Coronavirus: i danni per le famiglie italiane

4 Marzo 2020 | Autore:
Coronavirus: i danni per le famiglie italiane

Scuole chiuse in tutta Italia: chi resta con i bambini se i genitori devono lavorare? Ci sono delle penali da pagare al ristorante se salta il matrimonio?

Non è proprio un segnale che invita a non essere allarmisti: la chiusura delle scuole e delle università fino al 15 marzo a causa del coronavirus ci dice che la situazione è più seria di quanto sembrava o, almeno, di quanto ci era stato detto finora, come abbiamo già spiegato in questo articolo “Coronavirus: è più grave di quanto ora si vuol far credere“.

In primis, dal punto di vista sanitario. A mano a mano che i giorni passano, i contagi aumentano molto più velocemente delle guarigioni ed il numero dei morti galoppa in modo preoccupante verso le tre cifre. Ci chiedono di non baciarci, di non abbracciarci, di non stringerci la mano, di stare ad un metro di distanza (meglio due, possibilmente) dalle altre persone. Agli anziani si consiglia di non uscire di casa. Il primario dell’ospedale di Codogno, quello che una volta era l’ombelico dell’emergenza, teme che se il contagio si allarga ancora un po’ la situazione sarà insostenibile. Tutto questo sembrava circoscritto alle zone rosse o alle zone gialle. Ora, il Governo prende un provvedimento che interessa tutti, anche le famiglie italiane non contagiate: bambini, ragazzi, giovani devono restare a casa dalla scuola. Meglio non rischiare.

Con il dovuto rispetto verso una decisione che mira a contenere un’epidemia e, possibilmente, ad evitare che il timore del primario di Codogno diventi una profezia, c’è un altro problema, però: che cosa devono fare i genitori di quei bambini, soprattutto dei più piccoli, che devono restare a casa fino al 15 marzo? E che, nelle zone cosiddette gialle, sono già a casa da una decina di giorni? Che succede se quei bambini non hanno dei nonni che possono prendersi cura di loro? Se lo chiedono i genitori, ma se lo chiedono anche il Codacons ed i leader dell’opposizione, che sollecitano interventi urgenti del Governo per le famiglie.

A priori, ci sono due soluzioni: o pagano una baby-sitter o uno dei due deve per forza prendersi delle ferie. Chi è riuscito ad arrangiarsi finora, forse sperava che lunedì si tornasse alla normalità. Invece, ci sono altri 10 giorni davanti, un’altra settimana piena. Sempre che il 16 marzo ci siano le condizioni adatte per far suonare di nuovo la campanella e per riaprire le porte degli atenei.

La legge non prevede dei permessi per causa di forza maggiore. Può trattarsi di situazioni gravi come la malattia del bambino (e non è questo il caso), l’handicap di un parente che dà diritto ad usufruire della legge 104, il decesso di un familiare molto stretto per il quale vengono riconosciuti tre giorni di lutto. Ma sulla chiusura delle scuole a causa di un’epidemia, non c’è nulla di scritto. Significa che se il genitore vuole restare a casa dal lavoro perché non ha nessuno a cui lasciare il figlio o i figli, dovrà scalare quelle giornate dal monte ferie. Sperando che gli altri colleghi non abbiano dei figli o che, se ce li hanno, siano già grandi e possano badare a sé stessi.

L’altra soluzione è quella della baby-sitter che bisognerebbe assumere con un contratto di almeno una decina di giorni (non vi diremo mai di prendervela in nero, non sarebbe corretto anche se c’è chi lo fa). Significa che rischi di spendere di più per la ragazza che si prende cura dei figli che per le ferie che ti devi prendere per restare a casa. In ogni caso, si tratta di un danno che graverà sulle tue spalle.

A dire la verità, ci sarebbe una terza soluzione, già messa in pratica soprattutto dalle aziende delle zone più colpite dall’emergenza: quella dello smart working. È notizia di oggi che anche i dipendenti pubblici sono autorizzati a lavorare da casa. Certo, sarà difficile – per non dire impossibile – far lavorare a domicilio un operaio o chi non svolge un’attività al computer. Ma chi ha questa possibilità, visto che la chiusura delle scuole ora interessa tutto il Paese, può tentare questa strada.

Sulle famiglie italiane, però, incombono altre minacce di tipo economico a causa del coronavirus. Piccole-grandi situazioni che, a chi non le vive, possono sembrare delle banalità ma che, per chi ne rimane coinvolto, possono comportare decine di migliaia di euro buttati via.

Prendete il caso di questa ragazza di Bologna. Aveva organizzato il suo matrimonio – dai tempi ben lontani dall’inizio dell’epidemia – per il mese di marzo. Il futuro marito, da qualche giorno, si trovava all’estero per alcuni impegni, ma contava di tornare con sufficiente anticipo per la cerimonia. Ebbene, la coppia ha dovuto annullare tutto all’ultimo momento: lo sposo è rimasto bloccato all’esterno perché non gli è permesso per il momento di rientrare in Italia. Ovviamente, non c’è lo sposo, non c’è matrimonio. Ora: come la mettiamo con il ricevimento? Ci sono delle penali da pagare?

La situazione non è del tutto chiara. Finora, i contratti che regolano questo tipo di eventi prevedono che il ricevimento salti per due motivi: o per colpa del ristorante (o del banqueting, della location, di chi organizza il pacchetto completo dei servizi, ecc.) oppure per colpa degli sposi, ad esempio se si lasciano 15 giorni prima ed annullano la cerimonia. Ma di solito nulla c’è scritto sull’eventualità di una causa di forza maggiore come un’epidemia sanitaria di queste proporzioni. Di conseguenza, non c’è una regola ben precisa. Tant’è che alcuni addetti ai lavori stanno sentendo i propri uffici legali per sapere come comportarsi.

Trattandosi di eventi organizzati, nella maggior parte dei casi, con largo anticipo e nell’impossibilità di prevedere una situazione come quella che si sta vivendo attualmente, tutto sta nel buon senso di entrambe le parti. Né il fornitore dei servizi né gli sposi possono addossare la colpa alla controparte: un ristoratore potrebbe non servire il pranzo perché un decreto lo obbliga a chiudere. Uno degli sposi – come nel caso bolognese – potrebbe non presentarsi all’altare ed essere costretto ad annullare il matrimonio perché lo stesso decreto gli impedisce di spostarsi. Vale anche per il numero degli invitati: se anziché i 90 previsti possono partecipare solo 20 ospiti, non è per volontà né degli sposi né degli stessi ospiti, ma perché qualcuno ha vietato loro di recarsi nel luogo del ricevimento.



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1 Commento

  1. Quando un figlio si ammala e deve rimanere in casa per curarsi e non contagiare gli altri a chi si chiede il risarcimento? Ci sono i permessi. Adesso si tratta di riconoscere lo stesso diritto al genitore in permesso. Del resto si sa che la presenza dei figli implica necessariamente un limite in tutte le aree della vita, non per ultimo il lavoro. Sarebbe meglio evitare di speculare su questa grave situazione globale e mostrare di essere persone adulte e responsabili, non attaccate solo al denaro. Neanche chi si trova in situazioni estreme, come unico genitore e con monoreddito privo di parenti o amici in questa situazione che coinvolge la salute di tutti ha il diritto di lamentarsi ma semmai ha il dovere di organizzarsi. I figli non sono soprammobili e vanno tutelati. Esistono anche le ferie. Riposarsi fa bene all’organismo e al sistema immunitario che in questo momento deve diventare nostro alleato. Se non si accettano e non si applicano le regole basilari di igiene sarà un’ecatombe. Si smetta di pensare solo alla produttività economica e una volta per tutte si pensi alla salute.

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