Lo screenshot prova la chat

2 Marzo 2020 | Autore:
Lo screenshot prova la chat

La fotografia della conversazione che appare sul display del cellulare è un documento utilizzabile nel processo: lo ha stabilito la Cassazione.

I messaggi delle chat, come quelli di Whatsapp, sono volatili, ma basta una foto a fissarne il contenuto. E in un processo questo può diventare una prova schiacciante. Basta avere l’accortezza di fotografare il display del cellulare, quell’istante magico in cui ciò che appare sullo schermo in quel momento si memorizza sul dispositivo. In gergo si chiama screenshot e basta premere un tasto sul proprio smartphone per ottenerlo e poi conservarlo per ogni evenienza.

Ora la Cassazione ha ritenuto valido questo metodo di prova: con una sentenza depositata oggi [1] ha stabilito che è legittimo acquisire gli screenshot di una conversazione in modo da dimostrarne il contenuto.

Si trattava di un processo delicato, che riguardava una violenza sessuale compiuta da un uomo su una ragazza minorenne. I messaggi che provavano il fatto commesso erano quelli inviati dall’imputato sul telefono della madre della vittima: le chiedeva quanti soldi volesse per mettere a tacere la faccenda e così “dimenticare” i rapporti sessuali avuti con la figlia.

La proposta però non era stata accolta; l’uomo era stato condannato nei primi due gradi di giudizio ed aveva proposto ricorso in Cassazione denunciando l’inutilizzabilità delle foto della chat, quegli screenshot dal contenuto eloquente che lo inchiodavano: era lui stesso infatti ad ammettere le sue responsabilità.

Ma gli Ermellini hanno ritenuto perfettamente valida la prova raggiunta con le foto della chat. Infatti, secondo la suprema Corte, lo screenshot non è dissimile dagli altri tipi di foto, che provano il contenuto dell’immagine ritratta; l’unica differenza sta nel fatto che non viene fotografato un oggetto fisico, bensì il display del telefonino su cui vengono visualizzati i messaggi di testo.

Non serve, dunque, una perizia informatica o altri accertamenti tecnici (come i tabulati del traffico telefonico o telematico), quando la foto ottenuta con lo screenshot appare genuina e – come è accaduto nel processo svoltosi – è confermata dalla puntuale testimonianza della ragazza e della madre.

La legge, osservano i giudici, non impone neppure «alcun adempimento specifico per il compimento di tale attività». Non esiste, cioè, nessun procedimento “certificato” per realizzare uno screenshot valido, ma al contrario può realizzarlo chiunque con un semplice clic, senza particolari formalità; fermo restando, ovviamente, l’apprezzamento del suo significato probatorio, ad opera del giudice.

In questo caso il valore di prova era evidente, perché si trattava delle parole pronunciate attraverso la chat di Whatsapp in forma colloquiale dall’imputato – che era amico di famiglia di lunga data – verso la madre della ragazza abusata e non occorrevano altre indagini sulla riferibilità delle frasi al soggetto che le aveva pronunciate, o per meglio dire scritte nei messaggi testuali.

Nell’epoca digitale, anche lo schermo dello smartphone è un oggetto reale, quando documenta una conversazione e riporta frasi testuali che i giudici possono acquisire e leggere senza vincoli (nel processo penale la prova è libera in tutti i casi in cui non è illecita) per arrivare ad affermare la responsabilità penale del soggetto incriminato.


note

[1] Cass. sent. n. 8332/20 del 2 marzo 2020.


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