazione nella rete telematica.

Di contrario avviso, invece, era la Corte di appello di Milano che riteneva la condotta posta in essere dall’imputata sprovvista di quelle connotazioni discriminatorie e propagandistiche indispensabili alla configurazione della fattispecie in contestazione, atteso che il contenuto del commento postato da Do. Ga. non possedeva caratteristiche tali da offendere il bene giuridico protetto dalla norma.

Si evidenziava, al contempo, che l’attività comunicativa posta in essere dall’imputata, tenuto conto del social network su cui veniva espressa, non poteva ritenersi finalizzata a diffondere a un numero indiscriminato di soggetti i contenuti discriminatori sanzionati dall’art. 1 decreto-legge n. 122 del 1993; connotazione, questa, la cui assenza impediva di configurare la fattispecie contestata.

Sulla scorta di questa ricostruzione degli accadimenti criminosi l’imputata Do. Ga. veniva assolta dal reato ascrittole nei termini di cui in premessa.

3. Avverso la sentenza di appello la parte civile costituita, An. Pi., ricorreva per cassazione, deducendo la violazione di legge del provvedimento impugnato, in riferimento all’art. 1 decreto-legge n. 122 del 1993, conseguente al fatto che la decisione in esame risultava sprovvista di un percorso argomentativo che desse esaustivamente conto degli elementi costitutivi del reato contestato all’imputata Do. Ga., la cui insussistenza era stata affermata dalla Corte di appello di Milano in termini assertivi e svincolati dalle emergenze processuali.

Si deduceva, in proposito, che il commento inserito dall’imputata sulla sua pagina personale di Facebook possedeva connotazioni di illiceità inequivocabili, certamente idonee a concretizzare la fattispecie di reato che le veniva contestata ex art. 1 decreto-legge n. 122 del 1993, non potendosi dubitare dei contenuti discriminatori del post, accentuati dalla sua diffusione virale sulla rete telematica. Né era possibile dubitare della natura discriminatoria della comunicazione in questione, che risultava connaturata al suo contenuto, che si fondava sull’assunto, tipicamente razzista, della superiorità etnica degli abitanti dell’Italia settentrionale.

Si evidenziava, inoltre, che la Corte di appello di Milano non aveva contestualizzato la condotta illecita in contestazione, trascurando di considerare che, all’epoca dei fatti, Do. Ga. era un consigliere provinciale della Lega per la provincia di Monza e Brianza, con la conseguenza che gli eventuali lettori avrebbero potuto attribuire al commento postato connotazioni riconducibili all’ambiente politico di cui l’imputata faceva parte. Ne conseguiva che la carica rappresentativa rivestita dall’imputata e la sua appartenenza a un’area politica di ispirazione regionalistica comportava un inevitabile ampliamento delle connotazioni discriminatorie del commento postato, che non consentiva di attribuirgli quei contenuti ironici e goliardici richiamati nella sentenza impugnata, allo scopo di ritenerlo privo di rilevanza penale.

Queste ragioni imponevano l’annullamento della sentenza impugnata.

Considerato in diritto

1. Il ricorso proposto da An. Pi. è infondato.

2. Occorre premettere che i fatti di reato contestati a Do. Ga., ai sensi dell’art. 1 decreto-legge 26 aprile 1993, n. 122, convertito, con modificazioni, dalla legge 25 giugno 1993, n. 205, appaiono incontroversi, riguardando il commento inserito dall’imputata sulla sua pagina personale di Facebook, relativo a un’immagine satellitare dell’Italia priva delle regioni centro-meridionali, comprese il Lazio e l’Abruzzo, accompagnata dalla dicitura “il satellite vede bene, difendiamo i confini…”, che veniva commentata con la frase dal tenore manifestamente paradossale “Forza Etna, Forza Vesuvio, Forza Marsili”.

In questo contesto, la questione ermeneutica di cui ci si deve occupare, allo scopo di verificare la fondatezza del ricorso proposto da An. Pi., quale parte civile costituita nel giudizio di appello, riguarda la possibilità di attribuire connotazioni discriminatorie e propagandistiche al commento inserito dall’imputata sul social network Facebook, sopra citato, rilevanti ai sensi dell’art. 1 decreto-legge n. 122 del 1993.

Osserva, in proposito, il Collegio che si può ritenere pacifico che il commento telematico di Do. Ga. costituisce una manifestazione del pensiero che, sotto il profilo ideologico, rimanda a disvalori di discriminazione razziale e di intolleranza, che devono essere inquadrati alla luce della giurisprudenza consolidata di questa Corte, secondo cui: «Ai fini della configurabilità del reato previsto dall’art. 3, comma primo, lett. a), prima parte, legge 13 ottobre 1975, n. 654, e successive modifiche, la “propaganda di idee” consiste nella divulgazione di opinioni finalizzata ad influenzare il comportamento o la psicologia di un vasto pubblico e a raccogliere adesioni; Podio razziale o etnico” è integrato da un sentimento idoneo a determinare il concreto pericolo di comportamenti discriminatori, e non da qualsiasi sentimento di generica antipatia, insofferenza o rifiuto riconducibile a motivazioni attinenti alla razza, alla nazionalità o alla religione; la “discriminazione per motivi razziali” è quella fondata sulla qualità personale del soggetto, e non – invece – sui suoi comportamenti» (Sez. 5, n. 32862 del 07/05/2019, Borghezio, Rv. 276857-01; si veda in Sez. 3, n. 39606 del 23/06/2015, Salme, Rv. 264376-01).

Tuttavia, il commento postato dall’imputata non poteva essere valutato per la sua astratta valenza discriminatoria, ma andava contestualizzato e inserito nel contesto comunicativo, palesemente paradossale, in cui venivano pronunciate le parole incriminate, che venivano esternate a commento di un’immagine satellitare dell’Italia priva delle regioni centro-meridionali, accompagnata dalla frase – contrastante con le più elementari norme del buon senso – “il satellite vede bene, difendiamo i confini”.

In questo contesto, appaiono condivisibili le conclusioni della Corte di appello di Milano che correlava i contenuti del commento controverso alle modalità telematiche con cui veniva trasmessa la comunicazione, postata su Facebook senza connotazioni propagandistiche, correttamente escluse nella sentenza impugnata. Né rilevava, in senso sfavorevole all’imputata, la carica rappresentativa rivestita presso la Provincia di Monza e Brianza, atteso che il tono evidentemente paradossale, escludendo le connotazioni discriminatorie e propagandistiche del post, non consentiva di configurare l’ipotesi delittuosa di cui all’art. 1 decreto-legge n. 122 del 1993.

In questa cornice, presupposta la natura manifestamente paradossale della comunicazione telematica di Do. Ga., non appaiono decisivi i riferimenti, contenuti nella sentenza di primo grado, all’art. 4 Convenzione di New York del 7 marzo 1966, sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione razziale -ratificata nel nostro ordinamento dalla legge 13 ottobre 1975, n. 654 -, con cui gli Stati sottoscrittori assumevano l’impegno a «dichiarare punibili dalla legge ogni diffusione di idee basate sulla superiorità o sull’odio razziale, ogni incitamento alla discriminazione razziale, nonché ogni atto di violenza, od incitamento a tali atti diretti contro ogni razza o gruppo di individui di colore diverso o di diversa origine etnica, così come ogni aiuto apportato ad attività razzistiche, compreso il loro finanziamento, nonché a dichiarare illegali ed a vietare le organizzazioni e le attività di propaganda organizzata ed ogni attività di propaganda che incitino alla discriminazione razziale e che l’incoraggino, nonché dichiarare reato punibile dalla legge la partecipazione a tali organizzazioni od a tali attività».

Nel caso in esame, pertanto, veniva compiuto un vaglio ineccepibile del commento dell’imputata, sulla base del quale veniva esclusa l’idoneità propagandistica dell’attività comunicativa a ledere il bene giuridico tutelato dalla fattispecie dell’art. 1 decreto-legge n. 122 del 1993; inidoneità offensiva che derivava dai toni – del tutto contrastanti con le più elementari regole del buon senso, ancorché spregevoli moralmente – utilizzati dall’imputata per manifestare il suo pensiero.

Né potrebbe essere diversamente, atteso che la natura di reato di pericolo astratto della fattispecie di cui all’art. 1 decreto-legge n. 122 del 1993 imponeva che fosse accertata preliminarmente l’idoneità della condotta illecita di Do. Ga. a offendere il bene giuridico protetto dalla norma penale, contestualizzando il suo comportamento attraverso la formulazione di un giudizio ex ante.

Ne discende che l’inquadramento della manifestazione del pensiero espresso da Do. Ga. – fondato sull’assunto della natura manifestamente paradossale del suo commento – impone di ritenere il giudizio di irrilevanza penale formulato dalla Corte di appello di Milano rispettoso del dettato normativo dell’art. 1 decreto-legge n. 122 del 1993 e conforme alle connotazioni di inoffensività del comportamento comunicativo dell’imputata (Sez. 3, n. 37337 del 16/04/2013, Ciacci, Rv. 257347-01; Sez. 3, n. 38051 del 03/06/2004, Coletta, Rv. 230038-01).

3. Le considerazioni esposte impongono il rigetto del ricorso, con la conseguente condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

 


Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non hanno ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema (max 1000 caratteri). Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA

Canale video Questa è La Legge

Segui il nostro direttore su Youtube