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Impedire l’ingresso in casa: è reato?

1 Marzo 2020
Impedire l’ingresso in casa: è reato?

Bloccare la porta di casa per non far entrare il coniuge, il partner convivente o il coinquilino è reato? E cosa si può fare contro chi parcheggia davanti al cancelletto di casa altrui?

Entrare in casa è un diritto di tutti. Anche se si tratta dell’appartamento in affitto o di quello in cui si è semplici ospiti. La relazione quotidiana che si instaura tra una persona e la sua dimora non può essere ostacolata da nessuno, neanche dal legittimo titolare dell’immobile. 

Facciamo qualche esempio. C’è, innanzitutto, la classica ipotesi del padrone di casa che non riesce a farsi pagare l’affitto e, perciò, approfittando del momento in cui gli inquilini sono fuori, cambia la serratura della porta per non farli più rientrare. Di qui l’interrogativo: impedire l’ingresso in casa è reato? 

E poi c’è un’altra tipica situazione: quella di marito e moglie che non vanno più d’accordo e magari hanno già iniziato la causa di separazione; ed allora capita spesso che uno dei due si barrichi dentro l’appartamento per non far entrare l’altro e lasciarlo in mezzo a una strada. Stessa situazione, medesimo quesito: impedire l’ingresso in casa è reato?  

Ed ancora. Sarà capitato a tutti di avere un coinquilino antipatico, pericoloso o litigioso a cui voler fare un dispetto. O, semplicemente, di aver ricevuto la visita del proprio partner e di voler restare soli. Cosa rischia chi lascia le chiavi di casa nella serratura della porta per non far entrare gli altri?

Ultimo esempio tratto dalla vita quotidiana: una casa è collegata alla strada pubblica da un cancelletto grande quanto le spalle di una persona. C’è, però, sempre il vicino scostumato che lascia la propria auto a filo di esso, non consentendo, a chi magari sta trasportando pacchi o buste della spesa, di entrare con comodità. Ed anche qui ricorre la stessa domanda: impedire l’ingresso in casa è reato?

La risposta della giurisprudenza, a tal proposito, è sempre stata coerente e stabile: chi blocca l’ingresso alla casa di altri o impedisce a chi vi vive di accedervi o uscirne con facilità commette reato di violenza privata. 

L’articolo 610 del Codice penale, in particolare, punisce con la reclusione fino a quattro anni chiunque, con violenza o minaccia, costringe altri a fare, tollerare od omettere qualche cosa. E, a detta dei giudici, tra questi comportamenti vi è quello di chi:

  • cambia le chiavi dell’appartamento senza dire nulla al convivente, al coniuge, al coinquilino o senza dar loro il duplicato;
  • lascia il coniuge fuori dalla porta e non gli apre (salvo che sia già intervenuta una sentenza di separazione);
  • inserisce nella serratura le proprie chiavi di casa onde evitare l’ingresso del convivente, del coniuge o del coinquilino [1];
  • parcheggia la propria auto a filo della porta di ingresso di casa, del cancello o del garage, in modo da impedire a chi vi dimora di entrare o uscire. 

In tutti questi casi, la tutela viene accordata non solo al proprietario dell’immobile, ma anche all’affittuario (o meglio detto “conduttore”), al comodatario (ossia a chi vive in un immobile altrui a titolo di prestito), al semplice ospite stabile (si pensi a due partner di cui uno, proprietario di un appartamento, abbia deciso di accogliere all’interno il/la compagno/a). 

La tutela del possesso, infatti, è garantita a prescindere da un rapporto di proprietà con l’immobile ma per la semplice stabile relazione che si crea tra lo spossessato e il bene. In pratica, l’ordinamento va in soccorso di chi è sicuro di avere un tetto sotto cui dormire.

Cosa fare se qualcuno impedisce l’ingresso in casa? La prima soluzione è chiaramente quella della denuncia-querela. Ci si deve, quindi, recare presso la più vicina caserma dei carabinieri o il comando della polizia e raccontare i fatti. Non servono prove: basta la semplice dichiarazione del querelante. 

In secondo luogo, si può agire anche in via civile contro lo spossessamento, al fine di ottenere una copia delle chiavi. Nulla vieta, peraltro, di chiedere il risarcimento del danno: si pensi al conto dell’albergo presso cui si è dovuto soggiornare per non restare sotto i ponti o ai vestiti e biancheria nuovi acquistati per far fronte allo stato di necessità.


note

[1] Trib. Torino uff. indagini prel. 17/03/2013, n. 479


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