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Interdizione: ultime sentenze

8 Aprile 2020
Interdizione: ultime sentenze

Leggi le ultime sentenze su: incapacità naturale di intendere e di volere; atti compiuti da persona naturalmente incapace; sentenza di interdizione o di inabilitazione; provvedimento di nomina del tutore o di un curatore provvisorio; sospensione del processo per consentire l’accertamento dello status relativo mediante procedimento camerale; interdizione e inabilitazione; misura di protezione della nomina di un amministratore di sostegno a tempo indeterminato.

Rispetto della dignità dell’individuo

Le misure dell’interdizione dell’inabilitazione, meno flessibili e più vincolanti rispetto all’istituto dell’amministrazione di sostegno, sono ormai da considerarsi figure residuali, da applicarsi solo qualora non si ritengano possibili interventi di sostegno idonei ad assicurare al soggetto debole una adeguata protezione.

Se ne deduce che dovendo – nella scelta tra i diversi istituti di protezione previsti dall’ordinamento – il criterio selettivo essere rappresentato dalla valutazione dello strumento più idoneo in relazione agli atti da compiere e non quello, invece, del grado di invalidità, l’amministrazione di sostegno appare senz’altro strumento da preferirsi non solo sul piano pratico, ma anche su quello etico-sociale del maggior rispetto della dignità dell’individuo.

Tribunale Rieti, 04/02/2020, n.68

L’interdizione temporanea dai pubblici uffici

La pena accessoria dell’interdizione temporanea dai pubblici uffici non si estingue a seguito dell’esito positivo dell’affidamento in prova al servizio sociale, come si ricava anche dalla nuova formulazione dell’art. 47, comma 12, della l. n. 354 del 1975 (come modificato dall’art. 4 vicies semel del d.l. n. 272 del 2005, conv. con modif. dalla l. n. 49 del 2006), il quale, nel disporre che “l’esito positivo del periodo di prova estingue la pena detentiva ed ogni altro effetto penale”, rende chiara la “ratio” di distinguere gli ambiti di operatività della pena principale rispetto a quella accessoria.

Cassazione civile sez. lav., 10/12/2019, n.32259

Incapacità naturale e sospensione del processo

L’art. 75 c.p.c., nell’indicare le persone processualmente incapaci, si riferisce ai soggetti che siano stati privati della capacità di agire, in modo assoluto, per effetto di una sentenza di interdizione o in modo parziale, per effetto di una sentenza di inabilitazione e che siano rappresentati o assistiti da un tutore o curatore, senza far menzione, invece, dei soggetti colpiti da incapacità naturale, che non risultino ancora interdetti o inabilitati nelle forme di legge; né, in relazione a questi ultimi, si pone l’esigenza di una sospensione del processo, ex art. 295 c.p.c. per il promovimento della procedura di interdizione mediante il rito camerale previsto dagli artt. 712 e ss. c.p.c., posto che la “ratio” della disposizione dettata dall’art. 75 cit. si fonda, da un lato, sull’esigenza che ogni limitazione della capacità di agire, con le relative ricadute sul piano processuale, possa operare solo all’esito finale di uno specifico procedimento e, dall’altro, sull’altrettanto incontestabile esigenza di impedire il pericolo che ogni processo possa subire interruzioni o sospensioni sulla base di situazioni di non sollecito ed agevole accertamento, con il conseguente pregiudizio del diritto di tutela giurisdizionale della parte che ha proposto la domanda.

Cassazione civile sez. II, 20/08/2019, n.21507

Pronuncia dell’interdizione

L’art. 414 c.c. subordina la pronuncia dell’interdizione, oltre che all’abituale infermità di mente e alla causalmente connessa incapacità di provvedere ai propri interessi, anche alla necessità della misura ablativa per assicurare adeguata protezione all’interessato.

Tribunale Torino sez. VII, 05/08/2019, n.3857

Nomina di un’amministrazione di sostegno

Ai fini della conferma della misura di protezione della nomina di un amministratore di sostegno a tempo indeterminato, è necessario tenere in considerazione le condizioni personali e di salute che rendono il soggetto privo di autonomia e non in grado di provvedere adeguatamente all’amministrazione dei propri interessi, sebbene le condizioni non debbano essere tali da giustificare una pronuncia di interdizione.

Tribunale Belluno, 01/08/2019

Giudizio di interdizione: condizioni per la nomina di un amministratore di sostegno

Nel giudizio di interdizione il giudice di merito, nel valutare se ricorrono le condizioni previste dall’art. 418 c.c. per la nomina di un amministratore di sostegno, rimettendo gli atti al giudice tutelare, deve considerare che, rispetto all’interdizione e all’inabilitazione, l’ambito di applicazione dell’amministrazione di sostegno va individuato con riguardo non già al diverso, e meno intenso, grado di infermità o di impossibilità di attendere ai propri interessi del soggetto carente di autonomia, ma alle residue capacità e all’esperienza di vita dallo stesso maturate, anche attraverso gli studi scolastici e lo svolgimento dell’attività lavorativa.

Tribunale Velletri sez. I, 15/07/2019, n.1344

Il termine di impugnazione della sentenza di interdizione

In tema di sospensione feriale dei termini processuali, il carattere di eccezionalità della norma della L. 7 ottobre 1969, n. 742, art. 3, che, per i procedimenti indicati nell’ord. giud., art. 92, pone una precisa deroga al principio generale di sospensione dei termini durante il periodo feriale, comporta non solo che non possa esserne estesa l’applicazione a tipologie di controversie diverse da quelle espressamente richiamate ma anche che le categorie (sempre più numerose) sottratte all’operatività della regola generale vadano intese con rigorosa interpretazione.

Con riferimento alle cause relative ai procedimenti di amministrazione di sostegno, l’eccezione alla regola generale della sospensione dei termini durante il periodo feriale deve essere ristretta ai soli casi in cui la sua ritardata trattazione potrebbe produrre grave pregiudizio alle parti, come (e senza pretesa di esaustività) avviene per i provvedimenti che dispongono l’apertura o la chiusura dell’amministrazione, di contenuto corrispondente alle sentenze pronunciate in materia di interdizione ed inabilitazione (a norma degli artt. 712 c.p.c., e ss., espressamente richiamati dall’art. 720 -bis, comma 1 c.p.c.), non anche ai provvedimenti a carattere gestorio come, ad esempio, quello in tema di rimozione e sostituzione ad opera del giudice tutelare di un amministratore di sostegno.

Cassazione civile sez. VI, 04/07/2019, n.18015

Criteri per valutare se ricorrono le condizioni per la nomina di tutore

Ai fini della valutazione di interdizione, il giudice deve avere riguardo non ai soli affari di indole economica e patrimoniale, ma a tutti gli atti della vita civile che attengono alla capacità di relazionarsi in genere con gli altri sia nei rapporti familiari che sociali.

Tribunale Pistoia, 26/06/2019, n.457

Rimozione del magistrato

In tema di sanzioni disciplinari dei magistrati, l’art. 12, comma 5, del d.lgs. n. 109 del 2006 prevede tre diverse ipotesi, alternative tra di loro, ricorrendo una sola delle quali va disposta obbligatoriamente la rimozione del magistrato.

(Nella specie, la S.C., nel confermare la pronuncia della sezione disciplinare, ha ritenuto che sussistessero due delle tre ipotesi previste dall’art. 12, comma 5, del d.lgs. n. 109 del 2006, avendo il magistrato riportato condanna penale alla pena di anni otto di reclusione, nonché l’interdizione perpetua dai pubblici uffici).

Cassazione civile sez. un., 25/06/2019, n.16984

L’amministrazione di sostegno e l’interdizione

La differenza tra l’amministrazione di sostengo e l’interdizione risiede in una valutazione di tipo quantitativo maggiormente oggettiva, che si basa sulla gravità della patologia che affligge il soggetto bisognoso di protezione, valorizzando la limitazione solo parziale della capacità di agire nell’amministrazione di sostegno, con conseguente conservazione di uno spazio residuo di capacità del soggetto, ed il sistema di gestione collaborativa, invece che sostitutiva, che caratterizza l’istituto dell’amministrazione di sostegno, anche in base al disposto dell’art. 410 c.c.

L’interdizione, invece, dovrà essere riserva residualmente a quei casi di maggiore gravità in cui non è possibile, per l’incidenza della patologia, conservare neanche un’area parziale della capacità d’agire del soggetto.

Tribunale Torino sez. VII, 10/05/2019, n.2267

Rimozione del tutore

Il Giudice istruttore del procedimento di interdizione è deputato unicamente ad istruire la domanda di interdizione sino alla pronuncia definitiva, onde la disposizione di cui all’art. 717 c. II c.p.c. – laddove si parla di revoca, anche d’ufficio – può essere semmai invocata in relazione a tutte le ipotesi in cui vengano meno, ex post, i fatti costitutivi posti alla base della domanda di interdizione (sostanzialmente, l’incapacità di provvedere ed attendere ai propri interessi), nel corso del procedimento di interdizione.

In buona sostanza, come la nomina ex art. 717 c. I c.p.c. partecipa del presupposto della presunta incapacità dell’interdicendo, che diviene definitiva solo in seguito alla delibazione collegiale e che richiede di intervenire prontamente per nominare un soggetto che lo rappresenti negli atti giuridici e di vita quotidiana sino alla sentenza definitiva (non potendo, il corso del tempo necessario per la pronuncia definitiva, andare a suo detrimento) così, parimenti, ove nel corso delle attività processuali si constati il venir meno dei fatti costitutivi che ne giustificarono la nomina, si potrà procedere alla revoca, con riespansione piena e perfetta della capacità d’agire dell’interdicendo.

Diversamente, laddove vengano contestati al tutore provvisorio comportamenti annoverabili tra quelli descritti dalla norma di cui all’art. 384 c.c., che attengono al merito del suo operato – sul quale, il Giudice istruttore non può pronunciarsi –, non v’è dubbio alcuno come il Giudice tutelare sia l’Ufficio giudiziario competente per l’adozione del provvedimento di “rimozione”.

Tribunale Nocera Inferiore sez. I, 08/03/2019

Interdizione: la rinunzia al ricorso 

In tema di interdizione, la dichiarazione di rinuncia (unilaterale) al ricorso è inidonea a produrre, in assenza dell’accettazione della controparte e del PM ( interveniente necessario e titolare, a sua volta, dell’autonomo potere di proporre ricorso per l’interdizione), l’effetto estintivo di cui all’art. 306 c.p.c. qualora la rinuncia al ricorso sia intervenuta mentre era ancora pendente il termine per la costituzione dell’interdicendo sicché deve escludersi che, nella vigenza di tale termine, possa produrre effetti, in assenza di accettazione, la rinuncia unilaterale agli atti del giudizio ancorché intervenuta prima della costituzione del resistente.

Tribunale Perugia sez. I, 05/03/2019, n.338

Condizione di abituale infermità

Ai sensi dell’art. 414 c.c., nel caso in cui un soggetto sia affetto da un’infermità di mente che presenti carattere di abitualità, cioè di durata nel tempo tale da qualificarla come habitus normale del soggetto, e che inoltre incida sulla capacità del soggetto medesimo di provvedere alla cura dei propri interessi, il Tribunale può procedere ad emettere pronuncia di interdizione quando tale alterazione psichica determini una inettitudine pratica alla cura dei propri interessi.

La pronuncia di interdizione non è, però, obbligatoria in presenza di una condizione di abituale infermità, avendo l’ordinamento apprestato anche altre forme di tutela.

Tribunale Aosta, 16/01/2019, n.24



13 Commenti

  1. Quali sono i presupposti dell’interdizione?In quali casi si può avere un provvedimento di inabilitazione?

    1. Si ha interdizione giudiziale quando colui che si trova affetto da grave ed abituale infermità di mente è dichiarato, con sentenza, incapace di provvedere ai propri interessi.Per giungere all’interdizione non basta un’incapacità di provvedere ai propri interessi determinata da difetto di cultura o di esperienza, ma è necessaria una vera e propria alterazione delle facoltà mentali. Inoltre, l’interdizione non è più obbligatoria, ma deve essere disposta solo quando ciò si riveli necessario ai fini dell’adeguata protezione dell’incapace. Qualora il giudice, nel corso del giudizio di interdizione, ritenga opportuno applicare il diverso istituto dell’amministrazione di sostegno, dispone a tal fine la trasmissione degli atti al giudice tutelare.L’interdizione può essere richiesta, con ricorso al Tribunale, dal coniuge, dalla persona stabilmente convivente, dai parenti entro il quarto grado, dagli affini entro il secondo grado, dal tutore o curatore e dal pubblico ministero. Se l’interdicendo è sottoposto a potestà genitoriale o a curatela di un genitore, soltanto il genitore o il pubblico ministero possono promuovere l’interdizione.Dalla sentenza di interdizione, provvisoriamente esecutiva (i suoi effetti si producono con la semplice pubblicazione e senza attendere il passaggio in giudicato), deriva l’incapacità totale di agire dell’interdetto in materia di negozi patrimoniali e familiari, ma nella stessa sentenza il giudice può stabilire che l’interdetto può compiere taluni atti di ordinaria amministrazione senza l’intervento ovvero con l’assistenza del tutore.
      Tutti gli atti compiuti dall’interdetto posteriormente alla sentenza di interdizione sono annullabili su istanza del tutore, dell’interdetto stesso, dei suoi eredi o aventi causa.
      La modificazione o la cessazione dell’interdizione si ha con:
      – la revoca dell’interdizione, pronunciata con sentenza dal tribunale;
      – la trasformazione dell’interdizione in inabilitazione, che si verifica quando il giudice, pur revocando l’interdizione, pronunzi l’inabilitazione ritenendo l’interdetto non più gravemente infermo.

    2. L’inabilitazione è una situazione giuridica conseguente a particolari condizioni psico-fisiche del soggetto che lo pongono in condizione di parziale incapacità.
      Si può avere inabilitazione nei casi di:
      – infermità abituale di mente non grave da cui sia affetto il soggetto maggiore di età, cioè infermità non così grave da giustificare l’interdizione;
      – prodigalità (ossia l’abitudine di spendere in modo disordinato e smisurato in relazione alle proprie condizioni economiche) o abuso di bevande alcoliche o stupefacenti, quando tali pratiche espongano il soggetto o la sua famiglia a grave pregiudizio economico;
      – imperfezioni o menomazioni fisiche, come la sordità o la cecità dalla nascita o dalla prima infanzia, che non siano state accompagnate da un’educazione correttiva tale da assicurare al soggetto una sufficiente autonomia psico-fisica.

  2. Volevo capire in modo approfondito la differenza tra queste figure: interdetto giudiziale, inabilitato e amministrato di amministratore di sostegno e quali sono gli atti che possono compiere in modo specifico le 3 figure indicate precedentemente. Nel caso di un soggetto che sta avendo un degrado cognitivo quale procedura giudiziale è consigliabile attivare onde proteggere la persona e il suo patrimonio, quello del coniuge e degli eredi?

    1. Partiamo da un presupposto: tutte e tre le figure hanno il medesimo fine e, cioè, quello di tutelare gli interessi di un individuo. Esse si differenziano per il grado di tutela che il destinatario necessita. Dall’introduzione dell’amministrazione di sostegno, con la riforma del 2004, la differenza tra i tre istituti – nella pratica – si è assottigliata molto.Esponiamo nel modo più chiaro possibile la differenza tra le tre figure, analizzandole singolarmente.L’interdizione giudiziale riguarda tutte quelle persone la cui condizione di menomazione psico-fisica è tale da comportare una incapacità di comprendere, ricordare e volere, nonché di compiere in autonomia gli atti anche semplici della vita quotidiana: andare in bagno, cucinare, lavarsi, deambulare e quant’altro sia necessario per la sopravvivenza.In questo caso, il tutore subentrerà in tutto e per tutto nei diritti e doveri di cui l’interdetto è destinatario, curando la persona e gestendo il patrimonio, al fine di tutelarlo dai malintenzionati.Ovviamente, questo è l’istituto più invasivo per il destinatario del provvedimento, in quanto – dopo l’interdizione – egli non avrà più alcuna possibilità di provvedere ai propri interessi, se non con l’intervento del tutore giudiziale. Per tale motivo, è considerato come istituto residuale, laddove il giudice non ritenga corretto attuare gli altri istituti della inabilitazione, o dell’amministrazione giudiziale, che vedremo di seguito.All’interdetto non sarà, quindi, consentito il compimento di alcun atto, né di straordinaria, né di ordinaria amministrazione, ma solo il compimento di atti personalissimi, quali la scelta dei trattamenti sanitari, o le scelte sentimentali, sempre sotto la supervisione del tutore. Gli altri atti compiuti dopo il riconoscimento dello status di interdetto saranno annullabili, con il ricorso al giudice.In tale contesto, l’interdizione risulta l’unico strumento che assicuri un’adeguata protezione alla beneficiaria in termini di assistenza, cura della persona e di gestione patrimoniale.L’inabilitazione giudiziale è un istituto che si frappone tra l’interdizione e l’amministrazione di sostegno.Mentre per la dichiarazione d’interdizione, occorre che il soggetto versi in condizione di abituale infermità di mente, tale da renderlo incapace di provvedere ai propri interessi, nell’inabilitazione il destinatario della tutela non è in uno stato di infermità grave e perenne.Saranno presenti alcuni disturbi comportamentali, idonei ad incidere sulle abilità ed autonomie sociali e civili, senza tuttavia escluderne in tutto o in parte la capacità di intendere e di volere.
      Casi di inabilità possono essere riscontrati:
      in chi fa abuso di bevande alcoliche o di stupefacenti,
      chi non riesce ad avere un equilibrio patrimoniale per sé,
      chi espone la sua famiglia a gravi pregiudizi economici,
      nel cieco o sordomuto dalla nascita, incapaci di provvedere ai propri interessi, nonostante l’assenza di una vera e propria infermità psichica, perché privi di un’educazione in tal senso,
      in chi, affetto da una malattia, seppur grave, riesce a mantenere una capacità d’agire anche parziale.

      L’inabilitato, a differenza dell’interdetto, può compiere gli atti di ordinaria amministrazione personalmente, mentre per gli atti di straordinaria amministrazione dovrà essere affiancato da un curatore, che dovrà farsi autorizzare da un giudice tutelare.
      Gli atti di straordinaria amministrazione non devono essere solo considerati dal punto di vista patrimoniale, ma anche dal punto di vista personale, con riguardo a tutti gli atti della vita civile che attengono alla cura della persona ed agli adempimenti dei doveri famigliari e pubblici: ad esempio, per agire in giudizio nei confronti di una persona, sia civilmente, che penalmente, occorrerà il curatore, dietro autorizzazione del giudice tutelare.Tutti gli atti di straordinaria amministrazione, se non avallati da un curatore, potranno essere annullati dal giudice tutelare.Diversamente dall’interdetto, come anticipato, l’inabilitato potrà compiere tutti gli atti di ordinaria amministrazione, per tale intendendosi tutti gli atti di gestione che non danneggino il proprio patrimonio: fare la spesa, fare regali (tenendo sotto controllo le cifre spese), recarsi a scuola, o a lavoro.L’amministratore di sostegno è la figura più recente creata dal legislatore e si differenzia dalle prime due perché interviene solo sull’aspetto patrimoniale della vita del destinatario.
      Infatti, a differenza del tutore e del curatore, l’amministratore non può sostituirsi all’amministrato nelle decisioni di natura personale.La misura dell’amministrazione di sostegno è prevista, in via generale, dall’ordinamento quale strumento prioritario per la tutela dei soggetti privi di autonomia decisionale, che consenta, pur potendosi prevedere l’attribuzione all’amministratore di sostegno di poteri anche integralmente o parzialmente sostitutivi, di tener conto dei bisogni ed esigenze personali del beneficiario e che non risulti inutilmente “privativa” di ogni residua capacità di intendere e di volere.La differenza con gli altri due istituti non si sostanzia, quindi, sul grado di infermità, ma su un criterio selettivo, sulla base del tipo di attività che deve essere compiuta in nome del beneficiario.Quindi, dal riconoscimento dell’amministrazione di sostengo, non deriverà automaticamente un limite alla capacità di agire, ma il giudice dovrà valutare nel dettaglio:
      quali atti l’amministratore di sostegno ha il potere di compiere in nome e per conto del beneficiario,
      quali atti il beneficiario può compiere con la sola assistenza dell’amministratore di sostegno,
      quali atti il beneficiario conserva la capacità di agire in autonomia.
      Fatto questo excursus, con riguardo al caso concreto, Lei riferisce che il soggetto sta avendo un degrado cognitivo (presumiamo progressivo).
      Se, consultato uno specialista, viene confermato che l’aggravamento dell’infermità non sarà imminente, ma progredirà lentamente, allora potrà essere sufficiente introdurre un ricorso per il riconoscimento dell’amministratore di sostegno, finalizzato ad ottenere una gestione patrimoniale assistita dall’amministratore di sostegno, indicato tra uno dei familiari interessati alla gestione.Se, invece, il degrado cognitivo è progressivamente preoccupante (il medico conferma che nel giro di pochi mesi potrebbe perdere gran parte della capacità d’agire), allora il mio consiglio è di avviare una procedura più invasiva, qual è quella dell’inabilitazione, o dell’interdizione (a seconda della gravità prospettata dal medico), per salvaguardare interamente gli interessi dell’infermo, e anche quelli patrimoniali dei parenti più stretti.Come anticipato, rivestendo, oggi, l’interdizione carattere residuale, spetterà sempre al Giudice, e alla sua discrezionalità, valutare il tipo di attività che deve esser compiuta in nome del beneficiario della protezione e se la situazione di infermità sia estremamente grave (anche alla luce del certificato medico che si allegherà e dell’esame personale che verrà fatto sulla persona) da necessitare di un tutore, piuttosto che di un curatore, o di un amministratore, così rinviando alla procedura ritenuta più consona.Pertanto, se l’attività da porre in essere a tutela del beneficiario è minima e estremamente semplice, oltre ad esser tale da non pregiudicare gli interessi del soggetto, o per la scarsa consistenza del patrimonio disponibile, o per la semplicità delle operazioni da svolgere, si opterà per la nomina di un amministratore, in considerazione della maggiore flessibilità ed agilità dello strumento dell’amministrazione di sostegno.Diversamente, ove si tratti di un’incapacità di provvedere ai propri interessi e di gestire un’attività di una certa complessità, ovvero nei casi in cui appaia necessario (pericolo astratto) impedire al soggetto da tutelare di compiere atti pregiudizievoli per sé, o per i suoi cari, l’interdizione appare l’unico strumento idoneo ad assicurare quella adeguata protezione degli interessi della persona che la legge richiede.Il giudice dovrà dapprima considerare l’applicabilità dell’amministrazione di sostegno e poi, in difetto, valutare gli istituti più invasivi.Infatti, la misura di protezione della amministrazione di sostegno può adottarsi nell’interesse del beneficiario (interesse reale e concreto, inerente la persona e/o il suo patrimonio), anche in presenza dei presupposti di interdizione o di inabilitazione; ne deriva che l’interdizione può essere pronunciata soltanto ove si possa ritenere che il differente e più agile strumento dell’amministrazione di sostegno non risulti efficace in relazione alle esigenze di protezione manifestatesi nel caso concreto.
      Concludendo, il consiglio è quello di procedere con un ricorso per il riconoscimento dell’amministrazione di sostegno, rappresentando le esigenze connesse a quella tutela e lasciando decidere al giudice, una volta esaminato il beneficiario, se quella è la protezione migliore per il destinatario, o se è necessaria una tutela maggiore.

  3. Mia madre è anziana e fa sempre più fatica a stare da sola. Mio fratello maggiore, non solo non si occupa di lei, ma si fa aiutare molto finanziariamente. Usa insieme alla sua famiglia l’auto di mia madre come fosse la loro, nonostante bollo e assicurazione vengano pagate da mia madre. Mia madre lo difende. So che anche altri miei fratelli e sorelle hanno ricevuto denaro in donazione, il tutto però non documentato ufficialmente. Cosa posso fare per tutelarmi in modo da evitare l’assottigliamento del patrimonio ereditario, anche in vista di possibili spese elevate per l’assistenza della mamma?

    1. La risposta alla domanda in esame dipende dalle condizioni di salute della madre del lettore.Se, infatti, la madre versa in condizioni di fragilità di tipo fisico e/o psichico è possibile, nel suo stesso interesse (per proteggere il suo patrimonio ad esempio), ricorrere ai cosiddetti istituti di protezione come l’interdizione o l’amministrazione di sostegno previsti dal Codice civile. L’interdizione stabilisce forti limiti al soggetto che, una volta interdetto, sarà privato anche totalmente della capacità di agire necessaria per compiere atti giuridici e per amministrare il proprio patrimonio.Quando una persona viene interdetta, infatti, gli viene nominato un tutore e sarà il tutore che deciderà se e quando compiere tutti gli atti di volta in volta da eseguire (riscossioni di somme, pagamenti ecc.) senza nemmeno dover consultare la persona interdetta.L’amministrazione di sostegno, invece, è un istituto meno invasivo, più elastico e flessibile: la persona alla quale viene nominato un amministratore di sostegno, infatti, non viene privata come nell’interdizione di tutte le sue capacità e la sua tutela viene assicurata soprattutto con un costante dialogo della persona inferma con il suo amministratore di sostegno (il tutore, invece, nei casi di interdizione, agisce senza dover dialogare e consultare l’interdetto).In sostanza, come pure ha chiarito la Corte Costituzionale, si deve ricorrere all’interdizione solo nei casi in cui una nessun’altra misura sarebbe efficace tenendo conto di due fattori: la consistente entità del patrimonio mobiliare e immobiliare della persona inferma e la complessità clinica della situazione.Tuttavia molti Tribunali italiani, anche nei casi di patologie gravi, preferiscono comunque l’amministrazione di sostegno perché è preferibile accompagnare (con l’amministrazione di sostegno) la persona inferma nelle scelte di ordinaria e straordinaria amministrazione, piuttosto che scavalcarlo del tutto (con l’interdizione).Tutta questa premessa era necessaria per dire che se la madre del lettore ha una condizione fisica e/o psichica che rende necessaria una protezione ed un accompagnamento perché non è in grado di provvedere da sola ai propri interessi, è possibile tentare inizialmente di fornirle un valido supporto avviando la pratica per la nomina di un amministratore di sostegno (disciplina contenuta negli articoli 404 e seguenti del Codice civile).La domanda per la nomina di un amministratore di sostegno può presentarla la madre stessa del lettore oppure i parenti fino al quarto grado o gli affini entro il secondo grado.È sufficiente che la domanda sia presentata anche da un solo parente.La domanda, in forma di ricorso, va presentata (con l’assistenza auspicabile di un avvocato) al giudice tutelare del tribunale del luogo dove la persona inferma risiede o ha il domicilio e deve contenere i dati indicati dall’articolo 407 del Codice civile (cioè le generalità della persona per la quale si chiede la nomina di un amministratore di sostegno, la sua dimora abituale, le ragioni per cui si chiede la nomina di un amministratore di sostegno, il nome ed il domicilio, se conosciuti, di chi propone il ricorso e del coniuge, dei discendenti, degli ascendenti, dei fratelli e delle sorelle, del convivente della persona in favore della quale si chiede la nomina dell’amministratore di sostegno: a tutti questi soggetti, oltre che agli altri parenti entro il quarto grado ed affini entro il secondo grado, si dovrà notificare la domanda per la nomina dell’amministratore di sostegno affinché, se vorranno, siano sentiti in udienza dal giudice tutelare).Una volta presentata la domanda, il giudice tutelare ha sessanta giorni di tempo per accogliere o respingere la richiesta; a questo scopo dovrà, se possibile, sentire personalmente la persona inferma e tener conto dei bisogni e delle richieste che la persona inferma gli comunicherà, compatibilmente con gli interessi e le esigenze di protezione della persona.Il giudice tutelare sentirà in udienza il soggetto che ha proposto la domanda per la nomina di un amministratore di sostegno e, se compariranno, i parenti entro il quarto grado e gli affini entro il secondo e disporrà tutti gli accertamenti di natura medica ritenuti utili e compirà tutti gli accertamenti necessari.Alla fine del procedimento verrà emesso un decreto con la nomina dell’amministratore di sostegno o un decreto che rispenderà la richiesta di nomina di un amministratore di sostegno.La scelta dell’amministratore di sostegno viene fatta dal giudice tutelare nell’interesse esclusivo della persona inferma: se l’infermo ha indicato egli stesso la persona che vorrebbe fosse il suo amministratore di sostegno, il giudice tutelare aderisce a questa indicazione se non vi è nulla in contrario.Se la persona inferma non ha designato nessuno, allora il giudice tutelare dovrà scegliere l’amministratore di sostegno preferendo il coniuge dell’infermo o il suo stabile convivente o il padre, la madre, il figlio o il fratello o la sorella o il parente entro il quarto grado (naturalmente, se disponibili): in mancanza di indicazioni il giudice può anche nominare un’altra persona ritenuta idonea.Poteri, compiti e doveri dell’amministratore di sostegno saranno indicati nel decreto di nomina.
      Il giudice tutelare potrà però anche rigettare la domanda di nomina di un amministratore di sostegno se riterrà che la persona inferma non ne abbia alcun bisogno, oppure potrà anche decidere che sia più opportuno avviare la procedura di interdizione o di inabilitazione informando il pubblico ministero affinché proponga la relativa istanza (nel caso cioè che ravvisi, a seguito dell’esame personale dell’infermo e/o delle risultanze degli accertamenti sanitari, che sia insufficiente l’amministrazione di sostegno per tutelare la persona inferma e che sia invece necessario interdirla).Se, dunque, la madre del lettore si trova in una condizione di infermità fisica e/o mentale tale che non riesca a provvedere da sola ai suoi bisogni, nell’interesse anche della conservazione del suo patrimonio, può essere avviata (come si diceva) la procedura per la nomina di un amministratore di sostegno (o di un tutore se le condizioni di salute siano assai gravi).Se viene nominato un amministratore di sostegno, è l’amministratore (sulla base dei poteri che il giudice gli avrà attribuito) che decide, su autorizzazione del tribunale o del giudice tutelare, gli atti di spesa più significativi (ad esempio acquisti a titolo oneroso, donazioni, vendite, accettazioni di eredità ecc.) e l’amministratore di sostegno è anche tenuto a tenere la contabilità dell’amministrazione e a renderne conto al giudice ogni anno.Se, invece, la madre del lettore non versa in condizioni di salute tali da rendere possibile la nomina nemmeno un amministratore di sostegno, se cioè la salute psico – fisica di sua madre è buona, allora l’unica possibilità sarà quella di valutare di volta in volta se nel momento in cui sua madre ha compiuto ogni singolo atto (donazioni, regali, vendite, spese per acquisti ecc.) lei era capace di intendere di volere o no: in caso negativo (se si hanno le prove di uno stato psico fisico alterato proprio nel momento in cui la madre del lettore faceva un regalo o una donazione o una vendita) allora quei singoli atti possono essere annullati su ricorso anche di un erede entro il termine di cinque anni dal momento in cui l’atto fu realizzato (se si tratta di un atto non gratuito è anche necessario, per annullare l’atto, che l’atto stesso abbia provocato un grave pregiudizio economico a sua madre).

  4. Una signora 93enne è diventata incapace di firmare i suoi assegni e di fare altre cose: quali sono gli step da fare? E con l’accordo di chi (famiglia, giudice ecc.)? Non so se bisogna o meno interdirla.

    1. Nel caso in cui una persona mostri evidenti segni di fragilità di tipo fisico e/o psichico è possibile, nel suo stesso interesse (per proteggere il suo patrimonio ad esempio), ricorrere ai cosiddetti istituti di protezione come sono l’interdizione e l’amministrazione di sostegno.L’interdizione stabilisce forti limiti al soggetto che, una volta interdetto, sarà privato anche totalmente della capacità di agire necessaria per compiere atti giuridici e per amministrare il proprio patrimonio: gli sarà, infatti, nominato un tutore che lo sostituirà nel compimento di tutti gli atti di volta in volta da eseguire (riscossioni di somme, pagamenti ecc.) senza nemmeno dover consultare la persona interdetta.L’amministrazione di sostegno, invece, è un istituto meno invasivo, più elastico e flessibile: la persona alla quale viene nominato un amministratore di sostegno, infatti, non viene privata come nell’interdizione di tutte le sue capacità e la sua tutela viene assicurata anche prevedendo e auspicando un costante dialogo della persona inferma con il suo amministratore di sostegno (il tutore, invece, nei casi di interdizione agisce a prescindere dalla volontà dell’interdetto).In sostanza, come pure ha chiarito la Corte Costituzionale, si deve ricorrere all’interdizione solo nei casi in cui una misura protettiva diversa non avrebbe in concreto alcuna efficacia tenendo conto essenzialmente di due fattori: la consistente entità del patrimonio mobiliare e immobiliare della persona inferma e la complessità clinica della situazione.Tuttavia molti Tribunali italiani, anche nei casi di patologie gravi, preferiscono comunque l’amministrazione di sostegno perché è preferibile accompagnare (con l’amministrazione di sostegno) la persona inferma nelle scelte di ordinaria e straordinaria amministrazione, piuttosto che scavalcarlo (con l’interdizione).In ogni caso la legge consente al giudice di attribuire all’amministratore di sostegno gli stessi poteri che il tutore ha nel caso di interdizione.Tutta questa premessa era necessaria per dire che, nel caso specifico, se la signora 93enne è portatrice di una infermità per la quale le occorre protezione ed accompagnamento perché ha una menomazione che le rende impossibile provvedere ai propri interessi, è possibile tentare inizialmente di fornirle un valido supporto avviando la pratica per la nomina di un amministratore di sostegno (disciplina contenuta negli articoli 404 e seguenti del Codice civile).La domanda per la nomina di un amministratore di sostegno può presentarla la stessa signora 93enne, oppure dai parenti fino al quarto grado (compresi quindi i nipoti nel senso di figli di figli) o affini entro il secondo grado.

      È sufficiente che la domanda sia presentata anche da un solo parente.

      La domanda, in forma di ricorso, va presentata (con l’assistenza auspicabile di un avvocato) al giudice tutelare del tribunale del luogo dove la persona inferma risiede o ha il domicilio e deve contenere i dati indicati dall’articolo 407 del codice civile (generalità della persona per la quale si chiede la nomina di un amministratore di sostegno, la sua dimora abituale, le ragioni per cui si chiede la nomina di un amministratore di sostegno, il nome ed il domicilio, se conosciuti, di chi propone il ricorso e del coniuge, dei discendenti, degli ascendenti, dei fratelli e delle sorelle, del convivente della persona in favore della quale si chiede la nomina dell’amministratore di sostegno: a tutti questi soggetti, oltre che agli altri parenti entro il quarto grado ed affini entro il secondo grado, si dovrà notificare la domanda per la nomina dell’amministratore di sostegno affinché, se vorranno, siano sentiti in udienza dal giudice tutelare).Una volta presentata la domanda, il giudice tutelare ha sessanta giorni di tempo per accogliere o respingere la richiesta; a questo scopo dovrà, se possibile, sentire personalmente la persona inferma e tener conto dei bisogni e delle richieste che la persona inferma gli comunicherà, compatibilmente con gli interessi e le esigenze di protezione della persona.Il giudice tutelare sentirà in udienza il soggetto che ha proposto la domanda per la nomina di un amministratore di sostegno e, se compariranno, i parenti entro il quarto grado e gli affini entro il secondo e disporrà tutti gli accertamenti di natura medica ritenuti utili e compirà tutti gli accertamenti necessari.Alla fine del procedimento verrà emesso un decreto con la nomina dell’amministratore di sostegno o un decreto di rigetto della richiesta.La scelta dell’amministratore di sostegno viene fatta dal giudice tutelare nell’interesse esclusivo della persona inferma: se l’infermo ha indicato egli stesso la persona che vorrebbe fosse il suo amministratore di sostegno, il giudice tutelare aderisce a questa indicazione se non vi è nulla in contrario.Se la persona inferma non ha designato nessuno, allora il giudice tutelare dovrà scegliere l’amministratore di sostegno preferendo il coniuge dell’infermo o il suo stabile convivente o il padre, la madre, il figlio o il fratello o la sorella o il parente entro il quarto grado (naturalmente, se disponibili): in mancanza il giudice può nominare altra persona idonea.Poteri, compiti e doveri dell’amministratore di sostegno saranno indicati nel decreto di nomina.Il giudice tutelare potrà però anche rigettare la domanda di nomina di un amministratore di sostegno se riterrà che la persona inferma non ne abbia alcun bisogno, oppure potrà anche decidere che sia più opportuno avviare la procedura di interdizione o di inabilitazione informando il pubblico ministero affinché proponga la relativa istanza (nel caso cioè che ravvisi, a seguito dell’esame personale dell’infermo e/o delle risultanze degli accertamenti sanitari, che sia insufficiente l’amministrazione di sostegno per tutelare la persona inferma e che sia invece necessario interdirla).

  5. Un’anziana signora, da qualche tempo portatrice di Alzheimer progressivo ha due figlie: una la accudisce (ivi compreso il padre anch’egli inabile per anni ma ora deceduto) e l’altra, che abita a 300 km, se ne disinteressa da oltre vent’anni. Vi è ora necessità di rogitare un minuscolo mappale all’urbano facente parte della abitazione dell’anziana, usufruttuaria del medesimo immobile sul quale la sola figlia che la accudisce ha la nuda proprietà, per ribadirne a fronte di antichi errori di “geometri e catasto” la piena proprietà di confinanti terzi. La soluzione più logica sarebbe quella di ricorrere all’intervento del giudice per la nomina di un tutore, ma esiste un’alternativa a ciò? Oltre ai tempi lunghi vi sarebbero anche problemi burocratici conseguenti, in ragione soprattutto del fatto che la figlia lontana non si sa se sarebbe disponibile per firme di inizio procedimento e altro.

    1. Se la signora affetta da Alzheimer versa in condizioni di infermità mentale grave e permanente che gli impediscano di provvedere ai propri interessi, farle sottoscrivere un atto espone quello stesso atto al rischio, assai serio, di essere annullato.Infatti l’articolo 428 del Codice civile stabilisce che se una persona (non interdetta) compie un atto e si dimostra che nel momento in cui l’ha compiuto era incapace, per una qualsiasi causa, di intendere e volere e quell’atto è tale da arrecarle un grave pregiudizio, quella stessa persona o i suoi eredi o i suoi aventi causa possono chiedere l’annullamento dell’atto (entro il termine di cinque anni dal momento in cui l’atto è compiuto).Per di più, se l’atto che questa signora deve compiere richiede l’intervento del notaio, c’è da considerare che la legge professionale notarile ed il relativo regolamento impone ai notai (articoli 47 della legge notarile e articolo 67 del connesso regolamento) di verificare che l’atto che andranno a confezionare sia effettivamente rispondente alla volontà di chi lo sottoscriverà e che questa volontà si sia manifestata liberamente.Se, quindi, al notaio dovesse sembrare che la signora non sia capace di intendere e volere, anche se non interdetta, egli potrebbe o richiedere un accertamento medico legale prima di procedere al rogito, oppure, se l’infermità fosse evidente e non lasciasse dubbi, potrebbe direttamente rifiutarsi di rogare l’atto (ci potrebbe infatti essere una sua responsabilità professionale se, un domani, quell’atto fosse annullato con sentenza di un giudice in quanto compiuto da persona incapace di intendere e volere).Da quanto si è detto emerge che far sottoscrivere un atto ad una persona effettivamente incapace di intendere e volere, anche se non ancora interdetta con sentenza definitiva, è un rischio in quanto quell’atto potrebbe in futuro, ai sensi dell’articolo 428 del Codice civile, essere annullato (o il notaio stesso potrebbe rifiutarsi di rogarlo).L’alternativa, per evitare i rischi sopra evidenziati e soprattutto se le condizioni di infermità mentale della signora sono davvero serie, è quella di avviare l’iter della interdizione legale che prevede la nomina di un tutore.Si noti che, durante il processo ed in attesa della sentenza che dichiara l’interdizione, è possibile, ai sensi dell’articolo 419 del Codice civile che il giudice, subito dopo l’esame della persona da interdire, nomini un tutore provvisorio in modo da non bloccare, in attesa dei tempi lunghi della sentenza, le attività connesse alla esistenza della persona da interdire.

  6. Mia zia mi ha rilasciato una procura generale per il compimento di atti anche di straordinaria amministrazione che riguardano i suoi beni. Le ho fatto firmare un contratto ma temo che gli altri eredi possano chiedere la sua interdizione legale per impugnare l’atto. Ritengono che zia non sia più capace d’intendere e volere. Come posso agire?

    1. Innanzitutto si può dire che finché la zia del lettore non sarà sottoposta ad interdizione o inabilitazione, ella sarà libera di disporre come meglio ritiene dei suoi beni.In effetti, il rilascio di una procura generale (nel caso specifico estesa anche al compimento di atti di straordinaria amministrazione) non priva il rappresentato, cioè colui il quale ha conferito la procura, dei poteri e delle facoltà relativi alle sue proprietà.Nel caso specifico, quindi, dato che la zia non è allo stato attuale né interdetta né inabilitata, ella può liberamente disporre dei suoi beni e, pertanto, se ciò che il nipote avesse fatto sottoscrivere a sua zia fosse un atto dispositivo (un contratto preliminare, un accredito in favore della nipote, ecc.) esso sarebbe pienamente valido.Si aggiunga però che anche se la zia non è interdetta, l’atto da lei compiuto (attraverso l’intervento del nipote) potrebbe in ogni caso essere annullato a condizione che si possa dimostrare che nel momento in cui l’atto fu compiuto la zia era per qualsiasi causa, anche transitoria, incapace d’intendere o di volere.L’annullamento può essere chiesto, entro il termine di cinque anni dal momento in cui l’atto o il contratto fu compiuto, dalla zia stessa o dai suoi eredi o dai suoi aventi causa a condizione altresì che in conseguenza dell’atto compiuto risulti:
      – un grave pregiudizio per l’autore (la zia, cioè);
      – e venga dimostrata la malafede dell’altro contraente.
      Questo sopra riportato è quello che l’articolo 428 del codice civile stabilisce in generale per quello che riguarda gli atti compiuti da persona non interdetta ma incapace d’intendere o di volere al momento del compimento dell’atto o del contratto.Per quanto riguarda il testamento (nell’ipotesi in cui la zia abbia sottoscritto quel giorno un testamento), l’articolo 591 del codice civile stabilisce che sono incapaci di testare (cioè di disporre per testamento) coloro i quali, anche se non interdetti, si dimostri che siano stati, per qualsiasi causa, anche transitoria, incapaci di intendere o di volere nel momento in cui fecero testamento.In questo caso il testamento potrà essere impugnato da chiunque vi abbia interesse nel termine di cinque anni dal giorno in cui è stata data esecuzione alle disposizioni testamentarie.Occorre aggiungere che anche se la zia del lettore nel momento in cui ha sottoscritto quell’atto fosse stata pienamente capace di intendere e di volere, un rimedio per impugnare quell’atto ci sarebbe se si dimostrasse che il consenso della zia per sottoscrivere quell’atto fu dato per errore, carpito con dolo o estorto con la violenza.Senza scendere nei dettagli di cosa si debba intendere per errore, dolo e violenza, è chiaro che nel caso della zia il vizio a cui fare riferimento più degli altri potrebbe essere quello del consenso carpito con dolo, cioè per effetto di raggiri tali che, senza di essi, la zia non avrebbe sottoscritto l’atto.Se così fosse quest’ultima avrebbe tempo cinque anni dal momento della scoperta del dolo (cioè del raggiro subito) per chiedere l’annullamento dell’atto.
      In maniera analoga, se la zia era perfettamente capace di intendere o di volere nel momento in cui sottoscrisse quell’atto (in compagnia del nipote), l’articolo 624 del codice civile stabilisce che:
      – la disposizione testamentaria può essere impugnata da chiunque vi abbia interesse quando è l’effetto di violenza, di dolo o di errore,
      – e che l’azione per impugnare dinanzi all’autorità giudiziaria il testamento redatto a seguito di violenza, dolo o errore si prescrive in cinque anni dal giorno in cui si è avuta notizia della violenza o del dolo o dell’errore.
      Questi, in sintesi, sono i rimedi in relazione a quell’atto di cui il lettore ha fatto cenno nel quesito.
      Più in generale, se la zia risulti essere in condizioni di abituale infermità di mente che la rendano incapace di provvedere ai propri interessi, sarebbe opportuno avviare l’iter per la sua interdizione legale se ciò fosse necessario per assicurarle adeguata protezione (ai sensi degli articoli 414 e seguenti del codice civile), cioè per metterla al riparo dal compimento di altri atti dispositivi o contrattuali che potrebbero nuocerle (non solo sotto il profilo economico).L’interdizione della zia del lettore (con la conseguente nomina di un tutore sotto il controllo dell’autorità giudiziaria) avrebbe però come conseguenza (ai sensi dell’articolo 1722 del codice civile) l’estinzione della procura generale conferita al lettore: analoghe conseguenze (cioè estinzione della procura generale e nomina di un curatore) vi sarebbero nel caso la zia fosse non interdetta, ma inabilitata (l’inabilitazione è una forma più attenuata di protezione degli infermi di mente che versino in condizioni meno gravi di coloro i quali vengono interdetti).

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