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Rifiuto del lavoratore alla riassunzione

3 Marzo 2020
Rifiuto del lavoratore alla riassunzione

Illegittimo licenziamento e reintegra: il lavoratore dipendente è obbligato a ritornare a lavorare dopo la sentenza di condanna del datore oppure può chiedere solo il risarcimento?

L’azienda presso cui prestavi servizio ti ha licenziato. Hai impugnato il provvedimento dinanzi al tribunale e il giudice, al termine di una lunga causa, ti ha dato ragione. Ora la sentenza ha condannato il tuo ex datore di lavoro a riammetterti nelle tue precedenti mansioni. Non hai però alcuna intenzione di tornare: l’ambiente finirebbe per esserti ostile, con conseguente rischio di emarginazione. Ti chiedi allora se puoi barattare la rinuncia alla reintegra con un risarcimento. Cosa prevede la legge a riguardo? In altri termini, cosa succede in caso di rifiuto del lavoratore alla riassunzione? Se il licenziamento viene annullato dal tribunale, il dipendente è obbligato a riprendere servizio o ha un’alternativa? 

La questione è ben disciplinata dalla legge; sul punto, è peraltro intervenuta di recente la Cassazione [1] a spiegare come funzionano le regole in materia di licenziamento illegittimo e diritto alla cosiddetta «reintegra sul posto» o alla «riassunzione», concetti questi due diversi l’uno dall’altro. Ma procediamo con ordine.

Cos’è la reintegra sul posto di lavoro?

Quando si parla di «reintegra» (o «reintegrazione») ci si riferisce alla riammissione del dipendente nella propria posizione lavorativa da cui è stato escluso per via di un licenziamento illegittimo. Non si tratta, quindi, di una nuova assunzione ma di una prosecuzione del precedente contratto, che pertanto si considera come mai interrotto (con tutte le conseguenze che ciò comporta in termini di contributi, Tfr, scatti di anzianità, ecc.).

La reintegrazione deve avvenire, a seguito dell’ordine del giudice, riammettendo il dipendente nel posto che occupava prima del licenziamento, vale a dire ricollocandolo nel luogo e nelle mansioni originarie. 

La reintegra scatta, però, solo nei confronti dei datori di lavoro che occupano:

  • più di 15 dipendenti (5 se agricoli) in ciascuna unità produttiva: sede, stabilimento, filiale, ufficio o reparto autonomo, dove è avvenuto il licenzia​mento;
  • più di 15 dipendenti (5 se agricoli) nell’ambito dello stesso Comune, anche se ciascuna unità produttiva non raggiunge il limite;
  • più di 60 dipendenti complessivamente se nell’unità produttiva interessata sono occupati meno di 16 dipendenti.

Con la sentenza che dichiara illegittimo il licenziamento, l’azienda è tenuta:

  • alla reintegrazione del lavoratore nel posto di lavoro;
  • al risarcimento del danno subito dal lavoratore;
  • al versamento dei contributi previdenziali e assistenziali dovuti.

A lungo, la legge ha previsto che la reintegra sul posto dovesse essere la sanzione principale da infliggere al datore di lavoro in caso di risoluzione immotivata del rapporto di lavoro. Questa disciplina, però, come vedremo meglio nel successivo paragrafo, è stata oggetto di una profonda riforma.

Licenziamento illegittimo: quando spetta la reintegra sul posto di lavoro

La riforma del lavoro attuata nel 2015 [2], meglio nota come Jobs Act, ha modificato le regole sui licenziamenti illegittimi. Volendo semplificare al massimo un argomento di per sé tecnico e ricco di variabili, possiamo dire che, in caso di licenziamento illegittimo, al dipendente non spetta più la reintegra ma solo il risarcimento del danno (leggi sul punto Licenziamento illegittimo: quanto spetta di risarcimento?).

La sanzione della reintegra, però, residua in casi estremi come:

  • licenziamento inesistente perché verbale (ossia non scritto);
  • licenziamento per motivi discriminatori;
  • licenziamento disciplinare per comportamenti in realtà mai commessi dal lavoratore. Se, invece, il giudice ritiene illegittimo il licenziamento perché, pur esistendo il fatto, esso non è talmente grave da giustificare il licenziamento (licenziamento sproporzionato), al dipendente spetta solo il risarcimento; maggiori dettagli in Licenziamento illegittimo: spetta la reintegra o il risarcimento?;
  • licenziamento durante il periodo di maternità;
  • licenziamento per via del matrimonio: non si può licenziare un dipendente dal giorno della richiesta delle pubblicazioni di matrimonio, in quanto segua la celebrazione, a un anno dopo la celebrazione stessa.

Leggi sul punto: Licenziamento illegittimo: c’è reintegra?

Cos’è la riassunzione sul posto di lavoro?

L’ordine di riassunzione, al contrario della reintegra, implica la costituzione di un nuovo rapporto di lavoro. La riassunzione è diversa dalla reintegrazione perché si tratta di una nuova offerta di impiego ex novo e perché non determina dunque l’obbligo di pagare al lavoratore tutte le retribuzioni che avrebbe percepito se non fosse stato mai licenziato dalla data del recesso sino alla data della effettiva reintegrazione.

Anche qui, la condanna scatta tutte le volte in cui il licenziamento è inesistente, discriminatorio o intimato per fatti mai avvenuti. 

L’obbligo di riassunzione del lavoratore invece vale per i datori di lavoro, imprenditori o meno, che occupano:

  • fino a 15 dipendenti (5 se agricoli) in ciascuna unità produttiva;
  • fino a 60 complessivamente se nell’unità produttiva interessata sono occupati meno di 16 dipendenti
  • rapporti di lavoro con enti pubblici.

Che succede se il lavoratore non può più essere reintegrato?

Se l’ordine del giudice di reintegrazione non può essere rispettato in quanto sono venute meno le condizioni preesistenti al licenziamento per cause non imputabili al datore di lavoro (ad esempio, incendio della sede), quest’ultimo può adottare quelle modifiche che assicurino comunque il ripristino del rapporto illegittimamente risolto (ad esempio, con un distacco).

Se il lavoratore non può essere reintegrato nella sede originaria, è legittimo il suo trasferimento ad altra sede della stessa impresa (o di altra impresa facente parte del medesimo gruppo); spetta però al datore di lavoro l’onere di provare che lo spostamento del luogo di lavoro è intervenuto per effettive esigenze aziendali.

Resta salva, inoltre, la possibilità – in un secondo momento – di procedere al trasferimento del lavoratore se ricorrono apprezzabili esigenze tecnico-organizzative o in caso di soppressione dell’unità produttiva a cui era addetto il lavoratore licenziato.

È possibile un nuovo licenziamento dopo la reintegra?

L’avvenuto adempimento all’ordine di reintegrazione non esclude la possibilità per il datore di lavoro di risolvere il rapporto per ragioni sopravvenute, diverse da quelle che hanno motivato il primo licenziamento giudicato illegittimo. 

Si può rifiutare la reintegra?

Il dipendente che, impugnato il licenziamento illegittimo, ottiene dal giudice il riconoscimento del diritto alla reintegrazione, può optare per un risarcimento? Assolutamente sì. Il dipendente non è obbligato a tornare a lavorare in azienda se non lo vuole. Però deve comunicarlo entro 30 giorni dalla comunicazione del deposito della sentenza o dall’invito del datore di lavoro a riprendere servizio, se anteriore. Al posto della reintegra, al dipendente spetta una indennità sostitutiva della reintegrazione (v. dopo).

Il dipendente potrebbe rinunciare alla reintegra anche senza una dichiarazione espressa, tramite dei comportamenti chiari e inequivoci come il fatto di non riprendere servizio entro 30 giorni dall’invito del datore di lavoro. Ciò salvo che abbia chiesto il pagamento dell’indennità sostitutiva della reintegrazione. Con la conseguenza che, quando il lavoratore chieda il pagamento dell’indennità, il datore di lavoro, ove risulti confermata la mancanza di una valida giustificazione del licenziamento, non può sottrarsi al pagamento dell’indennità offrendo la riassunzione.

Anche quando il lavoratore sceglie di non rientrare in azienda, oltre all’indennità sostitutiva della reintegrazione restano dovuti il risarcimento del danno e il versamento degli oneri previdenziali e assistenziali.

Se il lavoratore opta per l’indennità sostitutiva, il rapporto di lavoro si estingue con la comunicazione al datore di lavoro di tale scelta, senza che debba intervenire il pagamento dell’indennità stessa.

Il dipendente può optare per l’indennità sostitutiva al posto della reintegra già in corso di causa.

Come si calcola l’indennità sostitutiva della reintegra? 

La misura dell’indennità è fissata in una somma pari a 15 mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto percepita dal lavoratore.

In particolare, si considera la retribuzione che il lavoratore avrebbe effettivamente percepito se non fosse stato licenziato, con riferimento temporale all’atto dell’esercizio dell’opzione e non all’epoca del licenziamento.


note

[1] Cass. ord. n. 5406/20 del 3.03.2020.

[2] D. lgs. n. 22/2015.


1 Commento

  1. sono stato licenziato, dopo circa 3 anni in appello sono stato reintegrato ma visto che la società non voleva ho rinunciato alla reintegra.
    2 cause penali : 1 archiviata e un’altra hanno chiesto la remissione della querela ed il mio avvocato hga accettato. oggi sono rammaricato dopo tanto sofferto, e soffro ancora.

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