Diritto e Fisco | Articoli

Come recuperare un credito: dalla messa in mora al pignoramento

6 Aprile 2020 | Autore:
Come recuperare un credito: dalla messa in mora al pignoramento

Per recuperare un credito occorre compiere una serie di attività, sia stragiudiziali sia giudiziali, nei tempi e nei modi prescritti dalla legge.

Recuperare un credito richiede molta pazienza perché non sempre si raggiunge l’obiettivo ed i tempi possono essere davvero lunghi. Infatti, sono frequenti i casi in cui il creditore, dopo innumerevoli sforzi, ottiene solo parte di quanto a lui spettante così come sono frequenti quelli in cui “torna a casa con le pive nel sacco”, cioè rimane totalmente insoddisfatto. In altre ipotesi, però, il creditore riesce a riscuotere la somma dovutagli dal debitore anche dopo molti anni.

Pertanto, il recupero va comunque tentato, soprattutto se si tratta di una cifra considerevole. A tal fine, la procedura da seguire è complessa e si articola in diverse fasi. In più, bisogna muoversi nei tempi giusti, perché per ogni tipo di credito il legislatore ha previsto un termine massimo trascorso il quale non è più possibile chiederne il pagamento, ed osservare le modalità prescritte. Come recuperare un credito dalla messa in mora al pignoramento diventa, quindi, un argomento interessante da conoscere, qualora si intendesse intraprenderne la strada.

Cos’è il recupero di un credito e come inizia la relativa procedura

Il recupero di un credito consta di tutte quelle attività che il creditore compie nei confronti del debitore, dirette ad ottenere il pagamento di quanto dovuto.

Inizialmente, il creditore deve mettere il debitore nelle condizioni di adempiere, eseguendo la prestazione alla quale è tenuto. Perciò, deve inviargli la documentazione eventualmente richiesta dalla legge ed i dati necessari per effettuare il pagamento. Ad esempio, se un architetto deve ricevere da un cliente il pagamento dell’onorario che gli spetta per una progettazione, deve inviargli la fattura.

Se il debitore non dovesse adempiere spontaneamente, il creditore deve sollecitare il pagamento, scrivendogli oppure cercando di contattarlo telefonicamente o di persona.

In questa fase stragiudiziale, il creditore, quindi, cerca di recuperare il credito in via bonaria.

Qualora il tentativo dovesse fallire, allora deve rivolgersi ad un avvocato perché richieda formalmente il pagamento attraverso la messa in mora del debitore.

In cosa consiste la messa in mora del debitore

La messa in mora consiste in un’intimazione scritta al debitore di adempiere entro un determinato termine.

In parole più semplici, si tratta di una lettera raccomandata a/r o di una comunicazione inviata via pec, nella quale vengono riepilogate le ragioni del credito e si invita il debitore a provvedere al pagamento entro un termine massimo, di solito 10/15 giorni dal ricevimento della missiva, con l’avvertimento che in difetto, si procederà al recupero forzoso del credito.

La raccomandata con ricevuta di ritorno e la posta elettronica certificata sono le uniche comunicazioni che permettono di avere certezza dell’avvenuta ricezione del messaggio da parte del destinatario. Quindi, possono essere utilizzate anche come prove in caso di un successivo ricorso all’autorità giudiziaria. Altri strumenti, come l’email ordinaria o il fax, non garantiscono la certezza della corretta ricezione del sollecito. Pertanto, non assumono da questo punto di vista, un valore legale.

Va precisato che la lettera di messa in mora può essere scritta anche dal creditore. Tuttavia, nella maggior parte dei casi, è opportuno rivolgersi ad un legale in quanto la sua azione potrebbe rivelarsi più efficace.

Quali sono gli effetti della messa in mora

La messa in mora fa scattare una serie di effetti.

Più precisamente:

  • segna l’inizio della decorrenza degli interessi moratori. Tutti i crediti che hanno ad oggetto una somma di denaro producono, per legge, interessi e, in particolare, interessi di mora. Dal momento  in cui il credito diventa esigibile, ovvero da quando può esserne richiesto il pagamento, per ogni giorno di ritardo sono dovuti gli interessi stabiliti dalla legge oltre alla somma iniziale. Gli interessi di mora hanno una natura punitiva in quanto si cerca di dissuadere il debitore dal ritardare il pagamento. E’ la legge che determina gli interessi di mora in misura fissa per tutti i tipi di credito;
  • interrompe i termini di prescrizione del credito. La legge prevede dei termini massimi entro i quali richiedere il pagamento di un credito, decorsi i quali non può più essere fatto valere. In generale i diritti di credito si prescrivono in 10 anni da quando è sorto il credito. Tuttavia, la legge prevede termini più ristretti per determinati tipi di credito. Ad esempio, per i crediti previdenziali, le somme dovute a titolo di canone di locazione e per risarcimento danni, il termine è di 5 anni; per le retribuzioni da attività lavorativa, il termine è di 3 anni mentre è di 2 anni per i crediti che derivano da sinistri stradali. Se prima che sia trascorso il termine di prescrizione il creditore effettua la richiesta di pagamento la prescrizione è interrotta e il termine ricomincia a decorrere da zero;
  • obbliga il debitore all’eventuale risarcimento del danno.

Cosa avviene dopo la messa in mora del debitore

Decorso il termine assegnato nella messa in mora, se il debitore non provvede a saldare quanto dovuto, la procedura può proseguire per via giudiziale. Il creditore, quindi, deve munirsi di un titolo, cioè di un provvedimento dell’autorità giudiziaria che attesta il suo diritto di credito (decreto ingiuntivo o sentenza).

Perciò, le strade da seguire sono due:

  1. il ricorso per ingiunzione (la così detta procedura monitoria);
  2. il rito ordinario, che è un vero e proprio procedimento civile nel quale il creditore, con l’assistenza di un avvocato, deve dimostrare la sussistenza del suo diritto di credito. Al termine dello stesso, il giudice emette una sentenza, il titolo necessario al creditore per procedere al recupero coatto del credito. Può, quindi, notificare il precetto e successivamente al pignoramento.

Cos’è il ricorso per ingiunzione

Il ricorso per ingiunzione è ammesso quando si ha una prova scritta del credito (ad esempio un contratto e la relativa fattura).

In questo caso, il creditore con l’assistenza di un avvocato, deposita un ricorso nella cancelleria del giudice competente (il Giudice di Pace o il Tribunale a seconda del valore del credito), a cui allega la documentazione comprovante l’esistenza del suo diritto di credito.

Perciò, il giudice emette un decreto (il così detto decreto ingiuntivo) con il quale ordina al debitore di provvedere al pagamento della somma dovuta entro 40 giorni dalla notifica e lo condanna al pagamento delle spese legali.

Il decreto ingiuntivo va notificato al debitore entro 60 giorni dall’emissione, pena la perdita di efficacia.

Cosa succede se il debitore si oppone al decreto ingiuntivo

Il debitore può proporre opposizione al decreto ingiuntivo nel termine di 40 giorni da quello in cui ha ricevuto la notifica. Pertanto, deve notificare tramite il proprio legale, un atto di citazione al creditore, con il quale lo invita a comparire dinanzi allo stesso giudice che ha emesso il decreto ingiuntivo. Si apre così un giudizio che si svolge secondo le norme del procedimento ordinario durante il quale il creditore deve dimostrare la fondatezza della propria pretesa.

Il procedimento di opposizione si conclude con la conferma del decreto ingiuntivo oppure con la revoca. In alcuni casi la revoca può essere solo parziale come avviene quando risulta che l’importo del credito è inferiore a quello indicato nel decreto stesso.

Cosa succede se il debitore non si oppone al decreto ingiuntivo

Se il debitore non propone opposizione al decreto ingiuntivo, decorsi i 40 giorni dalla notifica, l’avvocato del creditore può chiedere al giudice di apporre la formula esecutiva sulla copia del decreto ingiuntivo notificato. Quindi, procede alla notifica del precetto, che è un atto con il quale viene richiesto nuovamente il pagamento del credito entro 10 giorni dalla notifica.

Decorso inutilmente tale termine, può iniziare l’azione esecutiva nei confronti del debitore.

Cos’è un decreto ingiuntivo provvisoriamente esecutivo

Quando il credito da recuperare si fonda su specifici documenti previsti ad hoc dalla legge, quali ad esempio cambiali, assegni o atti ricevuti da notaio, il giudice emette un decreto ingiuntivo provvisoriamente esecutivo, con il quale ordina al debitore il pagamento immediato delle somme dovute senza concessione del termine dei 40 giorni. Tale provvedimento quindi, viene notificato insieme al precetto.

La provvisoria esecuzione del decreto ingiuntivo può essere concessa anche quando non è possibile attendere la dilazione per il pagamento (ovvero gli ordinari 40 giorni) in quanto il ritardo potrebbe comportare un grave pregiudizio per il creditore. Si pensi all’ipotesi in cui il debitore sta cercando di vendere l’unico bene immobile di sua proprietà. In caso di alienazione, il creditore non potrebbe più pignorarlo.

Anche nell’ipotesi di un decreto ingiuntivo provvisoriamente esecutivo il debitore ha la possibilità di proporre opposizione. Inizia, quindi, un giudizio che si svolge secondo il rito ordinario, del tutto simile a quello già visto precedentemente.

Cos’è la procedura esecutiva

La procedura esecutiva inizia con la notifica dell’atto di pignoramento con il quale il creditore vincola (pignora) beni di proprietà del debitore oppure crediti che questi vanta nei confronti di terzi per soddisfare le proprie pretese. In merito è bene precisare che il pignoramento dei beni del debitore deve essere richiesto nel termine di 90 giorni dalla notifica dell’atto di precetto. Se ciò non avviene, il precetto perde efficacia e pertanto, il creditore deve notificare un nuovo precetto prima di richiedere il pignoramento.

Esistono tre tipi di procedure esecutive:

  • mobiliare, che ha ad oggetto i beni mobili di proprietà del debitore, quali ad esempio arredi ed automobili;
  • immobiliare, che ha ad oggetto i beni immobili di proprietà del debitore come una casa o un terreno;
  • presso terzi, che colpisce i crediti vantati dal debitore nei confronti di un terzo (si pensi all’ipotesi dello stipendio che è un credito vantato dal debitore nei confronti del proprio datore di lavoro).

Successivamente alla notifica dell’atto di pignoramento, si apre una fase giudiziale destinata a concludersi con il pagamento del creditore:

  • mediante il ricavato dalla vendita dei beni mobili o immobili sottoposti a pignoramento;
  • oppure con l’assegnazione della somma pignorata in caso di pignoramento presso terzi.

In cosa consiste la media conciliazione

In alcuni casi specifici il legislatore ha previsto che il creditore prima rivolgersi all’autorità giudiziaria per recuperare il proprio credito, deve tentare la conciliazione dinanzi ad un organismo di mediazione, pena il rigetto delle sue richieste da parte del giudice.

La conciliazione, o meglio la media conciliazione, deve essere tentata ad esempio in materia di successioni ereditarie, divisioni, patti di famiglia, comodato e locazione, contratti assicurativi, bancari e finanziari, diritti reali e altre fattispecie.

Se il debitore non si presenta all’incontro fissato per la conciliazione o si presenta ma dichiara di non volere aderire alla conciliazione, il mediatore redige un verbale nel quale dà atto del fallimento del tentativo. Parimenti, succede se le parti non trovano un accordo. Pertanto, il creditore è libero di ricorrere al giudice per recuperare il dovuto.

Invece, se le parti si accordano, il verbale redatto dal mediatore vale come titolo esecutivo, sulla base del quale il creditore può procedere all’azione esecutiva e, quindi, al pignoramento dei beni del debitore senza necessità di procurarsi prima un provvedimento del giudice (sentenza o decreto ingiuntivo).

Cos’è la negoziazione assistita

C’è un’altra ipotesi in cui il creditore prima di rivolgersi all’autorità giudiziaria per recuperare il proprio credito, deve tentare una conciliazione, ovvero quando il credito vantato è di importo inferiore o pari a 5.000 euro. In tal caso, il creditore tramite legale, deve invitare il debitore ad una trattativa per comporre la controversia.

Solo se il debitore non risponde nel termine di 30 giorni dal ricevimento dell’invito o risponde negativamente, allora il creditore può rivolgersi al giudice. Lo stesso avviene se si dà inizio ad una trattativa e questa non si conclude positivamente nel termine massimo previsto dalla legge (3 mesi prorogabili per ulteriori 30 giorni su accordo delle parti).



Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non hanno ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema (max 1000 caratteri). Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA

Canale video Questa è La Legge

Segui il nostro direttore su Youtube