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Rifiuto di svolgere mansioni a rischio: è lecito?

5 Aprile 2020 | Autore:
Rifiuto di svolgere mansioni a rischio: è lecito?

Ho un’artrosi alla mano destra che mi da problemi quando uso il mouse in modo ripetitivo, si infiamma, con dolore e perdita di funzionalità. Mentre, quando scrivo del testo, usando tutte le dita, il problema non si presenta. Il problema è cominciato anni fa, al lavoro mi hanno dato da fare lavori di protocollo e spedizione via Web, quindi usando solo mouse, che mi hanno infiammato la zona.

Dopo specifiche terapie sono riuscita a ripristinare abbastanza, senza dover fare ricorso alla chirurgia, senonché al lavoro dopo poco mi hanno nuovamente assegnato mansioni con uso intenso del mouse. L’articolazione si è infiammata ancora, e di nuovo terapie, assenza dal lavoro, torno e di nuovo la stessa cosa. L’articolazione non è più ritornata come prima, sono stata assente per malattia per circa 12 mesi. Ho chiesto una visita la medico competente, ma questi, dopo una visita più che frettolosa, ha concluso che sono idonea senza aggiungere alcuna prescrizione. Chiaramente farò ricorso. 

Posso chiedere di non fare questo tipo di lavoro con il mouse, in quanto sicuramente provocherebbe una nuova infiammazione alla  parte, senza dover per questo incorrere in sanzioni? 

Una situazione in parte simile a quella esposta dal lettore è stata affrontata dalla Cassazione, che ha emanato la sentenza 831/2016: la corte, in particolare, ha precisato che il lavoratore ritenuto idoneo alle mansioni non possa rifiutare – senza avallo giudiziale– lo svolgimento delle mansioni allo stesso assegnate, adducendo la sussistenza di un’inidoneità fisica alla mansione specifica. In base alla pronuncia, “il lavoratore adibito a mansioni che ritenga incompatibili con il proprio stato di salute può chiedere la destinazione a compiti più adeguati ma non, senza avallo giudiziario, rifiutare l’esecuzione della prestazione, potendosi rifiutare di adempiere ai propri compiti (invocando l’articolo 1460 Cod. civ.) solo per un inadempimento del datore di lavoro totale, o talmente grave da pregiudicare irrimediabilmente le esigenze vitali del lavoratore.”

In applicazione di questo principio, la Cassazione ha ritenuto legittimo il licenziamento di un portalettere, che si era reiteratamente rifiutato di svolgere le mansioni di recapito della corrispondenza per asserita inidoneità fisica e al quale, nonostante l’accertata idoneità, era stato comunque messo a disposizione un mezzo aziendale per lo svolgimento della prestazione”

Il caso del lettore, tuttavia, presenta importanti differenze con la situazione oggetto della sentenza, in quanto l’interessato non si rifiuta di eseguire totalmente la prestazione: il lettore, in base a quanto esposto, sarebbe invece disponibile al lavoro al videoterminale, chiede soltanto di non essere adibito all’utilizzo continuativo del mouse.

Peraltro, allo stato attuale ci si trova in una situazione ancora incerta, cioè in pendenza di ricorso avverso il giudizio del medico competente: per rispettare quanto disposto dall’art. 2087 del Codice civile, in pendenza del termine per il ricorso avverso il giudizio del medico competente e, in caso di avvenuta impugnazione, nelle more del giudizio innanzi alla commissione medica, il datore di lavoro dovrebbe collocare il lavoratore a mansioni compatibili. Solo in caso di insussistenza di mansioni incompatibili, potrebbe sospenderlo.

L’art. 2087 del Codice civile prevede infatti l’obbligo incondizionato, per il datore, di assicurare la sicurezza sul luogo di lavoro. Adibendo il dipendente a mansioni che potrebbero aggravare il suo stato di salute, il datore si renderebbe automaticamente responsabile di un eventuale aggravamento o compromissione della salute del lavoratore addetto a mansioni a lui non confacenti sotto il profilo fisico.

A parere della scrivente, nel caso di specie il datore di lavoro dovrebbe dunque astenersi, nelle more del giudizio, dall’adibire il dipendente alle mansioni potenzialmente dannose, e collocarlo a mansioni equivalenti. Solo laddove una nuova collocazione risulti impossibile, il datore di lavoro dovrebbe sospenderlo (in questo caso, non avrebbe però diritto alla retribuzione). Secondo alcune pronunce (ad es. Tribunale di Asti, ord. 10.11.2006) la sospensione risulta giustificata, in caso d’impossibilità nella ricollocazione, anche solo dal sospetto di poter cooperare nella lesione dell’integrità fisica del lavoratore, pur non sussistendo una prova certa dell’inidoneità fisica del lavoratore alle mansioni.

Articolo tratto da una consulenza svolta dalla dott.ssa Noemi Secci, consulente del lavoro.



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