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Diritto all’anonimato della madre: ultime sentenze

15 Aprile 2020
Diritto all’anonimato della madre: ultime sentenze

Scopri le ultime sentenze su: volontà della madre biologica di rimanere anonima; diritto all’anonimato della madre; Corte europea dei diritti dell’uomo; diritto al rispetto della vita privata e familiare; diritto di conoscere le proprie origini biologiche nel caso di parto anonimo.

Identificazione della madre naturale

In mancanza di un interesse serio e non emulativo in capo alla istante, va respinta la richiesta volta ad ottenere l’autorizzazione all’accesso ai documenti amministrativi ai fini delle identificazione della madre naturale, la quale deve essere tutelata nel suo diritto all’anonimato.

Tribunale minorenni Perugia, 19/07/1999

Prioritaria tutela della madre 

La legislazione italiana, vietando l’accesso alle informazioni sulla propria nascita nel caso di parto anonimo, viola l’art. 8 della convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo, poiché, senza bilanciare i contrapposti interessi della madre (all’anonimato) e del figlio (alla conoscenza) impedisce alla persona di sapere da chi è nato.

Corte europea diritti dell’uomo sez. II, 25/09/2012, n.33783

Diritto all’anonimato della madre naturale

Ai sensi dell’art. 24 comma 1, l. 7 agosto 1990, n. 241, è escluso il diritto di accesso al certificato di assistenza al parto del soggetto adottato che intenda conoscere l’identità della propria madre per ragioni di salute, perché, nonostante l’esistenza di un interesse giuridicamente rilevante come quello alla salute, viene considerato prevalente il diritto all’anonimato della madre naturale ex art. 70, r.d. 9 luglio 1939, n. 1238.

T.A.R. Roma, (Lazio) sez. III, 17/07/1998, n.1854

Diritto all’anonimato e individuazione del nome della madre

Il divieto di rendere note le origini biologiche del figlio naturale abbandonato all’assistenza pubblica senza il consenso della propria madre fu sancito da legge datata e in seguito si è affermato attraverso il diritto all’anonimato della madre, che, in occasione del parto, dichiari di non voler essere nominata, consentendo, se vi fosse interesse, il rilascio in copia del certificato di assistenza al parto o della cartella clinica decorsi cento anni dalla formazione. Infra tale periodo i documenti stessi possono rilasciarsi omettendo i dati che permettano di identificare la madre.

Quindi, il divieto di accedere agli atti amministrativi, ove rendessero identificabile la madre che voglia rimanere anonima, è posto da norma speciale, facente eccezione alle regole generali che disciplinano i limiti di tempo e le modalità per ottenere le informazioni, la cui finalità sarebbe elusa se l’identità della madre fosse accertabile anzitempo.

T.A.R. Ancona, (Marche) sez. I, 13/11/2008, n.1914

Istituto di ricovero: i documenti protetti dall’anonimato

Prima dell’entrata in vigore della l. n. 184 del 1983, esisteva un divieto di accesso da parte dei figli non riconosciuti alle informazioni relative all’identità dei genitori biologici; divieto desumibile, da un lato, dalla tutela accordata nel nostro ordinamento all’anonimato e, dall’altro, dal divieto posto a carico degli istituti di ricovero di rivelare l’identità della madre, a prescindere da una successiva adozione.

Consiglio di Stato sez. IV, 17/06/2003, n.3402

Accesso alla documentazione contenente le generalità della madre naturale

Non sussiste nell’ordinamento un diritto assoluto all’anonimato della madre naturale, alla quale è riconosciuta al momento del parto la facoltà di non essere nominata, per cui deve consentirsi l’accesso agli allegati all’atto di nascita laddove sussista un interesse giuridicamente rilevante alla loro conoscenza.

Laddove sia intervenuta l’adozione del richiedente l’accesso alla documentazione contenente le generalità della madre naturale deve essere negato stante l’espresso divieto, previsto dalla legge sulle adozioni, per i figli adottivi di avere notizie sui propri genitori naturali.

T.A.R. Ancona, (Marche), 07/03/2002, n.215

Figli adottivi: è possibile conoscere le generalità della madre deceduta?

La morte della madre, che si era avvalsa della facoltà di non essere nominata nell’atto di nascita del figlio, dato in adozione, senza che abbia potuto essere interpellata ai fini dell’eventuale revoca di tale dichiarazione, conformemente a quanto statuito da Corte cost. 278/13, non osta all’accoglimento della domanda del figlio stesso, che chiede di conoscerne le generalità, fermo che il trattamento di siffatti dati concernenti la sua identità personale deve essere eseguito in modo corretto e lecito, senza cagionare danni, anche non patrimoniali, all’immagine, alla reputazione e ad altri beni di primario rilievo costituzionale di eventuali terzi interessati (discendenti, familiari).

Cassazione civile sez. I, 09/11/2016, n.22838

Violazione del diritto all’identità 

È costituzionalmente illegittimo l’art. 28, comma 7, l. 4 maggio 1983 n. 184, come sostituito dall’art. 177, comma 2, d.lg. 30 giugno 2003 n. 196, nella parte in cui non prevede – attraverso un procedimento, stabilito dalla legge, che assicuri la massima riservatezza – la possibilità per il giudice di interpellare la madre – che abbia dichiarato di non voler essere nominata ai sensi dell’art. 30, comma 1, d.P.R. 3 novembre 2000 n. 396 – su richiesta del figlio, ai fini di una eventuale revoca di tale dichiarazione.

La disposizione censurata prefigura una sorta di “cristallizzazione“ o di “immobilizzazione“ nelle modalità di esercizio della scelta della madre per l’anonimato, che assume connotati di irreversibilità destinati, sostanzialmente, ad “espropriare” la persona titolare del diritto a conoscere le proprie origini ai fini della tutela dei suoi diritti fondamentali da qualsiasi ulteriore opzione, ma, mentre può ritenersi ragionevole che la scelta per l’anonimato legittimamente impedisca l’insorgenza di una “genitorialità giuridica”, con effetti inevitabilmente stabilizzati pro futuro, non appare invece ragionevole che quella scelta risulti necessariamente e definitivamente preclusiva anche sul versante dei rapporti relativi alla “genitorialità naturale”, potendosi quella scelta riguardare, sul piano di quest’ultima, come opzione eventualmente revocabile (in seguito alla iniziativa del figlio), proprio perché corrispondente alle motivazioni per le quali essa è stata compiuta e può essere mantenuta, mentre sarà compito del legislatore introdurre apposite disposizioni volte a consentire la verifica della perdurante attualità della scelta della madre naturale di non voler essere nominata e, nello stesso tempo, a cautelare in termini rigorosi il suo diritto all’anonimato, secondo scelte procedimentali che circoscrivano adeguatamente le modalità di accesso, anche da parte degli uffici competenti, ai dati di tipo identificativo, agli effetti della pertinente verifica (sent. n. 425 del 2005).

Corte Costituzionale, 22/11/2013, n.278

Parto anonimo e morte della madre

Non è accoglibile l’istanza di autorizzazione ad accedere alle informazioni circa la propria origine , nonché l’identità della madre biologica che abbia optato per l’anonimato, in caso di morte della medesima, se risulti che la donna deceduta abbia avuto altri figli, non essendo desumibile il dato se essi siano a conoscenza della vicenda adottiva, e non potendosi procedere all’interpello degli stessi al solo fine di apprendere la conoscenza o meno di tale vicenda, perché ciò comporterebbe inevitabilmente la comunicazione di tale dato particolarmente sensibile.

Tribunale minorenni Genova, 23/05/2019

La richiesta di riconoscimento di maternità del minore dichiarato adottabile

La dichiarazione di adottabilità del minore nato da un parto in anonimato non preclude alla madre di richiedere il riconoscimento di maternità. Tale richiesta sarebbe inammissibile allorquando, a seguito della dichiarazione di adottabilità del minore, segua l’affidamento preadottivo.

Cassazione civile sez. I, 03/12/2018, n.31196

Dichiarazione giudiziale di maternità: l’anonimato

Pur rimanendo fermo il principio in base al quale, in mancanza di una diversa determinazione, deve essere rispettata la volontà della madre biologica di rimanere anonima, a seguito della morte di costei, la diversa determinazione in tal senso può essere posta in essere dai suoi eredi. Per l’effetto, venute meno le ragioni di tutela della scelta a suo tempo compiuta dalla donna, è ammissibile la dichiarazione giudiziale di maternità nonostante la volontà espressa al momento del parto di rimanere anonima.

Tribunale Roma, 12/05/2017



7 Commenti

  1. Il diritto alla privacy della madre scompare con la sua morte. Il diritto a conoscere le proprie origini non riguarda solo i genitori ma anche fratelli e sorelle.

    Un tempo i figli che ignoravano l’identità dei propri genitori erano in molti; spesso le ragioni erano collegate alla povertà delle famiglie che le obbligava a lasciare i neonati in mani di persone più agiate o, comunque, in grado di poterli mantenere. Oggi purtroppo, sebbene per ragioni diverse, si assiste ancora a situazioni in cui il figlio non conosce il nome del padre o della madre o di entrambi. Non sono poche le coppie di fatto che si lasciano proprio nel momento in cui sta per nascere un bambino al quale il padre naturale, così facendo, nega il riconoscimento.

  2. Riconoscimento della maternità e segreto: va tutelata la scelta della madre di rimanere anonima all’atto del parto in ospedale. Non c’è nulla da fare per il figlio che chieda di conoscere il nome della propria madre quando questa, all’atto del parto in ospedale, ha chiesto di rimanere anonima, abbandonando il neonato: pertanto è inammissibile la dichiarazione giudiziale di maternità nei confronti di una donna che, al momento del parto, ha imposto il segreto sulle proprie generalità

  3. Il riconoscimento del figlio è un obbligo solo paterno. La madre invece ha diritto – qualora lo chieda al momento del parto – di rimanere anonima fino alla sua morte. Da un lato, dunque, se il padre non riconosce come proprio il figlio naturale (quello cioè nato fuori dal matrimonio) commette un illecito e può essere da questi citato in giudizio per versargli il risarcimento del danno dovuto alla perdita di una figura genitoriale di riferimento (una sorta di danno da “carenza affettiva”). Dall’altro lato, però, il figlio che vuol conoscere le proprie origini biologiche materne può presentare una domanda di accesso alla cartella clinica dell’ospedale ove è nato, ma l’identità della madre gli potrà essere svelata solo dopo che questa decede. È in tale momento infatti che cessa il diritto alla privacy della donna e, con esso, anche il rispetto della volontà, da questa espressa al momento del parto, di rimanere anonima.

  4. Ogni madre ha diritto a partorire in anonimato. La domanda può essere fatta prima o durante il parto. Questo significa che, al momento della nascita, se anche il padre non intende riconoscere il figlio, quest’ultimo verrà preso in consegna dal personale medico dell’ospedale che provvederà a sbrigare tutte le pratiche amministrative relative alla dichiarazione di nascita avendo cura di non nominare la madre. La dichiarazione di nascita andrà eseguita entro 10 giorno dal parto.In questo modo viene garantito sia il diritto all’anonimato della madre, sia il diritto del figlio a una identità anagrafica e alla protezione (questi infatti sarà affidato a una casa famiglia e poi potrà essere adottato).In caso di parto anonimo, la madre ha diritto di ottenere una assistenza psicologica e sanitaria e di avere informazioni riguardanti forme di sostegno alla maternità ed alla genitorialità, aiuti a livello socio-assistenziale e sanitario. Ha inoltre diritto ad essere informata, in caso di incertezza sulla scelta da operare, sulla possibilità di usufruire di un ulteriore periodo di riflessione dopo il parto di massimo due mesi richiedendo al Tribunale per i minorenni la sospensione della procedura di adottabilità.

    1. Se la madre decide di restare anonima, le sue generalità vengono coperte da privacy per 100 anni. In pratica, il figlio non potrà accedere né al certificato di assistenza al parto, né alla cartella clinica ove sono riportate le generalità della donna.

      Il figlio però può venire a conoscenza dell’identità della madre prima dei 100 anni solo in due casi:
      se la madre ci ripensa e revoca la richiesta di anonimato. Difatti la richiesta di parto anonimo può essere revocata in qualsiasi momento della vita. Ciò però non toglie che la donna possa recriminare il diritto all’affidamento del figlio, specie se questo è stato già adottato;
      oppure nel momento in cui la madre muore.
      Tale concetto è stato di recente chiarito a più riprese dalla Cassazione(leggi Parto: la madre resta anonima ma non dopo la sua morte https://www.laleggepertutti.it/121482_parto-la-madre-resta-anonima-ma-non-dopo-la-sua-morte). Secondo la Corte Suprema, il diritto all’anonimato della donna viene meno con il suo decesso. Del resto, se così non fosse, si avrebbe la cristallizzazione della scelta della madre di restare anonima anche dopo la sua morte e la definitiva perdita del diritto fondamentale del figlio di conoscere le proprie origini, in evidente contrasto con la necessaria «reversibilità del segreto». Si pregiudicherebbe anche il diritto della madre di “ripensarci” e di comunicare le proprie generalità al figlio: diritto che spetta per tutto il corso della vita della madre stessa, proprio in ragione della revocabilità di tale scelta.

  5. Quindi il padre ha solo doveri, cioè l’obbligo di assumersi la responsabilità della prole, mentre la madre ha tutto il diritto di restare anonima (escludendo i figli, dei quali soli dovrebbe essere tutelato l’interessa, dalla sussistenza ma anche – ad esempio – dai diritti di successione). Insomma, una bella disparità sessista.

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