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Minacciare con siringa: cosa si rischia?

2 Marzo 2020
Minacciare con siringa: cosa si rischia?

Reato di rapina con armi improprie: la forza intimidatoria della siringa con sangue potenzialmente infetto. 

Non tutti i malviventi riescono a procurarsi una pistola e chi, invece, vuol passare inosservato troverà assai difficile giustificare il possesso di un coltello in caso di controllo della polizia. Al contrario, una siringa, ancora sigillata nell’involucro della farmacia, non presenta alcun rischio legale. Ma cosa potrebbe succedere se quella stessa siringa dovesse essere usata per costringere una persona a farsi consegnare il portafogli con tutti i soldi? Immagina un uomo che, di notte, approfittando della scarsa visibilità, brandisca dinanzi ai tuoi occhi un ago, con tanto di liquido rosso all’interno dello stantuffo. Si potrebbe parlare di rapina a mano armata? Cosa si rischia a minacciare con una siringa? Ecco cosa ha detto, a riguardo, la Cassazione [1].

Rapina a mano armata: cos’è un’arma?

L’articolo 628 del Codice penale sanziona il reato di rapina. La rapina non è solo quella che siamo abituati ad immaginare in banca, alle Poste o con l’assalto a un furgone blindato. La rapina è un furto che viene attuato con modalità violente sulla persona (ad esempio, strattonando la vecchietta per prenderle la borsa) o con minacce (ad esempio, esibendo una mazza da baseball o una pistola). 

La norma prevede poi un’aggravante – ossia un aumento della pena – se la violenza o la minaccia (che, come detto, sono elementi essenziali della rapina) vengono realizzate con armi. 

Il punto si sposta su un altro piano: cosa si deve intendere con il concetto di “arma”?

La nostra legge distingue due tipi di armi: 

  • le armi proprie, ossia gli oggetti che nascono proprio per fare del male, come la pistola, la spada, il coltello;
  • le armi improprie, ossia gli oggetti che nascono per altri usi ma che, se utilizzati contro l’uomo, possono fare male al pari delle normali armi: si pensi a una catena, un filo spinato, il manico di una scopa, una chiave inglese, ecc.

La siringa è un’arma?

Secondo la sentenza in commento, la siringa può essere classificata come un’arma impropria se viene impiegata per minacciare una persona. 

Sulla scorta di tale principio, la Corte ha condannato una donna, che, a tarda sera e in un luogo isolato, aveva preso di mira un uomo, facendosi consegnare 40 euro grazie all’utilizzo di una siringa estratta dalla propria borsa. 

Decisivo il fatto che la donna – secondo la ricostruzione della vittima – aveva estratto la siringa dalla propria borsetta al fine di portare a termine la propria minaccia. Difatti, per renderla più credibile, aveva legato a tale uso il possibile contagio di una malattia. E ciò era stato decisivo «per vincere l’iniziale resistenza opposta» dall’uomo.

La giurisprudenza ha così elaborato il principio secondo cui «in tema di rapina e ai fini della configurabilità dell’aggravante della minaccia commessa con armi, ciò che conta è l’effetto intimidatorio che deriva sulla persona offesa dall’uso di un oggetto che abbia l’apparenza esteriore dell’arma». 

Inoltre, con specifico riferimento all’uso di una siringa, è indubbio che «l’ago innestato in una siringa ed usato in un contesto aggressivo (nella specie, nel corso di una rapina) costituisce arma impropria, presentando chiare caratteristiche che lo rendono utilizzabile per l’offesa alla persona».

Leggi anche Quando la rapina è aggravata.

Non è la prima volta che la Cassazione ritiene la siringa al pari di un’arma impropria. In un precedente del 2012, la stessa Corte aveva detto che «l’ago innestato in una siringa ed usato in un contesto aggressivo (nella specie, nel corso di una rapina) costituisce arma impropria, presentando chiare caratteristiche che lo rendono utilizzabile per l’offesa alla persona» [2].

Ed ancora, ferire intenzionalmente la vittima con una siringa contenente sangue infetto, perché prelevato da soggetto affetto da malattia infettiva, e propagabile attraverso contatto ematico, costituisce atto idoneo a cagionare il reato di lesioni, benché l’eventualità che siffatto evento si realizzi sia molto bassa [3].


note

[1] Cass. sen. n. 8092/20 del 28.02.2020.

[2] Cass. sent. n. 25012/2012.

[3] Cass. sent. n. 30139/2011.

Corte di Cassazione, sez. II Penale, sentenza 12 novembre 2019 – 28 febbraio 2020, n. 8092

Presidente Cervadoro – Relatore Mantovano

Ritenuto in fatto e considerato in diritto

1. La CORTE di APPELLO di PALERMO con sentenza in data 17/05/2018 confermava la sentenza con la quale in data 31/05/2017 il TRIBUNALE di MARSALA aveva condannato SA. Se. Lu. a pena di giustizia per il reato di rapina pluriaggravata, col riconoscimento dell’attenuante del danno di speciale tenuità, ritenendola equivalente alle aggravanti e alla recidiva contestate, illecito commesso a MAZARA DEL VALLO il 27/04/2015. A SA. viene imputato di essersi fatta consegnare la somma di 40 Euro da TRIPOLI Maurizio, minacciandolo con una siringa estratta dalla borsa, profittando della minorata difesa derivante dall’orario notturno.

2. SA. propone ricorso per cassazione, per il tramite del difensore, e deduce i seguenti motivi:

– come primo motivo, violazione dell’art. 606 co. 1 lett. e) cod. proc. pen. quanto ai presupposti dell’aggravante dell’uso dell’arma, che andava esclusa con riferimento sia al momento in cui la siringa è stata utilizzata, e quindi alla sua funzionalità ai fini della consumazione del reato, avendo sul punto la CORTE territoriale ripreso in modo acritico quel che aveva stabilito il TRIBUNALE, sia alla sua riconoscibilità quale arma;

” come secondo motivo, violazione dell’art. 606 co. 1 lett. c) cod. proc. pen. in relazione all’art. 61 n. 5 cod. pen. perché non è stato provato, allo scopo di ritenere sussistente l’aggravante, che l’evento non si sarebbe verificato se fosse stato commesso di giorno, e magari in una zona popolata. Difetterebbe comunque la motivazione sul concreto ostacolo che l’orario notturno avrebbe provocato al dispiegamento della difesa da parte della vittima.

3. Il ricorso è inammissibile. Premesso che si è in presenza, quanto alla affermazione della responsabilità della ricorrente, di una doppia pronuncia conforme in sede di merito, deve constatarsi come il primo motivo è infondato perché punta a rimettere in discussione un aspetto della ricostruzione del fatto -il che che esula dal giudizio di legittimità -, nonostante esso abbia già incontrato compiuta trattazione nel doppio grado di merito del giudizio: quello secondo cui non sarebbe emerso con chiarezza il momento in cui la siringa è stata utilizzata per commettere la rapina. Sia la CORTE territoriale sia il TRIBUNALE, alla cui più ampia motivazione la prima rinvia, hanno spiegato in modo congruo e logico che l’imputata ha estratto la siringa dalla propria borsetta al fine di minacciare la vittima, legando tale uso al possibile contagio di una malattia, e ciò è stato decisivo per vincere l’iniziale resistenza opposta dalla persona offesa.

Costituisce peraltro consolidato orientamento di questa S.C. (cf. Sez. 2 sentenza n. 27619 del 22/03/2016 dep. 05/07/2016 Rv. 267423 – 01 imputato Masini, e prima in conformità Sez.2, n.18382 del 27/03/2014, Venanzi; Sez.2, n.44037 del 01/12/2010, Forte; U, n.3394 del 06/03/1992, Ferlotti) che “in tema di rapina che, ai fini della configurabilità dell’aggravante della minaccia commessa con armi, ciò che conta è l’effetto intimidatorio che deriva sulla persona offesa dall’uso di un oggetto che abbia l’apparenza esteriore dell’arma, essendo tale effetto intimidatorio dipendente non dalla effettiva potenzialità offensiva dell’oggetto adoperato ma dal fatto che esso abbia una fattezza del tutto corrispondente a quella dell’arma vera e propria (come avviene quando l’arma- giocattolo sia sprovvista di tappo rosso o quando questo sia reso non visibile). Con specifico riferimento all’uso di una siringa, si è inoltre affermato che l’ago innestato in una siringa ed usato in un contesto aggressivo (nella specie, nel corso di una rapina) costituisce arma impropria, presentando chiare caratteristiche che lo rendono utilizzabile per l’offesa alla persona (Sez.2, n.25012 del 17/05/2012, Albertazzi)”.

4. Parimenti infondato è il secondo motivo. E’ incontestabile che il fatto illecito sia avvenuto di notte in un luogo isolato, né necessita di dimostrazione che tale contesto abbia agevolato la consumazione della rapina, senza che sia indispensabile, come viene chiesto nel ricorso, dimostrare che il fatto non sarebbe accaduto se fosse stato commesso di giorno: l’aggravante non evoca l’azione che causa il reato, bensì la sua più agevole consumazione. Quand’anche non si aderisca all’orientamento di questa S.C., secondo cui (ex multis Sez. 5 sentenza n. 20480 del 26/02/2018 dep. 09/05/2018 Rv. 272602 – 01 imputato Lo Manto) “la commissione del furto in ora notturna integra di per sé gli estremi dell’aggravante di minorata difesa”, e si preferisca il principio secondo cui (Sez. 4 sentenza n. 30990 del 17/05/2019 dep. 16/07/2019 Rv. 276794 – 01 imputato Tanzi) la “minorata difesa si fonda su una valutazione in concreto delle condizioni che hanno consentito di facilitare l’azione criminosa, sicché non vale ad integrare automaticamente la stessa la sola situazione astratta del tempo di notte”, la ricostruzione del fatto operata dalla CORTE territoriale ha collegato il contesto notturno alla ristrettezza dell’abitacolo della vettura quale indice di difesa attenuata, sottolineando con una più estesa descrizione dell’evento all’interno dell’autovettura della persona offesa quel che il TRIBUNALE aveva affermato a proposito dell’ora tarda e del luogo isolato.

Alla inammissibilità del ricorso consegue la condanna della ricorrente al pagamento delle spese processuali, nonché, ai sensi dell’art. 616 c.p.p., valutati i profili di colpa nella determinazione della causa di inammissibilità emergenti dal ricorso (Corte Cost. 13 giugno 2000, n. 186), al versamento della somma, che si ritiene equa, di Euro duemila a favore della cassa delle ammende.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro duemila in favore della Cassa delle ammende.

 


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