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Diffida ad adempiere del creditore: la difficile scelta tra esecuzione forzata o abbandono

24 settembre 2013


Diffida ad adempiere del creditore: la difficile scelta tra esecuzione forzata o abbandono

> Diritto e Fisco Pubblicato il 24 settembre 2013



Come muoversi quando si avanza un credito da un debitore e questi non ha alcuna intenzione di pagare: dopo la diffida ad adempiere, è necessario verificare se la causa o l’esecuzione forzata possano avere margini di riuscita.

 

È prassi che il creditore, prima di iniziare una causa o un’esecuzione forzata a tutela dei propri diritti, invii al debitore una diffida ad adempiere, possibilmente mediante raccomandata con ricevuta di ritorno, con cui richiede formalmente l’adempimento entro un certo termine (perciò è anche detta “messa in mora”).

Tale atto serve anche a produrre alcuni effetti importanti per il creditore, come quello di far decorrere gli interessi o interrompere il termine di prescrizione del diritto che si intende far valere.

Contenuto della diffida

La diffida deve contenere:

– l’indicazione precisa del credito, il suo ammontare e la sua origine (es. fatture, cambiale o provvedimento dell’autorità giudiziaria) o la descrizione dei fatti che generano la richiesta;

– in caso di credito di natura pecuniaria, l’indicazione o la quantificazione degli interessi legali, convenzionali o moratori e di eventuali altri accessori quale la rivalutazione monetaria se dovuta;

– l’indicazione di eventuali spese sostenute (es. per il protesto dell’assegno o della cambiale, per l’intervento di un legale);

– l’assegnazione di un termine perentorio per l’adempimento, ad esempio 7 giorni (in caso di urgenza anche 24 o 48 ore). Sebbene il codice disponga che tale termine non possa essere inferiore a 15 giorni, in realtà la giurisprudenza ha ammesso la possibilità di termini inferiori quando la prestazione, per sua natura o importo, possa essere adempiuta con maggiore celerità;

– l’avvertimento che, in difetto di pagamento nel termine assegnato, il creditore si rivolgerà alla autorità giudiziaria o procederà all’esecuzione forzata.

Può essere opportuno preavvertire il debitore che l’avvio dell’azione giudiziaria o dell’esecuzione  forzata comporterà un aggravio delle spese e degli oneri a suo carico.

Per una formula della diffida ad adempiere, vai a questo link: “Formula diffida ad adempiere”.

Per ulteriori approfondimenti sulla diffida ad adempiere, leggi l’articolo “Cos’è una diffida ad adempiere e come si scrive”.

Esiti della diffida

I possibili esiti della diffida di pagamento o ad adempiere sono i seguenti:

a) il debitore provvede al pagamento o all’adempimento della prestazione richiesta;

b) il debitore propone una soluzione transattiva (es. un pagamento ridotto o rateizzato). In tal caso le parti possono formalizzare un accordo.

Se l’accordo prevede il pagamento a rate del debito è necessario precisare nell’accordo medesimo che il mancato pagamento di una sola rata nel termine concordato comporta la decadenza del debitore dal beneficio della rateizzazione.

Se viene convenuto un pagamento ridotto, è opportuno precisare che l’accordo transattivo “non ha carattere novativo dell’originaria obbligazione”, e che il mancato rispetto dell’accordo da parte del debitore comporta il diritto del creditore di agire per il recupero forzoso dell’intero credito;

c) il debitore contesta l’esistenza del credito o il suo ammontare oppure non risponde alla diffida o ancora è irreperibile: in tal caso il creditore valuta le iniziative da intraprendere (causa, esecuzione forzata quando possibile, ulteriori diffide, ecc.).

Mancato adempimento da parte del debitore

Quando il destinatario della diffida non risponde, contesta la richiesta, oppone un rifiuto totale o parziale ad adempiere o è irreperibile, il creditore, valutate le circostanze, decide la soluzione più adatta al caso concreto.

L’alternativa è tra

a) desistere da ogni ulteriore azione

b) avviare una causa o (se il creditore è già munito di un titolo come una sentenza, un decreto ingiuntivo, una cambiale, un assegno, ecc.) predisporre l’esecuzione forzata.

a) Desistere da ogni ulteriore azione.

Questa soluzione può essere opportuna in caso di prestazioni di scarso valore economico che non giustificano le spese di un’azione esecutiva che potrebbe anche avere esito negativo; ad esempio quando non si riescono ad individuare beni pignorabili o il debitore risulta irreperibile. In questi casi, se il creditore è un imprenditore, può essere più vantaggioso usufruire dei benefici fiscali legati alla impossibilità di recuperare il credito che verrebbe in questo modo “messo in perdita”.

Le perdite su crediti infatti sono deducibili se risultano da elementi certi e precisi e, in ogni caso, se il debitore è stato assoggettato a procedure concorsuali.

Sono elementi certi e precisi:

– quando il credito proveniente da procedure infruttuose, quali pignoramenti negativi, irreperibilità del creditore, vendita forzata o riparto eseguito senza poter soddisfare in tutto o in parte il credito), o da una situazione di evidente non convenienza economica a proseguire nell’azione di recupero, vista l’esiguità del credito;

– quando il credito è di modesta entità (ossia € 5.000 o 2.500 in base alle dimensioni dell’azienda) ed è decorso un periodo di 6 mesi dalla scadenza del pagamento del credito;

– quando il credito è prescritto.

b) Avviare l’esecuzione forzata

Il creditore può decidere di iniziare l’esecuzione forzata su uno o più beni del debitore.

Lo può fare, ovviamente, solo in quanto sia già in possesso di un titolo esecutivo o provvisoriamente esecutivo (una sentenza anche di primo grado, un decreto ingiuntivo non opposto, una cambiale, un assegno, un atto ricevuto da notaio).

In tal caso è necessario innanzitutto raccogliere informazioni circa le disponibilità economiche e patrimoniali del debitore. Tali informazioni possono essere desunte da una serie di fattori, quali la presenza sul mercato, l’esistenza di un sito internet o di altre forme di pubblicità.

In altri casi, può essere opportuno rivolgersi ad altri soggetti quali il proprio agente di commercio o società specializzate nella raccolta di informazioni (ad esempio le agenzie investigative specializzate in indagini per il recupero dei crediti). In base ai dati raccolti e alle scoperte fatte, viene scelto lo strumento più adatto, cioè il tipo di esecuzione forzata che possa dare maggiori risultati.

Una delle informazioni più rilevanti riguarda l’esistenza di conti correnti bancari con i quali opera il debitore o di rapporti di lavoro o commerciali, stabili. In tal caso il creditore, notificato l’atto di precetto, potrà agire con una esecuzione (pignoramento) presso terzi.

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