L’esperto | Articoli

Infermità mentale: ultime sentenze

5 Aprile 2020
Infermità mentale: ultime sentenze

Leggi le ultime sentenze su: tutore del condannato interdetto per infermità mentale; alterazione o anomalia delle facoltà psichico-cognitive; accertamento dell’incapacità di intendere e di volere; imputato con infermità mentale tale da impedirne la partecipazione al processo.

Indice

Nozione di infermità mentale

In tema di imputabilità, esula dalla nozione di infermità mentale il gruppo delle cd. “abnormità psichiche”, quali a titolo di esempio le nevrosi di ansia a “corto circuìto”, che hanno natura transitoria e non sono indicative di uno stato morboso e per questo non sono in grado di incidere sull’imputabilità del soggetto che ne è portatore.

Tribunale Chieti, 16/04/2018, n.497

L’omessa notifica dell’avviso di udienza al tutore 

In tema di procedimento di esecuzione, l’omessa notifica dell’avviso dell’udienza al tutore del condannato interdetto per infermità mentale determina una nullità di ordine generale dell’ordinanza emessa dal giudice dell’esecuzione, ai sensi degli artt. 178, comma 1, lett. c) e 180 cod. proc. pen.

Cassazione penale sez. I, 07/05/2019, n.43523

Incapacità di disporre per testamento 

L’annullamento della scheda testamentaria postula l’accertamento della presenza riguardo al testatore non già di una semplice alterazione o anomalia delle facoltà psichico-cognitive – circostanza, come notorio, normale e frequente con l’avanzare dell’età – bensì la prova che, a cagione di uno stato d’infermità totale, transitorio o permanente, o di altra causa perturbatrice, il soggetto sia stato assolutamente privo, al momento del compimento dell’atto di ultima volontà, della capacità di autodeterminarsi coscientemente e liberamente nel compimento dei propri atti.

Di conseguenza, in tema di onus probandi, poiché la capacità d’intendere e di volere di una persona non interdetta legalmente è la regola, mentre l’incapacità naturale è l’eccezione, incombe su chi contesta in giudizio la validità del testamento fornire prova della sussistenza dello stato di grave infermità mentale del testatore; tale prova deve essere fornita in modo serio e rigoroso: non basta, quindi, allegare lo status di grave malattia e decadimento psicofisico del testatore al momento dell’atto, ma è necessario dimostrare, oltre ogni ragionevole dubbio, che egli abbia perso, a causa di dette minorazioni, in modo assoluto, la piena capacità d’intendere e di volere.

Tribunale Trani, 04/02/2019, n.282

Riconoscimento del vizio di mente in un precedente procedimento

Ai fini dell’applicazione degli artt. 88 e 89 c.p., l’infermità mentale non costituisce uno stato permanente, ma va accertata in relazione alla commissione di ciascun reato e, conseguentemente, non può essere ritenuta sulla sola base del precedente riconoscimento del vizio di mente in altro procedimento, sia pure relativo a fatti commessi nel medesimo periodo temporale di quello che forma oggetto del giudizio .

Cassazione penale sez. II, 26/10/2018, n.50196

Effetti sulla capacità di intendere e di volere

n tema di imputabilità l’epilessia non costituisce di per sé una malattia comportante un permanente stato di infermità mentale, atteso che l’incapacità di intendere o di volere è ravvisabile in chi ne è affetto soltanto nel momento della crisi epilettica, mentre nei periodi extra-accessuali il malato conserva piena lucidità e completa consapevolezza delle proprie azioni.

Cassazione penale sez. I, 17/07/2018, n.1668

L’incapacità a partecipare al processo

La semplice sottoposizione dell’imputato all’istituto dell’amministrazione di sostegno non determina automaticamente l’incapacità del medesimo a partecipare scientemente al processo (articolo 70 del codice di procedura penale), atteso che quest’ultima è diversamente disciplinata rispetto alla mancanza di imputabilità (articolo 85 del codice penale), costituendo stati soggettivi che, pur accomunati dall’infermità mentale, operano su piani del tutto diversi e autonomi.

Ne consegue che, solo ove sia stata in concreto accertata l’incapacità dell’imputato-amministrato di partecipare coscientemente al processo, il giudice è tenuto a disporre, ai sensi dell’articolo 71 del codice di procedura penale, la sospensione del processo.

Cassazione penale sez. III, 14/11/2017, n.3659

Permanente alterazione psichica

Per far luogo ad un provvedimento di inabilitazione occorre non solo una infermità mentale, vale a dire una permanente alterazione psichica che menomi la normale attitudine del soggetto a provvedere diligentemente ai propri affari, senza tuttavia escludere per intero la sua capacità di intendere e di volere, ma anche la necessità di proteggere l’inabilitato o la sua famiglia da un pregiudizio economico cui sarebbe esposto a seguito del libero compimento di atti di straordinaria amministrazione.

Tribunale Messina sez. I, 31/07/2017, n.2099

La notificazione al curatore speciale 

Per le notifiche degli atti processuali dirette ad imputato dichiarato inabilitato si osservano le forme di cui all’art. 166 c.p.p., che prevedono una notificazione integrativa al curatore speciale, solo qualora l’imputato si trovi nelle condizioni di infermità mentale previste dall’art. 71, comma 1, c.p.p., tali da impedirne la cosciente partecipazione al procedimento.

(In motivazione, la S.C. ha valorizzato i principi affermati dalla Corte costituzionale, nella sentenza n. 116 del 11 marzo 2009, in tema di notifiche ai soggetti sopposti ad amministratore di sostegno).

Cassazione penale sez. I, 22/03/2017, n.18141

L’alcolismo è causa di infermità mentale?

La dipendenza da alcool per essere causa d’infermità mentale deve necessariamente tradursi in un’intossicazione grave, tale da determinare un vero e proprio stato patologico psico -fisico, così incidendo profondamente sui processi intellettivi e volitivi della persona (nella specie, relativa al furto di una bottiglia di alcolici, la Corte ha respinto la tesi difensiva, secondo cui il gesto era stato causato da seri problemi di alcolismo).

Cassazione penale sez. IV, 07/02/2017, n.11727

Lo stato d’infermità irreversibile

Quando, a seguito di accertamenti ex art. 70 c.p.p., lo stato d’infermità risulti reversibile non trova ragione l’applicazione di un termine massimo alla sospensione della prescrizione invece previsto in caso di stato irreversibile di infermità mentale. Riacquisita la capacità mentale di partecipare coscientemente al processo, la prescrizione (ed il processo) riprende il suo corso, qualunque sia il tempo intanto decorso.

Cassazione penale sez. III, 31/01/2017, n.18479

L’indennità di accompagnamento

In tema di indennità di accompagnamento, l’art. 3 della l. n. 18 del 1980, nel prevederne la decorrenza dal primo giorno del mese successivo a quello di presentazione dell’istanza amministrativa, non pone una presunzione di sussistenza, a detta data, dei presupposti per il beneficio, ma un limite temporale alla sua riconoscibilità, sicché lo stato di infermità mentale o di incapacità naturale del soggetto richiedente, non determinando la perdita della capacità legale della persona di compiere gli atti per il riconoscimento della prestazione, non giustifica l’attribuzione di quest’ultima per un periodo antecedente a quello fissato dalla legge.

Cassazione civile sez. lav., 17/11/2016, n.23443

Abituale infermità mentale

Nei confronti di un soggetto affetto da grave patologia (quale l’encefalopatia connatale da toxoplasmosi intrauterina con grave ritardo psicomotorio ed intellettivo e cecità bilaterale), la cui evoluzione nel tempo può essere solo peggiorativa, viene pronunciata l’interdizione, in quanto questa malattia comporta un’abituale infermità mentale tale da rendere il soggetto incapace di intendere e volere e quindi di provvedere autonomamente ai propri bisogni.

Tribunale Potenza, 16/11/2016, n.1383

La pronuncia dell’interdizione

L’art. 414 c.c. subordina la pronuncia dell’interdizione, oltre che all’abituale infermità di mente e alla causalmente connessa incapacità di provvedere ai propri interessi, anche alla necessità della misura ablativa per assicurare adeguata protezione all’interessato.

Tribunale Torino sez. VII, 05/08/2019, n.3857

La perizia psichiatrica 

L’accertamento dell’infermità di mente dell’imputato va compiuto in relazione al fatto concreto addebitatogli ed al tempo in cui è stato commesso, onde la perizia psichiatrica espletata in altro procedimento, relativo a diverso fatto, non è mai vincolante nel giudizio successivo, nel quale la valutazione della capacità di intendere e di volere dell’imputato è correttamente compiuta alla stregua di un accertamento peritale del tutto indipendente da quello eseguito in precedenza. (Conformi Sez. 6, n. 1895 del 16/11/1992 Rv. 193539 – 01; Sez. 2, n. 2406 del 23/11/1984 Rv. 168275 – 01; Sez. 2, n. 1857 del 17/10/1983 Rv. 162894 – 01)

Cassazione penale sez. II, 08/03/2019, n.13778

Condizione di abituale infermità di mente

Ai sensi dell’art. 414 c.c., nel caso in cui un soggetto sia affetto da un’infermità di mente che presenti carattere di abitualità, cioè di durata nel tempo tale da qualificarla come habitus normale del soggetto, e che inoltre incida sulla capacità del soggetto medesimo di provvedere alla cura dei propri interessi, il tribunale può procedere ad emettere pronuncia di interdizione quando tale alterazione psichica determini una inettitudine pratica alla cura dei propri interessi. La pronuncia di interdizione non è, però, obbligatoria in presenza di una condizione di abituale infermità, avendo l’ordinamento apprestato anche altre forme di tutela.

Tribunale Aosta, 16/01/2019, n.24

Dichiarazione d’interdizione: le condizioni necessarie

Ai fini della dichiarazione d’interdizione, occorre che il soggetto versi in condizione di abituale infermità di mente tale da renderlo incapace di provvedere ai propri interessi, ovvero sia affetto da una patologia talmente grave da escludere totalmente, diversamente dallo stato di limitata capacita` dell’inabilitato, la sua idoneità cognitiva e volitiva anche rispetto agli atti di ordinaria amministrazione.

Occorre, poi, che lo status di interdetto sia necessario ad assicurare l’adeguata protezione dell’interessato, posto che, stante la gravita` dei suoi effetti, l’interdizione ha carattere residuale ed e` riservata a quelle ipotesi in cui la meno invasiva amministrazione di sostegno non sarebbe in grado di assicurare un’efficacia tutela dell’incapace.

Tribunale Pistoia, 26/11/2018, n.977

Grave e permanente infermità di mente

Si trova nelle condizioni di cui all’art. 414 c.c. la parte incapace di provvedere ai propri interessi per effetto di grave e permanente infermità di mente, rispetto alla quale l’interdizione rappresenta l’unico strumento per assicurare un’adeguata protezione  in termini di assistenza, cura della persona e di gestione patrimoniale.

Tribunale Torino sez. VII, 02/11/2017, n.5231

Tutore dell’interdetto per infermità di mente

In mancanza di una specifica norma che attribuisca al tutore dell’interdetto per infermità di mente il potere di chiedere il divorzio, tale potere non può farsi derivare dalla generica rappresentanza in tutti gli atti civili prevista dall’art. 357 cc. (richiamato dall’art. 424 cc); deve, pertanto, ritenersi – in applicazione analogica dell’art. 4, comma 5, L. n. 898 del 1970, in relazione agli artt. 78 e 79 c.p.c. – che legittimato a proporre la domanda di divorzio possa essere un curatore speciale dell’infermo, nominato dal presidente del tribunale anche su richiesta del tutore.

Una volta escluso che al tutore dell’interdetto per infermità di mente competa il potere di chiederne il divorzio, non è chi non veda che tutte le deduzioni ed eccezioni della resistente che ruotano intorno a come e quando era stato introdotto il presente giudizio dall’interdetto, in persona del suo tutore, sono perfettamente ininfluenti: anche la convenuta ben avrebbe potuto far notare che l’istante nel caso di specie doveva essere assistito da un curatore speciale.

Tribunale Bari sez. I, 24/02/2014, n.966

Procedimento per l’applicazione di misure di prevenzione

Non sono fondate le questioni di legittimità costituzionale dell’art. 72, comma 2, c.p.p., censurato, per violazione degli artt. 3 e 24 Cost., nella parte in cui, nel procedimento di applicazione di una misura di prevenzione patrimoniale, non prevede la revoca dell’ordinanza di sospensione disposta per l’infermità di mente del proposto, qualora si accerti che l’incapacità della persona è irreversibile.

Infatti, è errato ritenere che gli artt. 70 ss. c.p.p. siano applicabili al procedimento di prevenzione patrimoniale, in luogo dell’art. 666, comma 8, c.p.p., e che solo attraverso una declaratoria di illegittimità costituzionale dell’art. 72, comma 2, c.p.p. possa conseguirsi l’effetto di proseguire nel giudizio relativo alla confisca, dovendosi anzitutto escludere che l’incapacità irreversibile del proposto impedisca l’applicazione della misura di prevenzione patrimoniale e costituisca un ostacolo alla definizione del relativo procedimento, dato che questa prescinde dall’attuale pericolosità della persona, ma ha lo scopo di sottrarre definitivamente i beni al “circuito economico” di origine, per inserirli in altro, esente dai condizionamenti criminali che caratterizzano il primo.

In particolare, il procedimento di prevenzione è governato dalla normativa relativa all’applicazione delle misure di sicurezza, in quanto applicabile, che esclude che l’incapacità della persona comporti la sospensione del procedimento e impone, al contrario, che esso prosegua anche nei confronti del tutore o del curatore, sicché non vi è una ragione costituzionalmente ineludibile per sospendere il procedimento in caso di incapacità del proposto stesso, essendo l’esercizio del diritto di difesa legittimamente garantito da parte del tutore o del curatore. Indiscussa la sussistenza della potestà pubblica di avviare e procedere nel giudizio di prevenzione reale nei confronti dell’incapace, rappresentato dal suo tutore o curatore provvisorio, resta impregiudicata ogni valutazione circa la compatibilità con la Costituzione della particolare configurazione che il legislatore ha impresso al procedimento, specie in punto di oneri probatori e di allegazione, anche quando la persona che ha diretta conoscenza dei fatti, e che potrebbe articolare la propria difesa in base a ciò, non sia in grado di prendere parte coscientemente al giudizio (sentt. nn. 53 del 1968, 76 del 1970, 160 del 1982, 48 del 1994, 77 del 1995, 306 del 1997, 39, 321 del 2004, 21 del 2012, 106 del 2015; ordd. nn. 275 del 1996, 7 del 1998, 216 del 2012).

Corte Costituzionale, 17/07/2017, n.208

Eliminazione del carattere obbligatorio dell’interdizione

Il nuovo testo dell’articolo 414 c.c. sottintende l’eliminazione del carattere obbligatorio dell’interdizione, la cui applicazione è subordinata ad una condizione di abituale infermità di mente, che renda il maggiore di età o il minore emancipato, incapace di provvedere ai propri interessi, ove tale misura sia necessaria per assicurare la loro adeguata protezione, riservandolo, in considerazione della gravità degli effetti che da essa derivano, a quelle ipotesi in cui nessuna efficacia protettiva sortirebbe una diversa misura.

Tribunale Bari sez. I, 24/02/2015, n.815

Capacità di contrarre matrimonio

Il beneficiario conserva capacità di agire per tutti gli atti che non richiedono rappresentanza esclusiva o assistenza necessaria dell’amministratore di sostegno (art. 409 c.c.), con la conseguenza che egli mantiene la capacità di contrarre matrimonio, giacché il corrispondente divieto, stabilito a tutela dell’interdetto per infermità di mente (art. 85 c.c.), è estensibile all’amministrazione di sostegno (art. 411 c.c.) unicamente allorché, a causa di immaturità psico-fisica dovuta a “grave infermità mentale” (arg. ex art. 414 e 415 c.c.), il beneficiario non risulti in grado di vivere il rapporto di coniugio con consapevole assunzione delle gravose responsabilità che il vincolo comporta.

(Nel caso di specie, in applicazione del principio di cui in massima, il Giudice Tutelare ha rigettato l’istanza ablativa della capacità matrimoniale proposta nei confronti del beneficiario, affetto da ritardo mentale lieve).

Tribunale Modena sez. II, 18/12/2013

Misure di sicurezza personali detentive: casa di cura

Ai fini dell’applicazione della misura di sicurezza del ricovero in una Casa di cura e custodia, per l’individuazione della “pena stabilita dalla legge” rilevante a norma dell’art. 219 comma 1 c.p., devono considerarsi eventuali circostanze, aggravanti ed attenuanti, ma non anche la diminuente per il vizio parziale di mente, in quanto l’infermità di mente e la connessa pericolosità costituiscono la ragione giustificativa del provvedimento.

Cassazione penale sez. I, 05/12/2013, n.4459

Prova della totale infermità di mente

Il giudice di merito ha il dovere di dichiarare d’ufficio la mancanza di condizioni di imputabilità soltanto quando sia evidente la prova della totale infermità di mente, mentre l’eventuale vizio parziale di mente costituisce una semplice circostanza attenuante che deve essere allegata dall’imputato.

Cassazione penale sez. VI, 18/09/2013, n.41095

Grave patologia psichica

Lo strumento della cosiddetta detenzione domiciliare umanitaria, attuata per un corretto e necessario bilanciamento dei valori costituzionali coinvolti, va ritenuta applicabile anche nelle ipotesi di infermità psichica di obiettiva consistenza e gravità.

Cassazione penale sez. I, 07/05/2019, n.29488

Amministrazione di sostegno ed interdizione: quali differenze?

In caso di incapacità di intendere, la scelta lasciata alla discrezionalità del giudice non può fondarsi esclusivamente sul grado di infermità psichica del destinatario del provvedimento ma deve esser correlata al tipo di attività che deve esser compiuta in nome del beneficiario della protezione.

Pertanto se l’attività da porre in essere a tutela del beneficiario è minima e estremamente semplice, oltre ad esser tale da non pregiudicare gli interessi del soggetto, vuoi per la scarsa consistenza del patrimonio disponibile, vuoi per la semplicità delle operazioni da svolgere, si opterà per la nomina di un amministratore, in considerazione della maggiore flessibilità ed agilità dello strumento dell’amministrazione di sostegno.

Per converso, ove si tratti di un’incapacità di provvedere ai propri interessi e di gestire un’attività di una certa complessità ovvero nei casi in cui appaia necessario impedire al soggetto da tutelare di compiere atti pregiudizievoli per sé, l’interdizione appare l’unico strumento idoneo ad assicurare quella adeguata protezione degli interessi della persona che la legge richiede.

Tribunale Rieti, 01/02/2019, n.90

Il ricovero in ospedale giudiziario psichiatrico 

In caso di proscioglimento da una contravvenzione per infermità psichica è illegittima l’applicazione, ai sensi dell’art. 222 cod. pen., della misura di sicurezza personale del ricovero in ospedale psichiatrico giudiziario o di altra misura idonea individuata dal giudice, dovendosi escludere che le modifiche apportate alla disciplina in materia dal d.l. 22 dicembre 2011, n. 211, convertito in legge 17 febbraio 2012, n. 9, e dal d.l. 31 marzo 2014, n. 52, convertito in legge 30 maggio 2014, n. 81, abbiano determinato il superamento della distinzione tra delitti e contravvenzioni ai fini dell’applicazione delle misure di sicurezza.

Cassazione penale sez. IV, 17/01/2019, n.12399

Prova dell’incapacità naturale del testatore

In materia successoria, la prova dell’incapacità naturale del testatore, tale da determinare la nullità del testamento olografo, deve essere fornita con specifico riferimento al momento della redazione dell’atto. A tal fine, non è consentito il ricorso a una presunzione fondata sulla circostanza che il testatore fosse, in un periodo precedente, affetto da una patologia relativamente alla quale non è stata determinata clinicamente la concomitanza di una situazione di totale compromissione della sfera cognitiva e volitiva.

Solo, infatti, in presenza di una infermità psichica permanente o abituale si determina l’inversione dell’onere della prova, con la conseguenza che solo in tal caso occorre provare che nel momento della redazione dell’atto il testatore fosse in un momento di lucidità.

Nel caso di specie, avente ad oggetto l’accertamento della validità di una scheda testamentaria in relazione alla capacità di intendere e di volere del testatore, la presenza di determinati tipici segni di vecchiaia, quali l’apparire a volte confuso e disorientato, non sono stati considerati dal Tribunale sintomatici di una incapacità del testatore.

Trattasi, infatti, dei primi sintomi di una malattia che poi effettivamente ha portato alla demenza senile del de cuius, ma che da soli, di per sé, non possono consentire di ritenere, in carenza di altri chiari ed univoci elementi, che si sia concretizzato uno stato di totale incapacità mentale.

Tribunale Larino, 11/06/2018, n.186

Prostituzione e stato di infermità della prostituta

In tema di reati concernenti la prostituzione, ai fini della configurabilità della circostanza aggravante di cui al n. 2 dell’ art. 4 legge 20 febbraio 1958, n 75, per essere il fatto commesso ai danni di persona in stato di infermità o minorazione psichica, naturale o provocata, non è richiesto il vizio totale di mente, ma un’infermità psichica anche parziale della prostituta.

Cassazione penale sez. III, 05/04/2018, n.23198

Violenza su persona in stato di infermità psichica determinato dall’alcol

Integra il reato di violenza sessuale di gruppo (art. 609-octies cod. pen.), con abuso delle condizioni di inferiorità psichica o fisica, la condotta di coloro che inducano la persona offesa a subire atti sessuali in uno stato di infermità psichica determinato dall’assunzione di bevande alcooliche, essendo l’aggressione all’altrui sfera sessuale connotata da modalità insidiose e subdole, anche se la parte offesa ha volontariamente assunto alcool e droghe, rilevando solo la sua condizione di inferiorità psichica o fisica seguente all’assunzione delle dette sostanze.

Cassazione penale sez. III, 19/01/2018, n.32462

Infermità psichica sopravvenuta

Appare non destituita di fondamento la questione di legittimità costituzionale dell’art 47-ter, comma 1 ter ord. penit., relativa alla parte in cui detta disposizione non include, tra i presupposti della detenzione domiciliare “in deroga”, l’ipotesi dell’infermità psichica sopravvenuta, dal momento che la norma contrasta con i parametri costituzionali rappresentati dai contenuti degli artt. 2, 3, 27, 32 e 117 Cost.

Cassazione penale sez. I, 23/11/2017, n.13382

Grave infermità psichica sopravvenuta in carcere

È costituzionalmente illegittimo l’art. 47-ter, comma 1-ter, l. 26 luglio 1975, n. 354, nella parte in cui non prevede che, nell’ipotesi di grave infermità psichica sopravvenuta, il tribunale di sorveglianza possa disporre l’applicazione al condannato della detenzione domiciliare anche in deroga ai limiti di cui al comma 1 del medesimo art. 47-ter.

Premesso che dopo la chiusura degli ospedali psichiatrici civili e giudiziari non può più farsi riferimento all’art. 148 c.p., unica disposizione dedicata alla condizione dei detenuti affetti da gravi patologie psichiche sopravvenute, e che, rimasto incompiuto il complesso disegno riformatore, oggi il tessuto normativo presenta serie carenze che gravano sulla condizione dei detenuti affetti da infermità psichica sopravvenuta, i quali non hanno accesso né alle REMS né ad altre misure alternative al carcere, qualora abbiano un residuo di pena superiore a quattro anni, e segnatamente alla detenzione domiciliare “ordinaria” di cui all’art. 47-ter, comma 1, lett. c), ord. penit., prevista per tutti i detenuti con una pena residua inferiore a quattro anni e che siano gravemente malati, indipendentemente dal tipo di patologia di cui soffrono, né alla possibilità di rinvio della esecuzione della pena, l’assenza di ogni alternativa al carcere, che impedisce al giudice di disporre che la pena sia eseguita fuori dagli istituti di detenzione, anche qualora, a seguito di tutti i necessari accertamenti medici, sia stata riscontrata una malattia mentale che provochi una sofferenza talmente grave che, cumulata con l’ordinaria afflittività del carcere, dia luogo a un supplemento di pena contrario al senso di umanità contrasta con i principi costituzionali di cui agli artt. 2, 3, 27, comma 3, 32 e 117, comma 1, Cost.

Alla violazione degli indicati principi costituzionali e onde consentire che sia da subito ripristinato un adeguato bilanciamento tra le esigenze della sicurezza della collettività e la necessità di garantire il diritto alla salute dei detenuti (art. 32 Cost.) e di assicurare che nessun condannato sia mai costretto a scontare la pena in condizioni contrarie al senso di umanità (art. 27, comma 3, Cost.), meno che mai un detenuto malato, e salvo ogni intervento del legislatore, deve rendersi applicabile l’istituto della detenzione domiciliare “umanitaria”, la quale offre al giudice una possibilità da attivare quando le condizioni lo consentano, sulla base di una complessiva valutazione a cui non può rimanere estraneo il giudizio di pericolosità ostativa a trattamenti extra-murari, opportunamente rinnovato e attualizzato in parallelo alla evoluzione della condizione sanitaria e personale del detenuto (sentt. nn. 111 del 1996, 167 del 1999, 282 del 2000, 359 del 2003, 251 del 2008, 177 del 2009, 162 del 2014, 169 del 2017, 211 del 2018; ordd. nn. 327 del 1989, 255 del 2005) .

Corte Costituzionale, 19/04/2019, n.99

Infermità e deficienza psichica: differenze

In tema di circonvenzione di persone incapaci (art. 643 c.p.), il fatto che la legge individui tre categorie di soggetti passivi (il minore, l’infermo psichico e il deficiente psichico), distinguendo quindi tra infermo psichico e deficiente psichico e non considerando necessario che il soggetto passivo si trovi nella condizione per essere interdetto o inabilitato, induce a ritenere che per “infermità psichica” deve intendersi ogni alterazione psichica derivante sia da un vero e proprio processo morboso (quindi catalogabile tra le malattie psichiatriche) sia da una condizione che, sebbene non patologica, menomi le facoltà intellettive o volitive, mentre la “deficienza psichica” è identificabile in un’alterazione dello stato psichico che, sebbene meno grave dell’infermità, è comunque idonea a porre il soggetto passivo in uno stato di minorata capacità in quanto le sue capacità intellettive, volitive o affettive, fanno scemare o diminuire il pensiero critico (vi rientrano, per esempio, l’emarginazione ambientale, la fragilità e la debolezza di carattere).

In ogni caso, minimo comune denominatore rinvenibile in entrambe le situazioni consiste nel fatto che, in tanto il reato può essere configurato, in quanto si dimostri l’instaurazione di un rapporto squilibrato fra vittima e agente, nel senso che deve trattarsi di un rapporto in cui l’agente abbia la possibilità di manipolare la volontà della vittima a causa del fatto che costei si trova, per determinate situazioni da verificare caso per caso, in una minorata situazione e, quindi, incapace di opporre alcuna resistenza a causa della mancanza o diminuita capacità critica.

Tale situazione di minorata capacità deve essere oggettiva e riconoscibile da parte di tutti in modo che chiunque possa abusarne per raggiungere i suoi fini illeciti (fattispecie in cui la Corte ha ritenuto corretto il ragionamento del giudice di merito che aveva ravvisato il reato motivando in termini convincenti non solo sulle accertate condizioni psicofisiche pregiudicate di alcune delle vittime, ma anche e soprattutto sul tema della riconoscibilità di tali condizioni, tali da avere indotto gli imputati alla scelta delle vittime e poi ad approfittare di queste condizioni pregiudicate – in primo luogo, l’ipoacusia – determinate anche dall’età avanzata).

Cassazione penale sez. IV, 30/03/2017, n.24930

Infermità di mente e diritto di querela

L’infermità di mente di cui all’art 121 cod. pen. si riferisce ad una incapacità di fatto ad esercitare il diritto di querela nella quale la persona offesa si trovi a cagione di infermità psichica, riferibile non soltanto ai soggetti che si trovino nelle condizioni per essere dichiarati interdetti o inabilitati in dipendenza di una malattia mentale, ma anche ai soggetti che a causa della malattia mentale non sono in grado di comprendere l’importanza giuridica e morale della querela e di volere tale atto.

(Fattispecie in cui la persona offesa era affetta da insufficienza mentale di grado medio con disformismo e difficoltà relazionale invalida all’80%).

Cassazione penale sez. III, 18/10/2016, n.3085

Infermità psichica e idoneità della misura da adottare 

La scelta del giudice di merito tra l’interdizione e l’amministrazione di sostegno non può tanto fondarsi sul grado più o meno intenso di infermità psichica del destinatario del provvedimento, quanto sull’idoneità della misura da adottare a fronteggiare le concrete esigenze del soggetto predetto, alla stregua di tutte le circostanze che caratterizzano la fattispecie, quindi sia del tipo di attività che devono essere compiute per conto del beneficiario, sia della durata e della natura dell’impedimento.

(Nella specie, la Suprema corte ha confermato la sentenza di merito che aveva ritenuto che l’interdizione fosse l’unica misura idonea a garantire la corretta gestione del rilevantissimo e variegato patrimonio del destinatario, quasi centenario e ormai in condizioni di incapacità fisiopsichica).

Cassazione civile sez. I, 26/07/2013, n.18171



Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non hanno ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

7 Commenti

  1. Un’anziana signora, da qualche tempo portatrice di Alzheimer progressivo ha due figlie: una la accudisce (ivi compreso il padre anch’egli inabile per anni ma ora deceduto) e l’altra, che abita a 300 km, se ne disinteressa da oltre vent’anni. Vi è ora necessità di rogitare un minuscolo mappale all’urbano facente parte della abitazione dell’anziana, usufruttuaria del medesimo immobile sul quale la sola figlia che la accudisce ha la nuda proprietà, per ribadirne a fronte di antichi errori di “geometri e catasto” la piena proprietà di confinanti terzi. La soluzione più logica sarebbe quella di ricorrere all’intervento del giudice per la nomina di un tutore, ma esiste un’alternativa a ciò? Oltre ai tempi lunghi vi sarebbero anche problemi burocratici conseguenti, in ragione soprattutto del fatto che la figlia lontana non si sa se sarebbe disponibile per firme di inizio procedimento e altro.

    1. Se la signora affetta da Alzheimer versa in condizioni di infermità mentale grave e permanente che gli impediscano di provvedere ai propri interessi, farle sottoscrivere un atto espone quello stesso atto al rischio, assai serio, di essere annullato.Infatti l’articolo 428 del Codice civile stabilisce che se una persona (non interdetta) compie un atto e si dimostra che nel momento in cui l’ha compiuto era incapace, per una qualsiasi causa, di intendere e volere e quell’atto è tale da arrecarle un grave pregiudizio, quella stessa persona o i suoi eredi o i suoi aventi causa possono chiedere l’annullamento dell’atto (entro il termine di cinque anni dal momento in cui l’atto è compiuto).Per di più, se l’atto che questa signora deve compiere richiede l’intervento del notaio, c’è da considerare che la legge professionale notarile ed il relativo regolamento impone ai notai (articoli 47 della legge notarile e articolo 67 del connesso regolamento) di verificare che l’atto che andranno a confezionare sia effettivamente rispondente alla volontà di chi lo sottoscriverà e che questa volontà si sia manifestata liberamente.Se, quindi, al notaio dovesse sembrare che la signora non sia capace di intendere e volere, anche se non interdetta, egli potrebbe o richiedere un accertamento medico legale prima di procedere al rogito, oppure, se l’infermità fosse evidente e non lasciasse dubbi, potrebbe direttamente rifiutarsi di rogare l’atto (ci potrebbe infatti essere una sua responsabilità professionale se, un domani, quell’atto fosse annullato con sentenza di un giudice in quanto compiuto da persona incapace di intendere e volere).Da quanto si è detto emerge che far sottoscrivere un atto ad una persona effettivamente incapace di intendere e volere, anche se non ancora interdetta con sentenza definitiva, è un rischio in quanto quell’atto potrebbe in futuro, ai sensi dell’articolo 428 del Codice civile, essere annullato (o il notaio stesso potrebbe rifiutarsi di rogarlo).L’alternativa, per evitare i rischi sopra evidenziati e soprattutto se le condizioni di infermità mentale della signora sono davvero serie, è quella di avviare l’iter della interdizione legale che prevede la nomina di un tutore.Si noti che, durante il processo ed in attesa della sentenza che dichiara l’interdizione, è possibile, ai sensi dell’articolo 419 del Codice civile che il giudice, subito dopo l’esame della persona da interdire, nomini un tutore provvisorio in modo da non bloccare, in attesa dei tempi lunghi della sentenza, le attività connesse alla esistenza della persona da interdire.

    1. Il diritto penale è basato su un principio garantistico: può rispondere del reato solo chi lo ha commesso con coscienza, ossia in condizioni tali da avere il controllo di sé stesso. È necessario che il reo abbia voluto compiere il comportamento incriminato, a prescindere dal fatto che si sia rappresentata la possibilità che da esso potesse derivare l’evento delittuoso come, ad esempio, la morte di una persona o il ferimento. Chi guida in eccesso di velocità o in condizioni di distrazione è responsabile dell’investimento del passante anche se non lo ha voluto. Egli, infatti, nel momento in cui ha premuto sull’acceleratore, sapeva ciò che stava facendo. Al contrario, non sarebbe responsabile se l’investimento fosse dovuto a un infarto che lo abbia portato a sbandare sul marciapiedi.Il fatto di ignorare che la legge preveda come reato un determinato comportamento non è condizione sufficiente per escludere la punibilità; diversamente, chiunque potrebbe invocare l’ignoranza per non rispondere delle violazioni commesse.Lo stato di ebbrezza o di alterazione da sostanze stupefacenti, se anche determina una condizione di temporanea incapacità, implica ugualmente la responsabilità penale. La ragione è semplice: la coscienza rilevante per identificare la colpa del soggetto agente retroagisce al momento in cui questi ha scelto di assumere la sostanza alcolica o la droga che ne ha ridotto la capacità (a meno che non si tratti di un alcolista cronico o un drogato abituale). Se così non fosse, basterebbe bere qualche bicchiere di vino o sniffare qualche sostanza per poi uccidere chicchessia senza andare in carcere.

  2. Cos’è l’infermità di mente? Quando, nonostante l’infermità di mente, c’è responsabilità penale?

    1. L’infermità di mente è una malattia la cui presenza prescinde dalla volontà del reo e che interviene per ragioni naturali del tutto incolpevoli. Con riferimento al cosiddetto «vizio totale di mente», il Codice penale stabilisce che «non è imputabile (ossia non è responsabile) chi, nel momento in cui ha commesso il fatto, era, per infermità, in tale stato di mente da escludere la capacità d’intendere o di volere». L’infermità di mente può essere una malattia psichica o mentale, così come un disturbo della personalità. A riguardo, la Cassazione ha precisato che, ai fini del riconoscimento del vizio totale o parziale di mente, anche i «disturbi della personalità», che non sempre sono inquadrabili nel ristretto novero delle malattie mentali, possono rientrare nel concetto di “infermità”, purché siano di consistenza, intensità e gravità tali da incidere concretamente sulla capacità di intendere o di volere, escludendola o scemandola grandemente.Inoltre, deve sussistere un nesso di causa-effetto tra la specifica condotta criminosa e il disturbo di mente: in buona sostanza, il reato deve essere stato determinato dal disturbo mentale e non da altre circostanze. Una persona claustrofobica non può invocare tale patologia per giustificare il fatto di aver ucciso una persona. Ne consegue che nessun rilievo, ai fini dell’imputabilità, deve essere dato ad altre anomalie caratteriali o alterazioni e disarmonie della personalità che non presentino i caratteri sopra indicati, nonché agli stati emotivi e passionali, come ad esempio la rabbia.La cronica dipendenza da alcool non può essere assimilata ad un vizio parziale di mente – essendo caratterizzata dal venir meno dei fenomeni tossici negli intervalli di astinenza, durante i quali vi sarebbe di nuovo l’acquisto della capacità di intendere e di volere – ma può essere valorizzata al fine della concessione delle circostanze attenuanti generiche.

    2. Per rispondere alla domanda: “Quando, nonostante l’infermità di mente, c’è responsabilità penale”, devi sapere che la persona che presenta un’incapacità naturale non è sempre priva di responsabilità per ciò che fa. Innanzitutto, l’incapacità deve essere talmente grave da escludere la coscienza del soggetto ossia la capacità di comprendere il significato delle sue azioni. In secondo luogo, l’azione criminale deve essere stata determinata solo ed esclusivamente dal vizio di mente. Alla Cassazione è stato chiesto quali disturbi della personalità rientrano nel concetto di infermità. Secondo costante giurisprudenza di legittimità, per il riconoscimento del vizio totale o parziale di mente, anche i disturbi della personalità, non sempre inquadrabili tra le malattie mentali, possono rientrare nel concetto di infermità, purché siano di «consistenza, intensità e gravità tali da incidere concretamente sulla capacità di intendere o di volere, escludendola o scemandola grandemente» e a condizione che vi sia un nesso eziologico con la specifica condotta criminosa, per effetto della quale il reato sia ritenuto causalmente determinato dal disturbo mentale.L’accertamento dell’infermità di mente dell’imputato va compiuto in relazione al fatto concreto addebitatogli ed al tempo in cui è stato commesso, onde la perizia psichiatrica espletata in altro procedimento, relativo a diverso fatto, non è mai vincolante nel giudizio successivo

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema (max 1000 caratteri). Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA

Canale video Questa è La Legge

Segui il nostro direttore su Youtube