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Violazione di domicilio da parte dell’ex coniuge

23 Aprile 2020
Violazione di domicilio da parte dell’ex coniuge

Dopo il divorzio, l’ex marito può entrare nella casa coniugale per recuperare la sua roba?

Con il divorzio, il giudice ha assegnato la casa coniugale a tua moglie. Tu, invece, sei stato costretto a cercare un appartamento in affitto. Per giunta, non riuscite ad avere un dialogo. Per evitare inutili discussioni, decidi di tornare a casa quando tua moglie non c’è. La tua intenzione è solo quella di recuperare i vestiti e qualche libro. Una vicina di casa, però, riferisce a tua moglie di averti visto entrare nell’appartamento durante la sua assenza. In casi come questi, può parlarsi di violazione di domicilio da parte dell’ex coniuge? In altre parole, l’ex marito può entrare in casa anche se c’è un provvedimento del giudice? Il fatto di essere proprietario dell’immobile e avere le chiavi, lo autorizza a comportarsi come vuole? A quanto pare no. La rottura della relazione, infatti, autorizza la moglie a cambiare perfino la serratura per impedire al marito di entrare nell’appartamento quando gli pare e piace. Nell’articolo che segue analizzeremo uno dei temi più discussi: la violazione di domicilio da parte dell’ex coniuge.

Cos’è la violazione di domicilio?

La violazione di domicilio è un reato e si verifica quando qualcuno si introduce o si intrattiene (anche clandestinamente o con l’inganno) nell’abitazione, o in un luogo di privata dimora, di un’altra persona contro la volontà di quest’ultima. 

Facciamo qualche esempio: Tizio si intrattiene nella casa della ex moglie anche quando quest’ultima gli ha chiesto espressamente di andar via oppure Caio si introduce nello studio del proprio commercialista per recuperare dei documenti. In tali casi, si parla di violazione di domicilio.

Violazione di domicilio: i requisiti

Va precisato che per abitazione si intende il luogo dove la persona vive abitualmente; mentre per privata dimora si fa riferimento al luogo dove si svolge qualsiasi attività della vita privata (riposo, svago, studio, ecc.).

La violazione di domicilio, quindi, prevede:

  • l’introdursi nell’abitazione altrui o in un luogo di privata dimora;
  • il trattenersi nei luoghi senza il consenso o l’autorizzazione della persona che vive nell’abitazione;
  • il dolo: cioè la coscienza e la volontà di introdursi o trattenersi nell’abitazione di un’altra persona, anche clandestinamente (cioè di nascosto) o con l’inganno (cioè traendo in errore la persona. Si pensi a colui che si qualifica falsamente come carabiniere solo per entrare in casa altrui).

Violazione di domicilio: come viene punita?

Chi commette il reato di violazione di domicilio rischia la reclusione da 1 a 4 anni. In merito alla procedibilità, occorre che la persona offesa presenti una querela alle autorità (carabinieri, polizia o Procura della Repubblica) entro 3 mesi dalla conoscenza del fatto. Se, invece, il reato è aggravato, cioè è commesso con violenza sulle cose o sulle persone oppure il colpevole è palesemente armato, allora la pena è la reclusione da 2 a 6 anni. In tal caso, la procedibilità è d’ufficio, quindi chiunque potrà presentare una denuncia.

Attenzione: la violenza deve essere finalizzata alla violazione di domicilio, cioè per entrare o per intrattenersi nell’altrui abitazione. Ad esempio, Tizio forza la serratura per entrare in casa di Caia.

La violazione di domicilio da parte dell’ex coniuge

Quando una coppia si separa, solitamente il giudice assegna la casa coniugale alla moglie che convive con i figli. In tal caso, il marito è costretto a trasferirsi in un altro appartamento. Ne consegue che la moglie può anche decidere di cambiare la serratura, salvo il diritto del marito di tornare a casa per prendere vestiti, libri e quant’altro in orari concordati preventivamente.

Supponiamo che il marito decida di tornare a casa quando la moglie è assente. Dopotutto è il proprietario dell’immobile e ha le chiavi. Può farlo? La Cassazione ha più volte sancito che in casi come questi si parla di violazione di domicilio. Lo stesso vale per una coppia di conviventi. Si pensi a Tizio e Caia che hanno convissuto per 5 anni nell’appartamento di proprietà di Caia. Terminata la relazione, Caia intima a Tizio di andarsene, ma quest’ultimo decide di rimanere contro la volontà della donna.

In buona sostanza, se un coniuge, dopo la rottura della relazione, cerca di introdursi di nascosto nella casa assegnata dal giudice all’altro coniuge, commette il reato di violazione di domicilio. Stessa cosa se decide di trattenersi in casa contro la volontà della moglie. Se poi per entrare in casa forza la serratura allora c’è l’aggravante della violenza sulle cose, per cui la condanna penale, come già detto, sarà più pesante perché in tal caso è prevista la reclusione da 2 a 6 anni. È bene, quindi, concordare degli orari durante i quali l’ex coniuge potrà tornare a casa per recuperare i suoi effetti personali.

Legittima difesa domiciliare

Prima di concludere è opportuno soffermarsi brevemente sulla legittima difesa domiciliare, ossia sul diritto di potersi difendere da un’aggressione altrui in casa propria o nel luogo ove si svolge di solito la propria vita. Per restare in tema, si pensi, ad esempio, all’ex marito che si intrattiene nell’appartamento dell’ex moglie dopo che quest’ultima gli ha ordinato di andarsene. A seguito di una lite, lui la colpisce ripetutamente al viso fino a farla sanguinare. La moglie, allora, prende una mazza e lo colpisce in testa. 

In breve, la difesa si ritiene legittima quando:

  • l’oggetto dell’offesa è un diritto personale o patrimoniale, proprio o altrui;
  • l’offesa è ingiusta cioè contraria ad un diritto;
  • il pericolo minacciato è attuale, cioè deve persistere al momento della difesa;
  • la difesa è necessaria per salvare la propria vita e non c’è possibilità di fuga;
  • la difesa deve essere proporzionata all’offesa. Ad esempio, se la persona che si è introdotta in casa tua cerca di aggredirti fisicamente e tu cerchi di colpirlo con una mazza.

La proporzionalità tra offesa e difesa è sempre presunta se il fatto si verifica nel domicilio dell’aggredito o nel suo luogo di lavoro. In altre parole, in caso di violazione di domicilio agisce sempre in stato di legittima difesa chi usa un’arma legittimamente detenuta o altro mezzo idoneo al fine di respingere l’intrusione violenta posta in essere da una o più persone al fine di proteggere:

  • la propria o la altrui incolumità;
  • i beni propri o altrui, quando non vi è desistenza e vi è pericolo d’aggressione.

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