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I diritti di chi si fa un tatuaggio

3 Marzo 2020
I diritti di chi si fa un tatuaggio

Dal diritto alla salute al disegno non conforme alle aspettative, dalla possibilità di mostrare i tatuaggi sul lavoro all’età del consenso: ecco tutto ciò che si deve sapere quando si sceglie di farsi un tatoo.

Il diritto entra in scena anche quando ci si siede sulla poltroncina del tatuatore: dalla tutela della salute alla scelta del disegno, dall’età minima per farsi decorare la pelle alla successiva possibilità di partecipare a bandi e concorsi nella pubblica amministrazione. In questo articolo vedremo quali sono i diritti di chi si fa un tatuaggio ma anche gli eventuali oneri che deve affrontare. In un’unica guida raccoglieremo tutta la principale giurisprudenza che si è formata in merito a questo recente e piuttosto diffuso fenomeno sociale di massa. Ma procediamo con ordine.

Un minorenne può farsi un tatuaggio?

Come sappiamo, la capacità d’agire – ossia di concludere contratti, anche verbali – si acquisisce solo a 18 anni. Pertanto, anche se non succede quasi mai, l’acquisto fatto da un minorenne (fosse anche l’album delle figurine dal giornalaio) può essere annullato entro 5 anni. Ma che succede coi tatuaggi? Un minorenne può presentarsi allo studio di un tatuatore senza bisogno dei genitori? 

L’età del consenso per farsi tatuare la pelle è 18 anni. Quindi, il tatuatore che non vuole avere problemi legali deve sempre verificare prima il consenso di entrambi i genitori del minorenne, anche se sono separati. Questi ultimi devono cioè sottoscrivere una liberatoria. Se ciò non dovesse avvenire, i genitori potrebbero, nei successivi cinque anni dalla scoperta del tatuaggio, agire contro lo studio del professionista, chiedere la restituzione dei soldi versati dal minore e il risarcimento dei danni patrimoniali (come ad esempio le spese per l’eliminazione del tatuaggio tramite successivi interventi di chirurgia estetica) e morali.

Ci si può fare tatuare un marchio famoso o il volto di un personaggio?

Esiste il copyright sui disegni dei tatuaggi? Se una persona volesse farsi tatuare sul braccio la faccia di Marilyn Monroe o il logo di una nota casa di motociclette potrebbe farlo senza chiedere il permesso ai detentori dei relativi diritti di immagine o del marchio? 

Chi si fa un tatuaggio spesso crede che, essendo propria la pelle, non è tenuto a rispettare il diritto d’autore o dell’immagine altrui. Ma in realtà anche i tatuaggi non possono violare il diritto d’autore altrui che, come noto, tutela anche i disegni.

In teoria, è quindi vietato farsi raffigurare segni distintivi o volti altrui. Certo è anche inverosimile che i detentori dei diritti di sfruttamento possano agire contro il giovane (si tratta pur sempre di pubblicità gratuita), ma in teoria questa è la legge.

Posso donare il sangue se mi faccio un tatuaggio?

Per scongiurare il rischio di infezioni nel sangue, che potrebbero essere in “incubazione” nei giorni successivi al micro-intervento, la legge vieta la donazione del sangue per quattro mesi da quando il tatuaggio è stato eseguito. In alcuni centri, è consentito donare anche prima di quattro mesi, ma a condizione che il potenziale donatore presenti un certificato rilasciato dal soggetto che ha effettuato il tatuaggio che attesti l’utilizzo di strumentazione sterile ed il rispetto delle norme igienico-sanitarie. Trascorsi i quattro mesi da quando il tatuaggio è stato effettuato, si può donare il sangue senza alcun rischio per il ricevente. Sarà sufficiente presentare il certificato rilasciato dal centro presso il quale hai effettuato il tatuaggio oppure presentare un’autocertificazione in cui indichi la data in cui hai effettuato il tatuaggio.

Sono legali i tatuaggi sul viso?

Seppur costituiscono ancora una scelta di forte rottura con la tradizione, che vuole il volto libero e pulito da ogni imperfezione (tant’è che la gente ricorre alla chirurgia per farsi togliere i nei o le macchie), il tatuaggio sulla faccia non è illegale, né è motivo per licenziare un dipendente a meno che il regolamento aziendale interno o il contratto collettivo di categoria non disponga diversamente. 

Dunque, il fatto di recarsi dal tatuatore e farsi disegnare il viso quando già si è stati assunti non può essere motivo di successiva interruzione del rapporto di lavoro, pubblico o privato che sia, a meno che non si risolva in un deliberato atto di insubordinazione alle direttive del datore di lavoro. Ad esempio, se una istruttrice dell’asilo dovesse avere un tatuaggio sulla mano con la forma di un teschio e, nonostante le richieste della direttrice, non lo oscuri con un guanto, potrebbe perdere il posto.

Si può partecipare a un concorso se si ha un tatuaggio?

Concorsi e bandi nella pubblica amministrazione sono aperti anche a chi ha tatuaggi, a meno che non si tratti di un posto nelle forze dell’ordine. Qui sono vietati i tatoo: 

  • visibili (per dimensioni o posizione);
  • o che manifestano una personalità abnorme (ad esempio, la foglia di marijuana o la scritta “odio”). 

Se ricorre anche una sola di tali ipotesi, il candidato può essere escluso. Esistono numerose pronunce della giurisprudenza che escludono il diritto all’assunzione in Polizia, Finanza, Carabinieri o esercito quando il tatuaggio risponde a una delle predette caratteristiche. Secondo i giudici amministrativi, il tatuaggio su una sezione della pelle visibile anche con la divisa estiva a maniche corte è incompatibile con l’espletamento dei variegati e delicati compiti istituzionali cui gli appartenenti della Polizia sono chiamati a svolgere.

Si può mostrare il tatuaggio al lavoro?

Non esiste alcuna norma che vieta o consente di mostrare il tatuaggio al lavoro. Questo significa che, se non è stato previsto un divieto nel contratto collettivo nazionale o nel regolamento aziendale, non si può impedire al dipendente di indossare una camicia a maniche corte dalla quale possa intravedersi un tatoo. Attenzione però: il regolamento interno deve essere affisso in luogo visibile a tutti. La norma ha poi efficacia solo dopo la sua approvazione: non può regolare le situazioni passate, quelle cioè di chi si è già fatto il tatuaggio che, pertanto, non potrà essere costretto a cancellarlo ma a coprirlo (ad esempio, con un cerotto o un indumento lungo). 

Maggiore libertà ha il datore di lavoro in fase di assunzione: se – come detto – in assenza di una diversa regolamentazione è vietato il licenziamento di un dipendente tatuato, è facoltà dell’azienda respingere la candidatura di una persona con dei tatuaggi sgraditi (specie se offensivi o troppo vistosi). 

In fase di colloquio, un datore di lavoro può dire di no a chi ha disegnato su una parte del corpo ben visibile un messaggio violento, razzista, sessista, offensivo o di cattivo gusto.

Danni da tatuaggi e diritto al risarcimento

Il tatuatore deve farsi rilasciare il consenso informato dal proprio cliente prima di sottoporlo al tatuaggio. La sola violazione di tale obbligo può costituire per lui fonte di responsabilità e risarcimento. Tale dichiarazione serve per informare il cliente sui possibili rischi alla salute. In questo modo, il personale sanitario sa come comportarsi se dovessero venire fuori delle allergie o delle reazioni negative al tatuaggio.

Eventuali irritazioni cutanee che possano derivare da strumenti non sterilizzati o comunque non conformi alla legge devono essere risarciti dal tatuatore che, in conseguenza di ciò, potrebbe addirittura vedersi revocare la licenza. In questi casi, oltre all’avvocato, ci si deve rivolgere all’Asl. 

Se il tatuaggio è fatto male

Diverso dal danno alla salute è quello di tipo estetico. Se il tatuatore non dovesse essere in grado di riprodurre fedelmente il disegno richiesto dal cliente cosa si può fare? Qui ci si scontra con il fatto che, per diventare tatuatore, non bisogna fare un corso specifico, non esiste un albo professionale e, quindi, neanche un codice deontologico. Insomma, è il mercato che sceglie. Se il cliente si rivolge a una persona poco capace ha poche armi a suo favore, a meno che venga eseguito un disegno completamente diverso rispetto alla richiesta. Le aspettative artistiche, insomma, non sono tutelate. Come dire: l’arte è arte e, difficilmente, può essere messa in discussione. Stabilire, a questo punto, se il lavoro è stato fatto bene o male è sempre soggettivo. A meno che non compaia la Befana al posto di Marilyn Monroe.



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