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Infermità mentale: ultime sentenze

5 Aprile 2020
Infermità mentale: ultime sentenze

Leggi le ultime sentenze su: tutore del condannato interdetto per infermità mentale; alterazione o anomalia delle facoltà psichico-cognitive; accertamento dell’incapacità di intendere e di volere; imputato con infermità mentale tale da impedirne la partecipazione al processo.

Nozione di infermità mentale

In tema di imputabilità, esula dalla nozione di infermità mentale il gruppo delle cd. “abnormità psichiche”, quali a titolo di esempio le nevrosi di ansia a “corto circuìto”, che hanno natura transitoria e non sono indicative di uno stato morboso e per questo non sono in grado di incidere sull’imputabilità del soggetto che ne è portatore.

Tribunale Chieti, 16/04/2018, n.497

L’omessa notifica dell’avviso di udienza al tutore 

In tema di procedimento di esecuzione, l’omessa notifica dell’avviso dell’udienza al tutore del condannato interdetto per infermità mentale determina una nullità di ordine generale dell’ordinanza emessa dal giudice dell’esecuzione, ai sensi degli artt. 178, comma 1, lett. c) e 180 cod. proc. pen.

Cassazione penale sez. I, 07/05/2019, n.43523

Incapacità di disporre per testamento 

L’annullamento della scheda testamentaria postula l’accertamento della presenza riguardo al testatore non già di una semplice alterazione o anomalia delle facoltà psichico-cognitive – circostanza, come notorio, normale e frequente con l’avanzare dell’età – bensì la prova che, a cagione di uno stato d’infermità totale, transitorio o permanente, o di altra causa perturbatrice, il soggetto sia stato assolutamente privo, al momento del compimento dell’atto di ultima volontà, della capacità di autodeterminarsi coscientemente e liberamente nel compimento dei propri atti.

Di conseguenza, in tema di onus probandi, poiché la capacità d’intendere e di volere di una persona non interdetta legalmente è la regola, mentre l’incapacità naturale è l’eccezione, incombe su chi contesta in giudizio la validità del testamento fornire prova della sussistenza dello stato di grave infermità mentale del testatore; tale prova deve essere fornita in modo serio e rigoroso: non basta, quindi, allegare lo status di grave malattia e decadimento psicofisico del testatore al momento dell’atto, ma è necessario dimostrare, oltre ogni ragionevole dubbio, che egli abbia perso, a causa di dette minorazioni, in modo assoluto, la piena capacità d’intendere e di volere.

Tribunale Trani, 04/02/2019, n.282

Riconoscimento del vizio di mente in un precedente procedimento

Ai fini dell’applicazione degli artt. 88 e 89 c.p., l’infermità mentale non costituisce uno stato permanente, ma va accertata in relazione alla commissione di ciascun reato e, conseguentemente, non può essere ritenuta sulla sola base del precedente riconoscimento del vizio di mente in altro procedimento, sia pure relativo a fatti commessi nel medesimo periodo temporale di quello che forma oggetto del giudizio .

Cassazione penale sez. II, 26/10/2018, n.50196

Effetti sulla capacità di intendere e di volere

n tema di imputabilità l’epilessia non costituisce di per sé una malattia comportante un permanente stato di infermità mentale, atteso che l’incapacità di intendere o di volere è ravvisabile in chi ne è affetto soltanto nel momento della crisi epilettica, mentre nei periodi extra-accessuali il malato conserva piena lucidità e completa consapevolezza delle proprie azioni.

Cassazione penale sez. I, 17/07/2018, n.1668

L’incapacità a partecipare al processo

La semplice sottoposizione dell’imputato all’istituto dell’amministrazione di sostegno non determina automaticamente l’incapacità del medesimo a partecipare scientemente al processo (articolo 70 del codice di procedura penale), atteso che quest’ultima è diversamente disciplinata rispetto alla mancanza di imputabilità (articolo 85 del codice penale), costituendo stati soggettivi che, pur accomunati dall’infermità mentale, operano su piani del tutto diversi e autonomi.

Ne consegue che, solo ove sia stata in concreto accertata l’incapacità dell’imputato-amministrato di partecipare coscientemente al processo, il giudice è tenuto a disporre, ai sensi dell’articolo 71 del codice di procedura penale, la sospensione del processo.

Cassazione penale sez. III, 14/11/2017, n.3659

Permanente alterazione psichica

Per far luogo ad un provvedimento di inabilitazione occorre non solo una infermità mentale, vale a dire una permanente alterazione psichica che menomi la normale attitudine del soggetto a provvedere diligentemente ai propri affari, senza tuttavia escludere per intero la sua capacità di intendere e di volere, ma anche la necessità di proteggere l’inabilitato o la sua famiglia da un pregiudizio economico cui sarebbe esposto a seguito del libero compimento di atti di straordinaria amministrazione.

Tribunale Messina sez. I, 31/07/2017, n.2099

La notificazione al curatore speciale 

Per le notifiche degli atti processuali dirette ad imputato dichiarato inabilitato si osservano le forme di cui all’art. 166 c.p.p., che prevedono una notificazione integrativa al curatore speciale, solo qualora l’imputato si trovi nelle condizioni di infermità mentale previste dall’art. 71, comma 1, c.p.p., tali da impedirne la cosciente partecipazione al procedimento.

(In motivazione, la S.C. ha valorizzato i principi affermati dalla Corte costituzionale, nella sentenza n. 116 del 11 marzo 2009, in tema di notifiche ai soggetti sopposti ad amministratore di sostegno).

Cassazione penale sez. I, 22/03/2017, n.18141

L’alcolismo è causa di infermità mentale?

La dipendenza da alcool per essere causa d’infermità mentale deve necessariamente tradursi in un’intossicazione grave, tale da determinare un vero e proprio stato patologico psico -fisico, così incidendo profondamente sui processi intellettivi e volitivi della persona (nella specie, relativa al furto di una bottiglia di alcolici, la Corte ha respinto la tesi difensiva, secondo cui il gesto era stato causato da seri problemi di alcolismo).

Cassazione penale sez. IV, 07/02/2017, n.11727

Lo stato d’infermità irreversibile

Quando, a seguito di accertamenti ex art. 70 c.p.p., lo stato d’infermità risulti reversibile non trova ragione l’applicazione di un termine massimo alla sospensione della prescrizione invece previsto in caso di stato irreversibile di infermità mentale. Riacquisita la capacità mentale di partecipare coscientemente al processo, la prescrizione (ed il processo) riprende il suo corso, qualunque sia il tempo intanto decorso.

Cassazione penale sez. III, 31/01/2017, n.18479

L’indennità di accompagnamento

In tema di indennità di accompagnamento, l’art. 3 della l. n. 18 del 1980, nel prevederne la decorrenza dal primo giorno del mese successivo a quello di presentazione dell’istanza amministrativa, non pone una presunzione di sussistenza, a detta data, dei presupposti per il beneficio, ma un limite temporale alla sua riconoscibilità, sicché lo stato di infermità mentale o di incapacità naturale del soggetto richiedente, non determinando la perdita della capacità legale della persona di compiere gli atti per il riconoscimento della prestazione, non giustifica l’attribuzione di quest’ultima per un periodo antecedente a quello fissato dalla legge.

Cassazione civile sez. lav., 17/11/2016, n.23443

Abituale infermità mentale

Nei confronti di un soggetto affetto da grave patologia (quale l’encefalopatia connatale da toxoplasmosi intrauterina con grave ritardo psicomotorio ed intellettivo e cecità bilaterale), la cui evoluzione nel tempo può essere solo peggiorativa, viene pronunciata l’interdizione, in quanto questa malattia comporta un’abituale infermità mentale tale da rendere il soggetto incapace di intendere e volere e quindi di provvedere autonomamente ai propri bisogni.

Tribunale Potenza, 16/11/2016, n.1383



7 Commenti

  1. Un’anziana signora, da qualche tempo portatrice di Alzheimer progressivo ha due figlie: una la accudisce (ivi compreso il padre anch’egli inabile per anni ma ora deceduto) e l’altra, che abita a 300 km, se ne disinteressa da oltre vent’anni. Vi è ora necessità di rogitare un minuscolo mappale all’urbano facente parte della abitazione dell’anziana, usufruttuaria del medesimo immobile sul quale la sola figlia che la accudisce ha la nuda proprietà, per ribadirne a fronte di antichi errori di “geometri e catasto” la piena proprietà di confinanti terzi. La soluzione più logica sarebbe quella di ricorrere all’intervento del giudice per la nomina di un tutore, ma esiste un’alternativa a ciò? Oltre ai tempi lunghi vi sarebbero anche problemi burocratici conseguenti, in ragione soprattutto del fatto che la figlia lontana non si sa se sarebbe disponibile per firme di inizio procedimento e altro.

    1. Se la signora affetta da Alzheimer versa in condizioni di infermità mentale grave e permanente che gli impediscano di provvedere ai propri interessi, farle sottoscrivere un atto espone quello stesso atto al rischio, assai serio, di essere annullato.Infatti l’articolo 428 del Codice civile stabilisce che se una persona (non interdetta) compie un atto e si dimostra che nel momento in cui l’ha compiuto era incapace, per una qualsiasi causa, di intendere e volere e quell’atto è tale da arrecarle un grave pregiudizio, quella stessa persona o i suoi eredi o i suoi aventi causa possono chiedere l’annullamento dell’atto (entro il termine di cinque anni dal momento in cui l’atto è compiuto).Per di più, se l’atto che questa signora deve compiere richiede l’intervento del notaio, c’è da considerare che la legge professionale notarile ed il relativo regolamento impone ai notai (articoli 47 della legge notarile e articolo 67 del connesso regolamento) di verificare che l’atto che andranno a confezionare sia effettivamente rispondente alla volontà di chi lo sottoscriverà e che questa volontà si sia manifestata liberamente.Se, quindi, al notaio dovesse sembrare che la signora non sia capace di intendere e volere, anche se non interdetta, egli potrebbe o richiedere un accertamento medico legale prima di procedere al rogito, oppure, se l’infermità fosse evidente e non lasciasse dubbi, potrebbe direttamente rifiutarsi di rogare l’atto (ci potrebbe infatti essere una sua responsabilità professionale se, un domani, quell’atto fosse annullato con sentenza di un giudice in quanto compiuto da persona incapace di intendere e volere).Da quanto si è detto emerge che far sottoscrivere un atto ad una persona effettivamente incapace di intendere e volere, anche se non ancora interdetta con sentenza definitiva, è un rischio in quanto quell’atto potrebbe in futuro, ai sensi dell’articolo 428 del Codice civile, essere annullato (o il notaio stesso potrebbe rifiutarsi di rogarlo).L’alternativa, per evitare i rischi sopra evidenziati e soprattutto se le condizioni di infermità mentale della signora sono davvero serie, è quella di avviare l’iter della interdizione legale che prevede la nomina di un tutore.Si noti che, durante il processo ed in attesa della sentenza che dichiara l’interdizione, è possibile, ai sensi dell’articolo 419 del Codice civile che il giudice, subito dopo l’esame della persona da interdire, nomini un tutore provvisorio in modo da non bloccare, in attesa dei tempi lunghi della sentenza, le attività connesse alla esistenza della persona da interdire.

    1. Il diritto penale è basato su un principio garantistico: può rispondere del reato solo chi lo ha commesso con coscienza, ossia in condizioni tali da avere il controllo di sé stesso. È necessario che il reo abbia voluto compiere il comportamento incriminato, a prescindere dal fatto che si sia rappresentata la possibilità che da esso potesse derivare l’evento delittuoso come, ad esempio, la morte di una persona o il ferimento. Chi guida in eccesso di velocità o in condizioni di distrazione è responsabile dell’investimento del passante anche se non lo ha voluto. Egli, infatti, nel momento in cui ha premuto sull’acceleratore, sapeva ciò che stava facendo. Al contrario, non sarebbe responsabile se l’investimento fosse dovuto a un infarto che lo abbia portato a sbandare sul marciapiedi.Il fatto di ignorare che la legge preveda come reato un determinato comportamento non è condizione sufficiente per escludere la punibilità; diversamente, chiunque potrebbe invocare l’ignoranza per non rispondere delle violazioni commesse.Lo stato di ebbrezza o di alterazione da sostanze stupefacenti, se anche determina una condizione di temporanea incapacità, implica ugualmente la responsabilità penale. La ragione è semplice: la coscienza rilevante per identificare la colpa del soggetto agente retroagisce al momento in cui questi ha scelto di assumere la sostanza alcolica o la droga che ne ha ridotto la capacità (a meno che non si tratti di un alcolista cronico o un drogato abituale). Se così non fosse, basterebbe bere qualche bicchiere di vino o sniffare qualche sostanza per poi uccidere chicchessia senza andare in carcere.

  2. Cos’è l’infermità di mente? Quando, nonostante l’infermità di mente, c’è responsabilità penale?

    1. L’infermità di mente è una malattia la cui presenza prescinde dalla volontà del reo e che interviene per ragioni naturali del tutto incolpevoli. Con riferimento al cosiddetto «vizio totale di mente», il Codice penale stabilisce che «non è imputabile (ossia non è responsabile) chi, nel momento in cui ha commesso il fatto, era, per infermità, in tale stato di mente da escludere la capacità d’intendere o di volere». L’infermità di mente può essere una malattia psichica o mentale, così come un disturbo della personalità. A riguardo, la Cassazione ha precisato che, ai fini del riconoscimento del vizio totale o parziale di mente, anche i «disturbi della personalità», che non sempre sono inquadrabili nel ristretto novero delle malattie mentali, possono rientrare nel concetto di “infermità”, purché siano di consistenza, intensità e gravità tali da incidere concretamente sulla capacità di intendere o di volere, escludendola o scemandola grandemente.Inoltre, deve sussistere un nesso di causa-effetto tra la specifica condotta criminosa e il disturbo di mente: in buona sostanza, il reato deve essere stato determinato dal disturbo mentale e non da altre circostanze. Una persona claustrofobica non può invocare tale patologia per giustificare il fatto di aver ucciso una persona. Ne consegue che nessun rilievo, ai fini dell’imputabilità, deve essere dato ad altre anomalie caratteriali o alterazioni e disarmonie della personalità che non presentino i caratteri sopra indicati, nonché agli stati emotivi e passionali, come ad esempio la rabbia.La cronica dipendenza da alcool non può essere assimilata ad un vizio parziale di mente – essendo caratterizzata dal venir meno dei fenomeni tossici negli intervalli di astinenza, durante i quali vi sarebbe di nuovo l’acquisto della capacità di intendere e di volere – ma può essere valorizzata al fine della concessione delle circostanze attenuanti generiche.

    2. Per rispondere alla domanda: “Quando, nonostante l’infermità di mente, c’è responsabilità penale”, devi sapere che la persona che presenta un’incapacità naturale non è sempre priva di responsabilità per ciò che fa. Innanzitutto, l’incapacità deve essere talmente grave da escludere la coscienza del soggetto ossia la capacità di comprendere il significato delle sue azioni. In secondo luogo, l’azione criminale deve essere stata determinata solo ed esclusivamente dal vizio di mente. Alla Cassazione è stato chiesto quali disturbi della personalità rientrano nel concetto di infermità. Secondo costante giurisprudenza di legittimità, per il riconoscimento del vizio totale o parziale di mente, anche i disturbi della personalità, non sempre inquadrabili tra le malattie mentali, possono rientrare nel concetto di infermità, purché siano di «consistenza, intensità e gravità tali da incidere concretamente sulla capacità di intendere o di volere, escludendola o scemandola grandemente» e a condizione che vi sia un nesso eziologico con la specifica condotta criminosa, per effetto della quale il reato sia ritenuto causalmente determinato dal disturbo mentale.L’accertamento dell’infermità di mente dell’imputato va compiuto in relazione al fatto concreto addebitatogli ed al tempo in cui è stato commesso, onde la perizia psichiatrica espletata in altro procedimento, relativo a diverso fatto, non è mai vincolante nel giudizio successivo

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