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Quando non pagare avvocato

27 Febbraio 2020
Quando non pagare avvocato

Ecco quando il legale viola gli obblighi della professione e non può pretendere la riscossione della propria parcella.

Non è vero che l’avvocato va pagato solo quando vince una causa. Così come è dovere di ogni paziente onorare la parcella del medico anche quando questi non riesce a trovare una cura efficace, il debito con lo studio legale va estinto in ogni caso. 

Possibile? Sì, lo stabilisce la legge. Le prestazioni di alcuni professionisti – tra cui appunto quelle dei legali – sono qualificabili infatti come «obbligazioni di mezzi» e non «di risultato»: ossia sono dirette a garantire soltanto l’esecuzione dell’attività, a prescindere dal conseguimento dell’esito sperato.

Del resto, esistono numerose variabili che incidono sulla sentenza: il fatto, ad esempio, che ogni giudice può decidere in modo diverso dagli altri, discostandosi anche dall’indirizzo della Cassazione; il fatto che la stessa Cassazione potrebbe, in corso di causa, fornire una nuova interpretazione o che quelle precedenti erano tra loro contrastanti; ed ancora il fatto che, durante il processo, potrebbero saltare delle prove non valutate in anticipo o dei nuovi aspetti taciuti dallo stesso cliente. 

Insomma, l’avvocato può perdere ma non sempre è colpa sua. Anzi.

Se questo è vero esistono dei casi in cui ci si può sottrarre alla parcella? Quando non pagare l’avvocato? Facciamo il punto della situazione.

L’avvocato va sempre pagato?

Abbiamo detto che l’avvocato non è tenuto a garantire al proprio cliente il buon esito del giudizio: l’unico suo obbligo è quello di adempiere alla propria prestazione con diligenza e buona fede. Quindi, indipendentemente dal raggiungimento di un risultato, egli deve essere retribuito.

Questo già ci fa capire quando non pagare l’avvocato: ossia innanzitutto qualora il legale svolga la propria attività senza impegno, senza quella diligenza e scrupolo che è il “minimo sindacale” del suo lavoro. È il caso della responsabilità professionale.

Attenzione però: la responsabilità dell’avvocato non consente di vantare, in automatico, anche un diritto al risarcimento del danno. Secondo infatti la giurisprudenza, il legale (o meglio la sua assicurazione) deve risarcire il cliente solo se, in assenza dell’errore contestato, quest’ultimo avrebbe vinto il giudizio o comunque avrebbe ottenuto un risultato più vantaggioso. Se, viceversa, anche eliminando lo sbaglio professionale, l’esito del processo o della vertenza sarebbe stato identico, l’avvocato non è tenuto a risarcire niente. 

Luigi chiede al proprio avvocato di agire per un recupero crediti. In verità il credito di Luigi si è già prescritto. Il suo avvocato si dimentica di partecipare alle udienze e il giudizio si chiude per tale ragione con rigetto della domanda. Luigi però non può chiedere alcun risarcimento perché, se anche il suo avvocato si fosse presentato davanti al giudice, questi non gli avrebbe mai dato ragione, atteso l’intervento della prescrizione. 

Il fatto però che l’avvocato non abbia adempiuto diligentemente alla propria prestazione, se anche non consente al cliente di chiedere il risarcimento, quantomeno gli garantisce la possibilità di non pagare la parcella. E ciò in virtù principio sancito dal codice civile secondo cui a colui che è inadempiente alla propria prestazione non si deve alcun adempimento del corrispettivo. L’inadempimento professionale dell’avvocato, tale da aver determinato una perdita in capo al proprio assistito, rende inutile l’attività difensiva svolta e – in sintesi – determina la non necessarietà di corrispondere un compenso [1].

La giurisprudenza ha evidenziato ulteriori casi in cui non pagare l’avvocato. Uno di questi si basa sull’obbligo del professionista di dissuadere l’assistito dall’avviare cause «perse in partenza». Non molto tempo fa la Cassazione [2] ha infatti spiegato che il legale ha diritto al compenso solo se garantisce al cliente una chance di vittoria; non ha invece diritto all’onorario se la sua prestazione si rivela, alla fine,  completamente inutile.  

Altro caso in cui non pagare l’avvocato è quando questi non fornisce al cliente tutte le informazioni obbligatorie prima del giudizio. Tra queste vi è quella sullo stato di complessità del giudizio [3]. E ciò perché Il decreto “Cresci Italia” [4] ha imposto la massima trasparenza nei contratti tra consumatore e professionista. Prima di avviare la prestazione professionale, all’atto del conferimento dell’incarico, il legale deve ottenere una sorta di consenso informato dal proprio assistito: deve cioè renderlo edotto delle difficoltà e dei rischi che la causa può implicare fornendogli inoltre tutte le informazioni utili circa gli oneri ipotizzabili da quel momento fino a quello dell’esaurimento della propria attività. L’inottemperanza di quanto disposto nel presente comma costituisce illecito disciplinare del professionista e non gli consente di riscuotere l’onorario.

Sostituzione dell’avvocato

Se si sostituisce l’avvocato in corso di causa – così come spesso succede – bisogna comunque pagare al primo la parcella per l’opera già prestata, anche se questa è risultata poco efficace. Salvo infatti il caso di responsabilità professionale, il fatto che il legale non giunga fino alla fine del giudizio non ne pregiudica il diritto all’onorario. 

Contratto non firmato

Spesso si pretende di non pagare l’avvocato solo perché non gli è stato firmato alcun documento o contratto. Ma così non è. Difatti, Anche quando il cliente non sottoscrive un mandato o una procura processuale, la parcella per l’opera effettivamente prestata va corrisposta. E ciò perché il contratto tra professionista e assistito si può stipulare anche oralmente o con un comportamento concludente (come la consegna di tutta la documentazione necessaria alla difesa).

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note

[1] Cass. sent. n. 24519/2018.

[2] Cass. sent. n. 4781 del 26.02.2013.

[3] Dl n. 1/2012, art. 9 co. 4.

[4] Trib. Verona, sent. n. 172 del 26.01.2016.


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