Coronavirus: perché ora preoccupa più dell’influenza

1 Marzo 2020
Coronavirus: perché ora preoccupa più dell’influenza

Secondo gli esperti è il coronavirus ad essere più pericoloso, perché ha una velocità di diffusione maggiore. Il sistema sanitario rischia di non reggere.

Di fronte a sintomi molto simili tra coronavirus e influenza, c’è il rischio di confondere le due malattie; ma sono poi così diverse oppure sono simili e sovrapponibili? Su questo punto anche le opinioni degli esperti divergono, e possono disorientare il pubblico. Così oggi sono arrivate nuove dichiarazioni di virologi, epidemiologi e infettivologi per cercare di riportare chiarezza su questo delicato punto.

“Basta traccheggiare: più si alza la barriera delle misure di contenimento, più si rallenta la velocità di diffusione e l’impatto della pandemia”. Così afferma oggi l’epidemiologo Pierluigi Lopalco, professore ordinario di Igiene dell’università di Pisa, in un post su Facebook rilanciato dall’agenzia stampa Adnkronos.

L’esperto spiega così perché il Covid-19 preoccupa più dell’influenza e non si ferma a conteggiare il numero dei morti: “Basta discutere su quanto sia letale questo coronavirus. Basta ripetere la sciocchezza che si tratta di una influenza, malattia stagionale, non pandemica. Anche se l’impatto sul singolo individuo del virus influenzale fosse lo stesso del coronavirus (e non lo è), l’impatto sulla popolazione non sarebbe comunque paragonabile”.

Lopalco condivide la medesima linea del virologo Roberto Burioni, secondo cui il Covid-19 è diverso rispetto all’influenza – e più pericoloso – perché è un virus nuovo, contro il quale non abbiamo sviluppato adeguate difese immunitarie e non esiste ancora un vaccino o altri farmaci di provata efficacia.

Gli risponde però a distanza la direttrice del laboratorio di microbiologia dell’ospedale Sacco di Milano, Maria Rita Gismondo, ospite di ‘SkyTg24’, che per come ci riporta l’Adnkronos Salute, replica così: “Non voglio sminuire il coronavirus ma la sua problematica rimane appena superiore all’influenza stagionale. Ad oggi in Italia abbiamo 1049 casi, in Lombardia sono 615 i positivi, 256 ricoverati e 80 in terapia intensiva. Ma se facciamo un paragone con l’influenza vediamo che ci sono già stati 5 milioni di casi, il 9% della popolazione, con 300 decessi collegati all’influenza”.

Stando al numero di morti, dunque, è l’influenza a fare più vittime rispetto al coronavirus; ed è sempre l’influenza ad essere più virale, avendo contagiato 5 milioni di persone a fronte di poco più di mille. Ma – prosegue Gismondo – nel caso del coronavirus “è  l’organizzazione sanitaria, ovvero in poco tempo tanti casi, a preoccupare. Non è una pandemia ma occorre rispondere in un periodo molto breve a tanti ricoveri in terapia intensiva”.

Gli esperti – al di là delle divergenze di vedute su quale delle due infezioni sia più grave – sono tutti preoccupati dalla velocità di diffusione, cioè di propagazione del contagio, del coronavirus, prima ancora che della mortalità causata dalle due malattie.

Questo virus non è come un’influenza: è un virus contagioso, che può essere pericoloso. Non è la peste nera, ma non è un’influenza. Va arrestato il contagio. E non è il momento delle polemiche: bisogna essere tutti uniti”, ha detto Roberto Burioni ospite della trasmissione radiofonica ‘Circo Massimo’ su Radio Capital.

Burioni si è trovato al centro delle polemiche perché è l’esperto che aveva definito come “una scemenza di dimensioni gigantesche” l’affermazione secondo cui “la malattia causata dal coronavirus sarebbe poco più di un’influenza”, in aperto contrasto con la diversa opinione di Maria Rita Gismondo sul punto. “Leggete i numeri. Sono numeri che non hanno niente a che vedere con l’influenza (i casi gravi finora registrati sono circa lo 0,003% del totale). Questo ci impone di non omettere nessuno sforzo per tentare di contenere il contagio”.

A confermare il fatto che la vera emergenza è quella di rallentare l’impatto dell’epidemia, l’epidemiologo Lopalco individua così il punto nevralgico, che non è la malattia in sé ma l’assistenza sanitaria: “sembra che il problema maggiore da risolvere in questo momento in Italia è stabilire quale sia la letalità di Covid-19: 2%, 1%, 0,00001%? In una pandemia quello che ci deve preoccupare non è la letalità, ma la velocità di diffusione dei casi e la quota di casi che necessitano assistenza. Sono i malati che mandano in tilt il sistema. Primo fra tutti medici ed infermieri. E poi le forze dell’ordine. Ma anche contadini, allevatori, camionisti”.

Come spiega Massimo Galli, primario infettivologo dell’ospedale Sacco di Milano, in un’intervista al Corriere della Sera, “il virus ha dimostrato di avere eluso i criteri di sorveglianza. Stiamo affrontando una marea montante di pazienti impegnativi”. La situazione “è francamente emergenziale dal punto di vista dell’organizzazione sanitaria. È l’equivalente dello tsunami per numero di pazienti con patologie importanti ricoverati tutti insieme”.

Insomma: di coronavirus si muore molto poco, ma è una malattia che corre velocemente, e questo aumenta i rischi e richiede il massimo impegno del sistema sanitario che deve contenerla e fronteggiarla; gli esperti dubitano che si sia in grado di reggere un’onda d’urto maggiore di quella registrata finora.

Intanto per il prossimo futuro, con il prevedibile attenuarsi del picco dell’epidemia, si cominciano a formulare ipotesi da parte degli esperti, che tentano di individuare come potrà evolversi la situazione dei contagi e dell’andamento della malattia. Secondo la virologa Ilaria Capua, direttrice dell’One Health Center of Excellence dell’Università della Florida, interpellata telefonicamente dall’Adnkronos Salute, il coronavirus continuerà a circolare, ma camuffato da influenza.

Secondo la virologa: “A questo punto possiamo formulare varie ipotesi: la mia è che questo virus continuerà a circolare nella popolazione camuffandosi da influenza o virus respiratorio. La stragrande maggioranza delle persone non se ne accorgerà, alcuni ne risentiranno, e per pochi altri avremo forme gravi. Sono però cautamente ottimista che questo sia lo scenario più probabile. Non credo che ci saranno cluster importanti di mortalità“. Ma – aggiunge Capua – “questo è un momento di responsabilità collettiva, quello del coronavirus non è un problema su cui scherzare: ci sono aziende e famiglie in difficoltà, occorre fare squadra e fare sistema, il ‘sistema Italia'”.



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