Non c’è solo il coronavirus: ecco cosa uccide di più

3 Marzo 2020
Non c’è solo il coronavirus: ecco cosa uccide di più

L’avvelenamento dell’atmosfera e le malattie cardiovascolari che ne conseguono accorciano di 3 anni la vita media: i risultati di uno studio tedesco.

I dati reali sulla mortalità per coronavirus sono preoccupanti ma non giustificano la psicosi: ad oggi, fuori dalla Cina si contano 8.739 casi in 61 Paesi, con 127 morti, mentre in Italia, aggiungendo le 18 persone morte ieri (15 in Lombardia e 3 in Emilia Romagna), il numero delle vittime è salito a 52. Ci sono fattori di morte nel mondo che sono molto più gravi del Covid-19.

Il più grande killer, secondo uno studio compiuto in Germania e diffuso ora dall’agenzia stampa Adnkronos Salute, è l’inquinamento atmosferico: stando ai dati emersi, pubblicati su ‘Cardiovascular Research’, toglie 3 anni di vita a ciascuno di noi.

I ricercatori sono arrivati a queste conclusioni esaminando gli effetti dell’inquinamento atmosferico su sei categorie di malattie: infezioni delle basse vie respiratorie, malattia polmonare ostruttiva cronica, cancro ai polmoni, malattie cardiache, malattie cerebrovascolari che portano a ictus e altre patologie non trasmissibili, fra cui ipertensione e diabete.

Così  hanno constatato che le malattie cardiovascolari sono in gran parte provocate dall’inquinamento atmosferico e a loro volta riducono le aspettative di vita. Gli scienziati tedeschi che hanno guidato la ricerca, Jos Lelieveld e Thomas Münzel, dell’Istituto Max Planck e del Dipartimento di Cardiologia del Centro medico universitario di Magonza, stimano che l’inquinamento atmosferico globale ha causato 8,8 milioni di morti premature extra all’anno.

“Ciò rappresenta un accorciamento medio dell’aspettativa di vita di quasi tre anni per le persone in tutto il mondo”, assicurano gli autori. Molto più del fumo di tabacco, che la riduce, in media, di 2,2 anni (7,2 milioni di decessi extra), o dell’infezione da Hiv/Aids, che la accorcia di soli 0,7 anni (1 milione di morti l’anno) e di malattie come la malaria 0,6 anni (600.000 morti); ma anche molto di più di tutte le forme di violenza – comprese le guerre – che secondo i ricercatori abbreviano la speranza di vita di soli 0,3 anni (530.000 morti).

I ricercatori hanno anche scoperto che l’inquinamento atmosferico ha avuto un effetto più importante nelle persone anziane, ad eccezione delle morti nei bambini con meno di cinque anni in Paesi a basso reddito, come Africa e Asia meridionale. A livello globale, circa il 75% dei decessi attribuiti all’inquinamento atmosferico si verifica nelle persone con più di 60 anni.

Questo, rivendicano gli autori, “è il primo studio che mostra gli effetti dell’inquinamento atmosferico sui morti per età, tipo di malattia” e spiega anche i suoi effetti in termini di aspettativa di vita a livello di singoli Paesi, dimostrando come lo smog è in grado di ridurla in maniera così preoccupante.

“Colpisce che sia il numero di morti che la perdita di aspettativa di vita a causa dell’inquinamento atmosferico siano in concorrenza con l’effetto del fumo di tabacco – commenta Jos Lelieveld – e questi numeri sono molto più alti rispetto ad altre cause di morte: l’inquinamento atmosferico supera la malaria, la violenza, l’Hiv-Aids”.

“Poiché l’impatto dell’inquinamento atmosferico sulla salute pubblica nel complesso è molto più grande del previsto ed è un fenomeno mondiale, riteniamo che i nostri risultati dimostrino che esiste una pandemia di inquinamento atmosferico”, conclude Münzel.



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