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Accordo di separazione in Comune

4 Marzo 2020
Accordo di separazione in Comune

Si possono aggiungere clausole alla separazione consensuale per regolare la proprietà, il diritto di abitazione o l’usufrutto sull’immobile che prima era adibito a casa familiare? 

Se hai intenzione di separarti dal tuo attuale coniuge e sei stato in Comune a prendere informazioni sulla procedura da seguire dinanzi al sindaco, avrai forse notato che sono più le limitazioni che le facoltà. Questo perché, in base all’attuale legge, non è possibile firmare un accordo di separazione in Comune personalizzandone il contenuto, ossia inserendovi clausole per regolare e disciplinare i passaggi di proprietà. Lo dice chiaramente la legge secondo cui «l’atto non può contenere patti di trasferimento patrimoniale»; e, per come prevedibile, gli enti locali la applicano alla lettera. 

Ma cosa significa tutto ciò e quali implicazioni pratiche ha? In altri termini, quando è possibile, e quando invece non è consentito, effettuare un accordo di separazione in Comune? Ne parleremo in questo articolo, in modo che tu sappia quali sono i tuoi diritti ma anche i correlativi limiti. 

Cos’è la separazione in Comune?

Nel momento in cui si decide di interrompere il matrimonio, ci sono tre modi per procedere alla separazione consensuale così come ci sono tre modi per poi eseguire il successivo divorzio (anche questo consensuale). 

Il più frequente, quello cioè “tradizionale”, prevede la presenza dei coniugi dinanzi al giudice. È perciò detta «procedura giudiziale». Le parti siglano un atto congiunto e lo depositano in tribunale (per il tramite di un unico avvocato o di uno per parte). Il presidente del tribunale fissa un’udienza e, tentata la conciliazione, se questa non sortisce risultati, approva le condizioni riportate nell’atto di separazione consensuale dai coniugi. 

Il procedimento ha una durata complessiva di qualche mese, richiede il pagamento delle imposte (il contributo unificato di non più di 100 euro) e dell’onorario all’avvocato.

In alternativa, esistono due procedure stragiudiziali, che si svolgono cioè al di fuori del tribunale. La prima è la cosiddetta negoziazione assistita, un atto di separazione firmato dinanzi ai rispettivi avvocati che, proprio al pari di un normale contratto, fissa le condizioni personali ed economiche concordate tra le parti. L’accordo passa poi al vaglio del tribunale.

La procedura è molto più celere rispetto a quella giudiziale ma, anche in questo caso, bisogna onorare le parcelle dei rispettivi difensori.

Infine c’è l’accordo di separazione in Comune. A partire dall’11 dicembre 2014, i coniugi o ex coniugi possono raggiungere davanti all’ufficiale di Stato civile, ossia davanti al sindaco o a un suo delegato, una soluzione consensuale in materia di separazione, divorzio o modifica delle condizioni di separazione e divorzio.

Limiti all’accordo di separazione in Comune

Come anticipato in apertura, però, la possibilità di separarsi o divorziare in Comune è soggetta a due forti limitazioni:

  • la richiesta è possibile solo se la coppia non ha figli minorenni, maggiorenni non ancora autosufficienti o portatori di handicap (riconosciuti tali dalla legge 104). Al contrario, si può accedere alla separazione in Comune se i figli sono ormai maggiorenni e autonomi o se derivano da precedenti matrimoni o se la coppia non ha mai avuto figli;
  • l’accordo è possibile solo se non contiene «patti di trasferimento patrimoniale». Da questi sono esclusi gli accordi sull’assegno di mantenimento che, invece, è sempre possibile concordare anche in Comune.

Procedura di separazione in Comune

I coniugi non devono per forza munirsi di un avvocato. Possono presentarsi in Comune per concordare un appuntamento per procedere alla separazione dinanzi al sindaco quale ufficiale dello Stato civile del Comune di residenza o del Comune presso cui è iscritto o trascritto l’atto di matrimonio.

Ciascuno dei coniugi personalmente (o assistiti dall’avvocato) presenta all’ufficiale dello Stato civile una dichiarazione con la quale dichiara che vuole separarsi o far cessare gli effetti civili del matrimonio o ottenerne lo scioglimento secondo condizioni tra di essi concordate.

Allo stesso modo, si procede per la modifica delle condizioni di separazione o di divorzio. 

A questo punto, il sindaco – o un suo delegato – compila l’atto contenente l’accordo (di separazione, di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio, o di modifica delle condizioni di separazione o di divorzio), lo sottoscrive e lo fa firmare alle parti.

Ricevute le dichiarazioni, il sindaco fissa una data per un secondo incontro che non deve essere prima di 30 giorni (tale lasso di tempo serve per consentire alle parti di meditare sulla propria scelta). Se i coniugi non compaiono alla data indicata, la procedura si intende abbandonata. I coniugi che hanno dichiarato di volere separarsi o divorziare hanno, quindi, il diritto a un ripensamento, escluso invece per le dichiarazioni di modifica delle condizioni di separazione e divorzio.

Sul piano operativo, il sindaco deve redigere l’atto contenente l’accordo, senza indugio, dopo il ricevimento delle dichiarazioni, dando anche conto, nell’atto stesso, di avere invitato le parti a comparire nella data alle stesse assegnata. Nel periodo, non inferiore a 30 giorni tra la data della ricezione delle dichiarazioni e quella fissata per la conferma, l’ufficio dello Stato civile può svolgere i controlli sulle dichiarazioni rese dagli interessati.

Il sindaco, dopo la conferma dell’atto da parte degli interessati, deve comunicare la sua avvenuta iscrizione nei registri di Stato civile alla cancelleria del tribunale presso la quale sia eventualmente iscritta la causa concernente la separazione o il divorzio, oppure a quella del giudice davanti al quale furono stabilite le condizioni di divorzio o di separazione oggetto di modifica.

Cosa può contenere l’accordo di separazione in Comune?

L’accordo di separazione in Comune ha un contenuto “standard” e non può essere personalizzato salvo solo con riferimento alla fissazione di un assegno di mantenimento (per le separazioni) o di un assegno divorzile (per i divorzi). Dunque, fissato eventualmente l’ammontare degli alimenti che il coniuge più benestante deve versare all’altro (patto a cui tuttavia i coniugi possono ben rinunciare), l’accordo deve avere un contenuto tipico, ossia dichiarare la semplice intenzione di separarsi o divorziare. Non sono, quindi, possibili ulteriori patti di trasferimento patrimoniale. 

Il divieto riguarda solo i patti che hanno per effetto il trasferimento della proprietà o di altri diritti reali come l’usufrutto, il diritto di abitazione, ecc.

Ad esempio, il marito non potrebbe concedere all’ex moglie il diritto ad abitare nella casa coniugale tramite l’atto di separazione consensuale in Comune, né potrebbe cedere ai figli la nuda proprietà per riservarsi il diritto di usufrutto. Tali accordi o vengono siglati in un patto aggiuntivo dinanzi al notaio (quindi in separata sede) oppure impediscono la procedura di separazione o divorzio dinanzi al sindaco. 

Se, pertanto, i coniugi intendono regolare anche eventuali passaggi di proprietà o il riconoscimento di altri diritti sugli immobili dovranno optare per la separazione in tribunale o per quella con la negoziazione assistita (v. sopra).

L’accordo di separazione personale dinanzi al sindaco può, invece, prevedere:

  • l’obbligo di pagare una somma di denaro a titolo periodico sia in caso di separazione consensuale (assegno di mantenimento) sia in caso di richiesta congiunta di cessazione degli effetti civili o scioglimento del matrimonio (assegno divorzile);
  • l’attribuzione dell’assegno, la sua revoca o la sua revisione, in sede di modifica delle condizioni di separazione o divorzio.

L’accordo non può, invece, prevedere il pagamento in un’unica soluzione (una tantum) dell’assegno periodico di divorzio, trattandosi di attribuzioni patrimoniali mobiliari o immobiliari. 



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