L’esperto | Articoli

Diffamazione internet: ultime sentenze

1 Aprile 2020
Diffamazione internet: ultime sentenze

Scopri le ultime sentenze su: reato di diffamazione; sito internet; immagini fotografiche; uso di un sito internet per la diffusione di immagini o scritti atti ad offendere un soggetto; bilanciamento dell’interesse individuale alla reputazione con l’interesse della libera manifestazione del pensiero; offesa della reputazione di un soggetto; configurazione del reato di diffamazione aggravata.

Pubblicazione su Facebook di immagini fotografiche con contenuto pornografico 

Integra il reato di diffamazione la condotta di pubblicazione in un sito internet (nella specie, nel social network facebook) di immagini fotografiche che ritraggono una persona in atteggiamenti pornografici, in un contesto e per destinatari diversi da quelli in relazione ai quali sia stato precedentemente prestato il consenso alla pubblicazione.

Cassazione penale sez. III, 19/03/2019, n.19659

Sito internet e diffamazione aggravata 

L’utilizzo di un sito internet per la diffusione di immagini o scritti atti ad offendere un soggetto è azione idonea a ledere il bene giuridico dell’onore nonché potenzialmente diretta “erga omnes”, pertanto integra il reato di diffamazione aggravata.

Tribunale Pavia sez. III, 14/03/2019, n.468

Diffamazione tramite internet 

L’inserimento in Internet di informazioni lesive dell’onore e della reputazione altrui costituisce diffamazione aggravata ai sensi dell’art. 595, terzo comma, c.p., commessa con altro mezzo di pubblicità rispetto alla stampa; ne deriva che anche in questo caso trovano applicazione gli stessi limiti derivanti dal bilanciamento tra il diritto di critica e di cronaca e quello all’onore e alla reputazione, quali la verità obiettiva delle informazioni, la continenza delle espressioni usate e l’interesse pubblico le informazioni.

La valutazione di tale esimente presuppone un bilanciamento dell’interesse individuale alla reputazione con quello della libera manifestazione del pensiero, costituzionalmente garantita ex art. 21 Cost.; il necessario bilanciamento è ravvisabile nella pertinenza della critica all’interesse dell’opinione pubblica alla conoscenza non del fatto oggetto di critica, ma di quella interpretazione del fatto che costituisce, assieme alla continenza, requisito per l’esimente dell’esercizio del diritto.

Tribunale Milano sez. I, 03/12/2018, n.12110

Liquidazione del danno non patrimoniale

In tema di liquidazione del danno non patrimoniale, è censurabile in sede di legittimità l’esercizio del potere equitativo del giudice di merito ove questi si sia limitato a richiamare genericamente i criteri utilizzati nelle ipotesi di diffamazione, senza precisare in quali termini l’importo liquidato sia conforme ai criteri medesimi, anche alla luce delle peculiarità del caso concreto.

(Principio enunciato dalla S.C. in un giudizio nel quale era stato richiesto il risarcimento del danno conseguente alla lesione della reputazione determinata dalla permanenza della pubblicazione su un sito “internet” di una notizia risalente nel tempo).

Cassazione civile sez. III, 27/06/2018, n.16908

Diritto di critica

Il Sindaco che esprime su internet le sue ragioni circa una vicenda di interesse pubblico, che coinvolge gli interessi contrastanti dell’amministrazione comunale e di un privato, non può essere condannato per diffamazione, se le sue dichiarazioni sono espresse in maniera appropriata e si fondano su fatti accertati. In tal caso, infatti, si configura il diritto di critica, di cui all’articolo 51 del Cp, che esclude la configurabilità del reato.

Ad affermarlo è la Cassazione che, ripercorrendo le tappe della giurisprudenza europea sull’interpretazione dell’articolo 10 Cedu, sottolinea come nel diritto di critica, specie se politica, le dichiarazioni che contengono un giudizio di valore, che possono sembrare anche esagerate ed eccessive, devono essere valutate in maniera più elastica e sempre con riferimento al nucleo fattuale, che deve però essere veritiero.

Cassazione penale sez. V, 21/05/2018, n.35791

Pubblicazione di foto modificate su un sito internet

Per diffamazione si intende l’offesa della reputazione di un soggetto che ricorre nei casi in cui, attraverso la comunicazione di immagini, queste presentino un significato intrinsecamente offensivo della reputazione del soggetto passivo(fattispecie relativa alla pubblicazione su un sito internet accessibile a tutti di fotografie modificate dei volti di alcune professoresse).

Cassazione penale sez. V, 29/03/2018, n.36076

Diffamazione: l’amministratore di sito internet 

In tema di diffamazione, l’amministratore di un sito internet non è responsabile ai sensi dell’art. 57 c.p., in quanto tale norma è applicabile alle sole testate giornalistiche telematiche e non anche ai diversi mezzi informatici di manifestazione del pensiero (forum, blog, newsletter, newsgroup, mailing list, facebook).

(In motivazione, la Corte ha precisato che il mero ruolo di amministratore di un forum di discussione non determina il concorso nel reato conseguente ai messaggi ad altri materialmente riferibili, in assenza di elementi che denotino la compartecipazione dell’amministrazione all’attività diffamatoria).

Cassazione penale sez. V, 19/02/2018, n.16751

Il reato di diffamazione a mezzo stampa 

In tema di violazione dei diritti alla riservatezza e alla tutela della personalità individuale, (art.167 Dlgs 30 giugno 2003 n. 196) il cui reato è punito se nella condotta non sia ravvisabile un reato più grave, il reato di diffamazione a mezzo stampa o con altro mezzo di pubblicità deve ritenersi reato più grave prevedendo una pena edittale massima più elevata e, tutelando il medesimo bene giuridico, assorbe la condotta del reato meno grave.

(Nel caso di specie, senza il consenso della persona, pubblicava su un sito Internet immagini ritraenti un soggetto in atteggiamento intimo).

Tribunale Milano sez. V, 19/10/2017, n.8940

Forum di discussione su un blog internet

In tema di responsabilità disciplinare del magistrato, le espressioni sconvenienti rivolte “in incertam personam”, in occasione di un intervento ad un forum di discussione su un blog internet, non integrano l’illecito di cui all’art. 4, comma 1, lett. d), del d.lg. n. 109 del 2006, il quale postula che la condotta disciplinarmente rilevante costituisca reato, attesa la impossibilità di ricondurre tali espressioni al reato di diffamazione in ragione dell’inesistenza di un destinatario identificato o identificabile.

Cassazione civile sez. un., 17/03/2017, n.6965

La diffamazione tramite social network

L’uso dei social network, e quindi la diffusione di messaggi veicolati a mezzo internet, integra un’ipotesi di diffamazione aggravata con altro mezzo di pubblicità – anziché con il mezzo della stampa – ai sensi dell’art. 595, comma 3, c.p. in quanto rientrante in una categoria più ampia, comprensiva di tutti quei sistemi di comunicazione e, quindi, di diffusione – dai fax ai social media – che, grazie all’evoluzione tecnologica, rendono possibile la trasmissione di dati e notizie ad un consistente numero di persone.

In caso di diffamazione mediante l’utilizzo di un social network, non è dunque applicabile la disciplina prevista dalla l. n. 47 del 1948, ed in particolare, l’aggravante ad effetto speciale di cui all’art. 13.

Cassazione penale sez. V, 23/01/2017, n.8482

I blog e siti internet 

Integra il reato di diffamazione aggravata la divulgazione di notizie offensive dell’altrui reputazione su siti internet apparentemente riservati, come ad esempio i blog o siti destinati a una utenza limitata o specifica. Ad affermarlo è la Cassazione che, nel caso di specie, ha respinto il ricorso presentato dalla difesa di una studentessa che accusava una ricercatrice, che l’aveva assistita nell’elaborazione della tesi, di avere poi copiato i risultati del suo lavoro utilizzandoli per uno scopo personale.

Per la Corte anche in tal caso vi è la possibilità di raggiungere una platea indeterminata di persone. Il concetto di mezzi di pubblicità di cui all’art. 595 comma 3 c.p., infatti, comprende tutti i sistemi di comunicazione e di diffusione, dai fax ai social media, che, grazie all’evoluzione tecnologica, rendono possibile la trasmissione di dati e notizie a un numero elevato di persone.

Cassazione penale sez. V, 23/01/2017, n.8482

Competenza del giudice di pace

Il giudizio di comparazione tra le circostanze ex art. 69 c.p. non determina l’esclusione delle aggravanti che siano dichiarate equivalenti o subvalenti rispetto alle circostanze attenuanti con le quali siano state poste in bilanciamento, ma incide solo sulla misura della pena, eliminando l’aumento che da esse conseguirebbe. Per l’effetto, tale giudizio di comparazione non vale neppure a configurare giuridicamente il reato come ipotesi semplice e non circostanziata, sicché non può eventualmente influire sulla competenza funzionale del giudice.

(Da queste premesse, la Corte ha ritenuto che il reato di diffamazione aggravato dal mezzo di pubblicità – siccome commesso a mezzo internet – non poteva considerarsi divenuto di competenza del giudice di pace, con l’applicabilità delle pene previste davanti a quel giudice, per il solo fatto che, nella specie, erano state concesse le attenuanti generiche con giudizio di equivalenza rispetto all’aggravante speciale).

Cassazione penale sez. V, 06/12/2016, n.6352



15 Commenti

  1. Insultare una persona in pubblico sui social network è reato. Conta anche il fatto della diffusione incontrollata. Chi riceve insulti sul web cosa può fare?Che i social network siano (anche) una sorta di «discarica» in cui ognuno scrive quello che vuole, è risaputo. Quello che, a quanto pare, in molti ignorano è che proprio tutto-tutto non si può e non si deve scrivere, soprattutto se si manca di rispetto a qualcuno con insulti, notizie false o frasi ingiuriose.

  2. Facebook, Youtube, Twitter e Microsoft. Social network e Unione europea, dunque, si sono schierati insieme contro le frasi offensive che partono dalla tastiera di un pc o di uno smartphone e che, purtroppo, qualche volta degenerano in violenza non virtuale ma reale.

    1. Secondo la Cassazione, dunque, le offese su Facebook possono configurare il reato di diffamazione aggravata perché si tratta di una condotta «potenzialmente capace di raggiungere un numero indeterminato o, comunque, quantitativamente apprezzabile di persone». E fin qui il motivo per cui si parla di diffamazione.La Suprema Corte, però, aggiunge l’aggravante del mezzo utilizzato, cioè di Facebook, in quanto in grado «di coinvolgere e raggiungere una vasta platea di soggetti, ampliando – ed aggravando – in tal modo la capacità diffusiva del messaggio lesivo della reputazione della persona offesa».Dunque, per la Cassazione la questione di merito si trova proprio nel potenziale del social network, nella sua capacità di diffondere un messaggio, positivo o negativo che sia, a decine, centinaia o migliaia di persone, a seconda del seguito che ha la bacheca di chi pubblica delle offese su Facebook e del fatto che i suoi contatti, a loro volta, condividano le offese, amplificando, in questo modo, la loro divulgazione.Il citato articolo del Codice penale recita, infatti: «Se l’offesa è recata con mezzo della stampa o con qualsiasi altro mezzo di pubblicità, ovvero in atto pubblico, la pena è della reclusione da sei mesi a tre anno i della multa non inferiore a 516 euro». Facebook, quindi, viene considerato dagli ermellini quel «mezzo di pubblicità» che consente una vasta e veloce diffusione di un messaggio.Dunque, se in passato la giurisprudenza riteneva un profilo privato di Facebook come un ambiente chiuso, più recentemente la Cassazione ha voluto insistere sul fatto che pubblicare delle offese su Facebook rende le stesse accessibili ad una moltitudine indeterminata di persone e, pertanto, costituiscono uno dei fattori essenziali per configurare il reato di diffamazione. Reato, appunto, aggravato dall’uso di un mezzo di pubblicità, come tali sono ritenuti dalla Corte i social network.

    1. Affinché le offese su Facebook possano essere ritenute diffamazione aggravata, devono concorrere questi presupposti:
      che il soggetto destinatario delle offese sia ben individuabile;
      che le offese possano essere lette da più persone;
      che la diffusione delle offese possa avvenire in maniera incontrollata;
      che ci sia la chiara volontà di utilizzare delle espressioni oggettivamente adatte ad offendere il decoro, l’onore e la reputazione del soggetto preso di mira.
      Facciamo un esempio. Se scrivo sul mio profilo di Facebook una frase del tipo «qualcuno è un ladro perché va in giro a rubare le pensioni agli anziani», lascio il tempo che trovo, perché da tale considerazione non si capisce di chi sto parlando. Se invece scrivo «Tizio è un ladro perché lo vedo ogni giorno inseguire gli anziani per rubare loro la pensione», magari accompagnando la frase con una sua fotografia, è chiaro il mio intento diffamatorio nei confronti di Tizio e non di un’altra persona, utilizzando un’espressione («ladro», appunto) che lascia poco spazio all’immaginazione.
      La mia offesa a Tizio avrà l’aggravante di essere stata pubblicata su Facebook, in quanto:
      può essere letta da tutti i miei contatti;
      può essere condivisa da loro e, quindi, la sua diffusione può avvenire in maniera incontrollata.
      Il risultato è che Tizio (purché non sia veramente un ladro o io non riesca a dimostrare le mie accuse) può denunciarmi per diffamazione aggravata e io rischio di restare «al fresco» da sei mesi a tre anni oppure di pagare una multa non inferiore a 516 euro.

  3. Sono stato oggetto di offese su Facebook tramite un post diffamatorio o, comunque, con un commento o una foto in grado di rovinare la mia reputazione, cosa posso fare?

    1. Se il colpevole ha utilizzato un account falso sarà più difficile identificarlo, in quanto sarà necessario presentare la denuncia alla Polizia postale affinché individui il responsabile attraverso una richiesta a Facebook.In ogni caso, per denunciare un’offesa su Facebook puoi farti assistere da un avvocato o fare tutto da solo. Noi abbiamo scritto alcune guide sull’argomento (leggi Si può denunciare per offese e insulti e Offese e calunnie su Facebook).Per procurarti la prova potresti stampare la pagina e farla autenticare da un notaio o, in modo più economico, chiedere a un amico di vedere il post e testimoniare in udienza.Se però preferisci restare lontano da giudici e polizia, potresti comunicare l’offesa a Facebook stesso tramite il sistema di segnalazione degli abusi. Tutto ciò che devi fare è andare sul profilo del responsabile cliccare sul bottone “Segnala/Blocca”, a forma di ingranaggio, posto in alto a destra. Segui poi le istruzioni a video, estremamente semplici.

    1. Se le offese su Facebook vengono fatte in privato, non si parla di diffamazione aggravata ma di ingiuria che, però, è non è più un reato ma un illecito civile. Magari ti è capitato di ricevere queste offese tramite la chat privata (sulla quale può scriverti anche chi non è compreso tra i tuoi «amici»). In questo caso, puoi avviare una causa per ottenere il risarcimento, dopo avere stampato il contenuto della chat per presentarlo come prova. Se il colpevole verrà condannato, dovrà pagare, oltre all’indennizzo alla persona offesa, una sanzione pecuniaria allo Stato compresa tra 100 e 8.000 euro.

  4. Sicuramente, tra tutte le forme di diffamazione online, la più ricorrente è quella che avviene tramite Facebook, Instagram, LinkedIn e qualsiasi altro social network.

  5. Non c’è bisogno di pubblicare il post sul social per commettere la diffamazione. Il reato può essere integrato anche in caso di offesa su una chat a patto che vi partecipino almeno tre persone.

    1. ESatto. Il fatto che alla chat partecipi anche la vittima non esclude che si parli di diffamazione e non invece di ingiuria (reato quest’ultimo che è stato invece depenalizzato nel 2016). Così ha detto la Suprema Corte. Difatti, sebbene il mezzo di trasmissione/comunicazione adoperato (e-mail o internet) consenta, in astratto, (anche) al soggetto vilipeso di percepire direttamente l’offesa, il fatto che il messaggio sia diretto ad una cerchia di fruitori fa sì che l’addebito lesivo si collochi in una dimensione ben più ampia di quella interpersonale tra offensore e offeso. Ciò consente di sporgere querela contro il colpevole (cosa che non sarebbe stata possibile se si fosse trattato di ingiuria, divenuta ormai un illecito civile).

  6. Durante il dibattito in un forum anonimo, sostenere che qualcuno sia stato bocciato ad un esame con chiaro intento denigratorio, senza che questa persona abbia mai sostenuto l’esame stesso, quali illeciti contempla, se ne contempla? Posso avere degli esempi di altre dichiarazioni false su una persona (seppure non identificabile essendo un forum) perseguibili?

    1. A seguito del quesito posto dal lettore è opportuno esporre quanto segue.Il reato di diffamazione è realizzato mediante l’offesa all’onore ed al decoro (beni evidentemente tutelati dalla norma in esame) provocata alla vittima, attraverso comunicazione inviata o dichiarata a più persone, in assenza del destinatario (persona offesa). In ciò, essa si distingue dalla cosiddetta ingiuria, ove l’offesa al decoro altrui avviene in presenza della vittima e che, quale ipotesi di reato, risulta attualmente depenalizzata.
      La diffamazione prevede la reclusione fino a un anno o la multa fino a € 1032,00 del soggetto responsabile ed è perseguibile solo a querela della persona offesa. Questa dovrà, quindi, “denunciare” il reo, entro tre mesi dall’avvenuta conoscenza “dell’offesa diffamante”, altrimenti alcuna conseguenza potrà ricadere sull’agente.La diffamazione sin qui descritta è quelle tecnicamente definita come semplice, che si differenzia da quella aggravata realizzata a mezzo stampa o con modalità e/o mezzi equiparabili a quest’ultima. In tal caso, la pena prevista è quella della reclusione da sei mesi a tre anni o della multa non inferiore a euro 516. Ebbene, a proposito della diffamazione aggravata, la Cassazione ha precisato che quella realizzata a mezzo Facebook può definirsi tale poiché, per le caratteristiche del social, essa è in grado di raggiungere un numero indeterminato di persone.Viceversa, a proposito di eventuali messaggi offensivi pronunciati all’interno di una chat, quale potrebbe essere quella di Whatsapp, una recente decisione della Cassazione ha precisato che si tratta di un’ipotesi di diffamazione, pertanto penalmente perseguibile, e non di una semplice ingiuria (in quanto tale depenalizzata), anche se al cosiddetto gruppo partecipa la persona offesa. In tal caso, sostengono gli Ermellini, essendo il messaggio offensivo diretto ad una cerchia ampia di destinatari, i quali potrebbero peraltro leggerlo in tempi diversi, esso fa sì che l’offesa vada ben oltre il semplice rapporto interpersonale tra l’oltraggiato e l’offensore (come invece avviene tipicamente con l’ingiuria).
      CASO CONCRETO
      La natura della condotta compiuta (notizia falsa, in grado di ledere la reputazione altrui ed idonea ad ingenerare nel lettore il convincimento dell’effettiva rispondenza a verità del fatto [4]) e del contesto in cui la stessa è stata realizzata (forum con messaggi, risposte e così via..) sembra coincidere con quella della chat del gruppo Whatsapp, in quanto l’eventuale presenza nella discussione del soggetto offeso, non ostacola l’ampia cerchia dei potenziali lettori del messaggio offensivo. Pertanto, in un caso come quello descritto in esame, il reato individuabile è quello della diffamazione.Ovviamente, presupposto indefettibile del predetto reato è l’identificazione, anche soltanto potenziale della vittima dell’offesa. Pertanto è sufficiente che l’oltraggiato, pur non indicato nominativamente, sia individuabile, anche da un numero limitato di persone.Ebbene, tenendo conto di quest’aspetto, se la persona offesa non fosse identificabile (come sembrerebbe apparire da quanto precisato in quesito… posso avere degli esempi di altre dichiarazioni false su una persona (seppure non identificabile essendo un forum…), evidentemente non potrebbe esserci alcun reato e non sarebbe possibile fare alcun esempio ulteriore rispetto a quello indicato in quesito.Il discorso, invece, sarebbe diverso qualora fosse stato chiaro e/o individuabile l’offeso, ma non l’autore del messaggio oltraggioso, ipotesi questa dove la denuncia per diffamazione andrebbe inevitabilmente fatta contro ignoti. In tal caso, esempi di una frase offensiva potrebbero essere quello in cui si afferma falsamente che una certa persona sia stata dichiarata fallita oppure licenziata per motivi disciplinari o accusata di reato, ecc, ecc.

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema (max 1000 caratteri). Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA

Canale video Questa è La Legge

Segui il nostro direttore su Youtube