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Com’è cambiata l’Italia per colpa sua in una settimana

28 Febbraio 2020 | Autore:
Com’è cambiata l’Italia per colpa sua in una settimana

La reazione spropositata all’emergenza coronavirus ha mutato in modo drastico l’immagine del nostro Paese nel mondo. Con conseguenze pesanti.

Otto giorni fa balzava alle cronache il primo caso italiano di coronavirus. Nell’arco di 48 ore, con il moltiplicarsi dei contagi, si è diffuso il panico. E dopo una settimana, il nostro Paese è passato da essere uno dei luoghi più invidiati al mondo da ogni punto di vista a trovarsi addosso l’etichetta dell’untore. Chi l’avrebbe mai detto: la stessa politica che discuteva su come fermare l’arrivo di stranieri portatori di malattie, ora si indigna perché i nostri connazionali vengono respinti nei porti di altri Paesi. Per lo stesso motivo.

In una settimana è stato buttato via lo sforzo di anni e anni di lavoro per tentare di uscire dalla crisi e per mantenere il prestigio dell’Italia e il made in Italy nel mondo. Può risultare antipatico dirlo, ma se oggi si ha la sensazione di avere imboccato una pericolosa strada che porta verso una nuova crisi economica non è solo a causa di un virus o delle autorità: è solo colpa degli italiani, della loro mancata capacità di reagire con lucidità all’emergenza.

Certo, le misure restrittive decise da Governo e Regioni non hanno aiutato. Ne parla questa mattina in un’intervista al Corriere della Sera il presidente di Confindustria Vincenzo Boccia: «Evidentemente sono stati sottovalutati gli effetti di certe reazioni», osserva il capo degli imprenditori italiani. «Nel Paese e all’estero si è data la percezione di una situazione molto più grave di quanto non sia. Al contrario bisogna dare l’immagine — e lavorare alla sostanza — di un Paese che ha un problema sul coronavirus, sì, ma lo governa e non lo subisce».

E invece ci siamo fatti prendere dall’ansia. Il mondo ha visto migliaia di persone dare l’assalto ai supermercati senza motivo (dal giorno dopo erano ancora pieni e nessuno aveva parlato di chiusura di negozi o punti vendita). Ha visto le città vuote, i mezzi pubblici deserti. Gli stranieri, più che preoccupati, si sono spaventati. E le conseguenze sono state le più ovvie: cancellazioni a raffica, prenotazioni disdette, ordini di merce respinti.

Il problema, secondo Boccia, è stato quello di «non saper fare sistema, non valutare gli effetti collaterali per l’economia e la società di alcune scelte che facciamo e i danni che subisce l’immagine dell’Italia nel mondo. L’export e il turismo hanno pesanti contraccolpi. Per non parlare di certi concorrenti dell’agroalimentare made in Italy che, strumentalmente, dicono che non vanno comprati i nostri prodotti perché toccati da italiani».

Ecco l’immagine dell’italiano «untore» che viene respinto in alcuni porti sulle navi da crociera (non sui gommoni). Perfino Israele, Paese amico, ci ha sbattuti la porta in faccia. Ed alcuni Stati africani già ci fanno un pensierino: sono italiani quelli che hanno portato il coronavirus in Algeria e – notizia di queste ore – in Nigeria. Anche se non viaggiano su barconi di fortuna con il rischio di morire nel Mediterraneo ma su comodi aerei o su navi da sballo, oggi agli occhi di alcuni Paesi gli italiani sono portatori di malattie. E, per questo, dovranno trovare «un porto sicuro». Ironia della sorte.

La diffidenza, però, si avverte anche all’interno dei nostri confini. Come vi sareste sentiti se vostra figlia di 8 anni, come quella del Veneto, positiva al coronavirus, fosse stata messa in piazza dai genitori del paese? Se fosse stata segnalata sulle chat delle mamme (chissà quando le metteranno al bando) e sui social network? Se fossero stati diffusi i suoi dati personali e quelli di tutta la sua famiglia? Se venisse trattata come un’appestata? Ecco, succede anche questo oggi in Italia. E non per colpa del coronavirus o dei politici, ma di una mentalità che fa più danni della malattia. E che il mondo ha notato, mutando l’immagine di questo Paese. In una sola settimana.



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