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Unione civile: ultime sentenze

3 Aprile 2020
Unione civile: ultime sentenze

Leggi le ultime sentenze su: tutela delle coppie di donne civilmente unite; domanda di scioglimento congiunto dell’unione civile; disciplina del cognome comune nelle unioni civili; effetti di un’unione civile; trascrivibilità dell’atto di matrimonio formato da un cittadino straniero ed un cittadino italiano.

Persone legate dall’unione civile

La causa di esclusione della causa di non punibilità prevista per il coniuge non legalmente separato per gli ascendenti e discendenti, per i fratelli e sorelle e per le persone legate dall’unione civile di cui all’art. 649, 3° co. c.p.  si applica anche nel caso in cui i reati previsti dagli Art 628,629 e 630 tutti gli altri commessi con violenza alla persona siano soltanto tentati.

(Nel caso di specie, si trattava di una tentata estorsione della figlia nei confronti della madre con violenza pur non riuscendo nell’intento per il rifiuto della madre di consegnarli danaro la cui punibilità non esclusa per il rapporto di parentela).

Tribunale Pescara, 10/07/2019, n.1627

Diritti e doveri nascenti dall’unione civile

Non è manifestamente infondata la q.l.c. dell’art. 1, comma 20, l. n. 76/2016, nella parte in cui limita la tutela delle coppie di donne civilmente unite ai soli diritti e doveri nascenti dall’unione civile, nonché dell’art. 29, comma 2, d.P.R. n. 396/2000, nella parte in cui limita la possibilità di indicare il solo genitore legittimo, nonché quelli che rendono o che hanno reso il consenso ad essere nominati, e non anche le donne tra loro civilmente unite e che abbiano fatto ricorso all’estero a procreazione medicalmente assistita, in riferimento agli art. 2,3,30 e 117 Cost., quest’ultimo in relazione all’art. 24 della carta di Nizza dei diritti fondamentali dell’Unione europea, agli art. 8 e 14 Cedu e alla convenzione di New York dei diritti del fanciullo.

Tribunale Venezia, 03/04/2019

Scioglimento congiunto di un’unione civile

La domanda di scioglimento congiunto dell’unione civile, proposta decorsi tre mesi dalla data di manifestazione di volontà di scioglimento dell’unione, va accolta, laddove le condizioni congiuntamente precisate dalle ricorrenti risultino frutto di libero accordo, nella parte in cui hanno ad oggetto diritti disponibili, e conformi all’interesse della figlia minorenne, nella parte in cui riguardano la stessa.

Tribunale Bologna sez. I, 25/03/2019, n.742

La facoltà di astensione dalla deposizione per i prossimi congiunti

I dichiaranti, che siano persone conviventi o che hanno convissuto con l’imputato, devono essere destinatari dell’avviso di cui all’art. 199 c.p.p., tenuto conto che la causa di non punibilità di cui all’art. 384 comma 2 c.p. costituisce norma di carattere penale ovvero sostanziale che ha trovato nelle previsioni recate dall’art. 2 comma 1 lett. a) d.lg. n. 6/2017 e, dunque, per i conviventi in forza di unione civile tra persone dello stesso sesso, una mera esplicazione.

La norma di garanzia a favore dei dichiaranti (rectius l’avviso) nel caso di persone conviventi o che abbiano convissuto si applica, peraltro, limitatamente ai fatti verificatisi ovvero appresi durante la convivenza.

Cassazione penale sez. VI, 14/03/2019, n.50993

Scioglimento della unione civile e determinazione dell’assegno divorzile

Fermo restando che per ragioni di pari trattamento costituzionalmente orientato, a seguito dello scioglimento dell’unione civile, devono applicarsi all’assegno le medesime argomentazioni interpretative espresse dalle Sezioni Unite con la nota sentenza n. 18287/2018 in tema di assegno divorzile, al fine di valutare lo squilibrio delle condizioni economico-patrimoniali delle parti devono tenersi in considerazione anche le scelte assunte dalle stesse in fase di convivenza “di fatto” prima della celebrazione dell’unione civile.

Tribunale Pordenone, 13/03/2019

Unione civile e cognome comune

Non sono fondate le questioni di legittimità costituzionale dell’art. 3, lett. c), n. 2), d.lg. 19 gennaio 2017, n. 5, censurato per violazione degli artt. 2, 3, 11, 76 e 117, comma 1, Cost., quest’ultimo in relazione all’art. 8 CEDU e agli artt. 1 e 7 Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, nella parte in cui inserisce nell’art. 20 d.P.R. 30 maggio 1989, n. 223, il comma 3-bis, il quale prevede che «[p]er le parti dell’unione civile le schede devono essere intestate al cognome posseduto prima dell’unione civile». Con la disposizione censurata il legislatore delegato, ferma restando la facoltà di scegliere ed utilizzare il cognome comune per la durata della unione, espressamente esclude la necessità di modificare la scheda anagrafica individuale, la quale resta, pertanto, intestata alla stessa parte con il cognome posseduto prima della costituzione dell’unione.

Tale scelta rappresenta il coerente sviluppo dei principi posti dalla legge di delega, laddove espressamente delimita la durata del cognome comune a quella dell’unione civile, ed è espressiva di un principio caratterizzante l’ordinamento dello stato civile secondo cui il cognome anagrafico è tendenzialmente definitivo e irreversibile. Che il diritto al nome, quale elemento costitutivo dell’identità personale, debba concretizzarsi nel cognome comune, rendendo così doverosa la modifica anagrafica di quello originario, non discende, poi, né dalle norme della nostra Costituzione, né da quelle interposte che essa richiama.

La natura paritaria e flessibile della disciplina del cognome comune da utilizzare durante l’unione civile e la facoltà di stabilirne la collocazione accanto a quello originario — anche in mancanza di modifiche della scheda anagrafica — costituiscono comunque garanzia adeguata dell’identità della coppia unita civilmente e della sua visibilità nella sfera delle relazioni sociali in cui essa si trova ad esistere (sentt. nn. 50, 182, 229 del 2014, 194 del 2015).

Corte Costituzionale, 22/11/2018, n.212

L’unione civile è equiparabile al matrimonio?

Ai fini della applicazione del Regolamento (CE) n. 2201/2003, l’unione civile di cui alla l. n. 76 del 2016 è equiparabile al matrimonio: ne consegue che è applicabile anche l’articolo 19 del menzionato Regolamento, ove sono contenute norme regolative della litispendenza internazionale.

Tribunale Bologna, 18/10/2018

Componenti di un’unione civile

La causa di non punibilità prevista dall’art. 384 c.p. è applicabile anche nei confronti dei componenti di una famiglia di fatto e dei loro prossimi congiunti, dovendosi recepire un’interpretazione “in bonam partem” che consenta la parificazione, sul piano penale, della convivenza “more uxorio” alla famiglia fondata sul matrimonio.

(In motivazione, la Corte ha precisato che l’equiparazione ai coniugi dei soli componenti di un’unione civile, prevista dal d.lg. 19 gennaio 2017, n. 6, non esclude l’estensione della causa di non punibilità ai conviventi “more uxorio”, trattandosi di soluzione già consentita dal preesistente quadro normativo, oltre che dalla nozione di famiglia desumibile dall’art. 8 Cedu, ricomprendente anche i rapporti di fatto).

Cassazione penale sez. VI, 19/09/2018, n.11476

Matrimonio contratto all’estero tra un cittadino italiano e uno straniero

Il matrimonio contratto all’estero da un cittadino italiano e da uno straniero rientra nel campo di applicazione dell’art. 32-bis l. 218/1995 e, di conseguenza, esso produce in Italia gli effetti di un’unione civile .

Cassazione civile sez. I, 14/05/2018, n.11696

La sentenza di rettificazione di sesso

La sentenza di rettificazione di attribuzione di sesso determina come automatica conseguenza, in assenza della dichiarazione congiunta delle parti di volere costituire una unione civile, lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio, con conseguente relativa annotazione sull’atto di matrimonio.

Tribunale Milano sez. IX, 23/10/2017, n.10622



10 Commenti

  1. Non è certamente un vero e proprio matrimonio come tradizionalmente inteso. Ne assume però quasi gli stessi caratteri dal punto di vista legale, tranne per qualche aspetto che vedremo. Sentiamo parlare da anni di riconoscimento dei diritti civili delle coppie omosessuali, e dal 2016 il nostro Paese ha introdotto le unioni civili, con la tanto discussa legge Cirinnà. Così il codice civile e tutte le amministrazioni comunali si sono dovute adeguare. L’unione civile è a tutti gli effetti un nuovo istituto giuridico, che consente alle coppie dello stesso sesso, unite da un legame affettivo di coppia, di essere a tutti gli effetti riconosciute dalla legge, formando un legame sociale equiparato al matrimonio. In pratica grazie all’unione civile anche le coppie omosessuali possono dire alla legge “ci amiamo e vogliamo essere riconosciuti legalmente, con tanto di diritti e doveri reciproci”.

  2. Anche se non si può chiamare matrimonio, nel momento in cui una coppia omosessuale decide di costituire un’unione civile, sa che acquisterà tutta una serie di diritti e doveri quasi analoghi al matrimonio. Ma potete spiegarmi quali nel dettaglio?

    1. Ecco ad esempio:
      obbligo di assistenza morale e materiale;
      coabitazione;
      obbligo di contribuire ai bisogni comuni secondo le proprie possibilità;
      regime automatico di comunione dei beni, a meno che non si disponga diversamente;
      successione nell’inserimento della graduatoria degli alloggi popolari in caso di morte del partner (o nel contratto di affitto di casa);
      scelta di un cognome comune;
      la scritta “unito civilmente” in tutti i documenti;
      diritto alla quota legittima ereditaria;
      diritto alle indennità da lavoro in caso di morte del partner;
      diritto a designare il partner come proprio rappresentante in caso di incapacità di intendere e volere (ad esempio nelle questioni di salute)
      diritto a diventare tutore, curatore o amministratore di sostegno del partner qualora si venga interdetti o inabilitati
      le leggi che disciplinano o danno disposizioni sul matrimonio e che contengono le parole “coniuge”, si applicano anche alle parti dell’unione civile.

    1. La convivenza di fatto non è la stessa cosa dell’unione civile. Questo perché la convivenza di fatto può essere costituita da due persone maggiorenni, a prescindere dal loro sesso. In pratica sia le coppie eterosessuali sia quelle omosessuali possono optare per una convivenza di fatto, preferendo un riconoscimento meno totalizzante e più dinamico per la vita di coppia, e senza l’obbligo di registrare formalmente il contratto di convivenza (è sufficiente anche un’autocertificazione su carta libera e consegnata al Comune di residenza). Anche se in questo caso i diritti riconosciuti sono meno.Ad esempio, le coppie che scelgono di costituire una convivenza di fatto non hanno alcun diritto legato all’eredità. Ai partner non è in pratica riconosciuta la quota di legittima e nessun diritto successorio.
      Diciamo però che qualche diritto spetta anche ai conviventi di fatto. Tra questi:
      stessi diritti del matrimonio in materia penitenziaria;
      diritto a essere nominato tutore, curatore o amministratore di sostegno;
      successione nel contratto di affitto o nelle graduatorie degli alloggi popolari, in caso di morte del convivente;
      diritto a delegare il convivente a rappresentare l’altro in caso di incapacità di intendere e volere per le questioni riguardanti la salute.

    1. Il diritto a costituire un’unione civile è appannaggio delle coppie dello stesso sesso e maggiorenni. In sostanza ecco i requisiti che la legge chiede:
      i due partner devono essere dello stesso sesso;
      devono essere maggiorenni;
      non essere già coniugati o uniti civilmente con altre persone;
      essere perfettamente capaci di intendere e volere;
      non essere parenti o affini;
      non essere stati condannati per omicidio (tentato e consumato) di chi è sposato o unito civilmente con l’altra parte.
      L’unione civile deve essere registrata ufficialmente. Per essere valida deve essere costituita davanti a un ufficiale di stato civile (si va in comune) e in presenza di almeno due testimoni.
      Si può scegliere liberamente il Comune in cui unirsi civilmente, indipendentemente dalla residenza;
      si presenta la richiesta di costituzione unione civile da entrambe le parti. Ogni ufficio comunale ha già dei modelli predisposti. Nella richiesta deve essere indicato: nome, cognome, data e luogo di nascita, cittadinanza e luogo di residenza, oltre alla dichiarazione di causa che impediscono l’unione;
      viene fissato il giorno in cui le parti si dovranno ripresentare davanti all’ufficiale civile. Ci vorranno almeno 15-30 giorni, necessari per fare le dovute verifiche sulle dichiarazioni rilasciate;
      giunto il fatidico giorno, i due partner si devono presentare in Comune, assieme a due testimoni. Qui, davanti all’ufficiale civile, che provvederà a registrare tutto, costituiranno la loro unione civile. In pratica pronunceranno il fatidico sì.
      Il tutto poi si dovrà iscrivere nel registro dei matrimoni (al fine di assicurare il reciproco rispetto di diritti e doveri)

  3. I lavoratori dello stesso sesso uniti civilmente hanno diritto al congedo matrimoniale ed alla relativa indennità corrisposta dall’Inps, anche se non stanno contraendo un vero e proprio matrimonio: lo ha appena reso noto l’Inps con una recente circolare, che conferma quanto disposto dalla legge sulle unioni civili, ossia la piena equiparazione dell’unito civilmente al coniuge, anche dal punto di vista previdenziale.

    1. Ricordiamo che il congedo matrimoniale spetta ai due coniugi, o ai due componenti dell’unione civile, in occasione delle nozze aventi validità civile o, come appena chiarito, dell’unione civile: si tratta di un congedo retribuito, generalmente della durata di 15 giorni (la durata è differente a seconda del contratto collettivo applicato dall’azienda). Il congedo non è computato assieme alle ferie annuali, in quanto è un periodo aggiuntivo rispetto alle assenze retribuite spettanti normalmente, come ferie e permessi. Difatti, le festività che cadono durante il periodo di congedo sono pagate a parte. L’inizio del congedo non deve per forza coincidere col giorno delle nozze o col giorno in cui è celebrata l’unione civile: la distanza tra questa data e l’inizio dell’assenza retribuita, però, se non è stabilita dai contratti collettivi, deve essere ragionevole e non eccessiva.
      Nel dettaglio, possono percepire l’assegno matrimoniale dall’Inps:
      gli operai dipendenti da aziende industriali, artigiane o cooperative (il beneficio, in quest’ipotesi, spetta per un massimo di 8 giorni, ed è anticipato dall’azienda, che garantisce l’assegno nelle successive giornate, sino ad arrivare a 15 giorni di durata del congedo);
      i lavoratori disoccupati o sospesi, se sono stati occupati per almeno 15 giorni nei 90 giorni precedenti la data del matrimonio;
      i lavoratori disoccupati a seguito di dimissioni presentate per contrarre matrimonio;
      i lavoratori licenziati per cessazione dell’attività;
      i lavoratori assenti dal servizio per un giustificato motivo (malattia, sospensione dal lavoro, richiamo alle armi);
      i lavoratori extracomunitari che si sposano all’Estero, se hanno prestato la propria attività presso un’azienda italiana, risultano residenti in Italia ed hanno acquisito lo status di coniugati nel nostro Paese.

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