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Lo screenshot prova la chat

25 Gennaio 2023 | Autore:
Lo screenshot prova la chat

La fotografia della conversazione che appare sul display del cellulare è un documento utilizzabile nel processo: lo ha stabilito la Cassazione.

I messaggi delle chat, come quelli di WhatsApp, sono volatili, ma basta una foto a fissarne il contenuto. E in un processo questo può diventare una prova schiacciante. Basta fotografare il display del cellulare, per riprendere ciò che appare sullo schermo in quel momento: si crea un’immagine che viene memorizzata sul dispositivo in formato digitale. In gergo si chiama screenshot e basta premere un tasto sul proprio smartphone per ottenerlo e poi conservarlo per ogni evenienza.

È un accorgimento facile da compiere e che può rivelarsi molto utile, perché se è necessario dimostrare che con una determinata persona è intervenuta una conversazione e sono stati scambiati messaggi, lo screenshot prova la chat: sono sempre più numerose le sentenze che lo affermano.

Come lo screenshot prova il reato

Anche la Cassazione ha ritenuto valido questo metodo, ed ha affermato in diverse occasioni [1] che è legittimo acquisire gli screenshot di una conversazione telematica, come una chat su un sistema di messaggistica o sui social, e produrli nel processo, in modo da dimostrarne il contenuto, specialmente quando si tratta della persona offesa da un reato con violenza alla persona. Così nella giurisprudenza recente si sta affermando sempre più, in maniera ormai consolidata e pressoché definitiva, il principio secondo cui lo screenshot è prova. Esaminiamo alcuni casi concreti.

In un caso deciso dalla Suprema Corte si trattava di un uomo che aveva costretto una giovane donna a spogliarsi in video sotto ricatto, con la minaccia di diffondere altre immagini che la ritraevano nuda: la prova del costringimento – e dunque del reato di violenza privata – è stata desunta proprio dalle stampe degli screenshot della chat allegate alla denuncia, che sono state decisive per confermare la versione della vittima.

L’altra vicenda esaminata dagli Ermellini riguardava un processo ancor più delicato, una violenza sessuale compiuta da un uomo su una ragazza minorenne. I messaggi che hanno provato il reato commesso erano stati inviati dall’imputato sul cellulare della madre della vittima: le chiedeva quanti soldi volesse per mettere a tacere la faccenda e così “dimenticare” i rapporti sessuali avuti con la figlia.

La proposta però non era stata accolta; l’uomo era stato condannato nei primi due gradi di giudizio ed aveva proposto ricorso in Cassazione denunciando l’inutilizzabilità delle foto della chat, quegli screenshot dal contenuto eloquente che lo inchiodavano: era stato lui stesso, infatti, ad ammettere le sue responsabilità nelle conversazioni intercorse con la ragazza e la madre.

Quando lo screenshot vale come prova

I giudici della Cassazione, confermando le sentenze di condanna emesse nel merito, hanno ritenuto perfettamente valida la prova dei reati raggiunta con gli screenshot della chat, accompagnati dalle testimonianze rese in dibattimento dalle persone offese e dalle altre persone informate sui fatti che avevano descritto e spiegato la vicenda. Infatti, secondo la suprema Corte, lo screenshot non è dissimile dagli altri tipi di foto, che provano il contenuto dell’immagine ritratta; l’unica differenza sta nel fatto che non viene fotografato un oggetto fisico, bensì il display del telefonino su cui vengono visualizzati i messaggi di testo.

Non serve, dunque, una perizia informatica o altri accertamenti tecnici (come i tabulati del traffico telefonico o telematico), quando la foto ottenuta con lo screenshot appare genuina e – come è accaduto nel processo svoltosi – è confermata dalla puntuale testimonianza della ragazza e della madre. La legge, osservano i giudici, non impone neppure «alcun adempimento specifico per il compimento di tale attività». Non esiste, cioè, nessun procedimento “certificato” per realizzare uno screenshot valido, ma al contrario può realizzarlo chiunque con un semplice clic, senza particolari formalità; fermo restando, ovviamente, l’apprezzamento del suo significato probatorio, ad opera del giudice.

Screenshot della chat: quando serve la perizia

Ove occorra, e specialmente se l’imputato contesta eventuali manipolazioni o alterazioni degli screenshot prodotti nel processo come prova contro di lui, è possibile eseguire, nel contraddittorio tra le parti, una perizia sullo smartphone da cui provengono, per analizzare in modo approfondito il contenuto del dispositivo. Le indagini, con gli appositi software di analisi forense, possono essere estese al flusso dei dati e ad altri supporti esterni di memorizzazione, come le schede Sd estraibili.

Nel caso deciso dalla Cassazione e che abbiamo commentato, invece, il valore di prova dello screenshot era evidente, perché riportava le esatte parole inviate attraverso la chat di WhatsApp in forma colloquiale dall’imputato alla madre della ragazza abusata; non occorrevano, perciò, altre indagini sulla riferibilità delle frasi al soggetto che le aveva pronunciate, o per meglio dire scritte nei messaggi.

In conclusione, lo screenshot delle chat può validamente documentare una conversazione intercorsa e qualsiasi scambio di messaggi, quando riporta immagini chiare e frasi testuali che i giudici possono acquisire e leggere senza vincoli (nel processo penale la prova è libera in tutti i casi in cui non è illecita) per arrivare ad affermare la responsabilità penale del soggetto incriminato.

Approfondimenti

Per ulteriori informazioni, leggi:


note

[1] Cass. sent. n. 1358/2023, n. 24600/2022, n. 17552/2021 e n. 8332/2020.


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