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Promessa di donazione: è vincolante?

5 Marzo 2020
Promessa di donazione: è vincolante?

Contratti, non impone un obbligo a contrarre la manifestazione di volontà di donare, in quanto contrasta con la spontaneità che è alla base dell’atto di liberalità.

A seguito di un incidente stradale, sei rimasto a piedi e non hai i soldi per ricomprare un altro mezzo. Un amico, intenzionato a comprare un’auto nuova, ti ha promesso che ti avrebbe regalato quella vecchia piuttosto che rottamarla. Tuttavia, dopo aver atteso diversi mesi, hai tristemente constatato che la macchina era stata, nel frattempo, venduta ad altri. Ti sei rivolto a lui amareggiato: la sua parola era stata per te una garanzia su cui avevi fatto affidamento. Tant’è che, nel frattempo, ti sei fatto sfuggire alcune interessanti occasioni trovate online. Secondo però il tuo amico, non essendo mai intervenuto tra voi alcun contratto scritto, non vi era alcun obbligo di rispettare la parola data. 

Dove sta la verità? La promessa di donazione è vincolante? La questione è stata analizzata proprio di recente dalla Cassazione [1]. Vediamo cosa dice a riguardo la legge e come la interpretano i giudici.

Come funziona la donazione

La volontà di regalare qualcosa a un’altra persona, senza ricevere alcun prezzo, viene detta donazione. La donazione è un contratto: essa, infatti, presuppone la manifestazione di volontà di entrambe le parti. Da un lato c’è quella del donante, che deve voler regalare il bene a titolo gratuito; dall’altra c’è quella del donatario, che deve voler accettare il regalo (nessuno può essere costretto infatti a ricevere in dono qualcosa, sebbene “a caval donato non si guarda in bocca”).

Nella gran parte dei casi, le donazioni possono essere anche verbali o concluse con una scrittura privata (un normale foglio di carta scritto e firmato dalle parti).

Quando però la donazione ha ad oggetto beni immobili o di valore consistente rispetto al patrimonio del donante è necessario stipulare il contratto dinanzi al notaio (cosiddetto atto pubblico, meglio noto come “rogito”). Senza l’atto notarile e due testimoni, la donazione di non modico valore è nulla e può essere impugnata da chiunque in qualsiasi momento (ossia senza limiti di tempo).

Per concludere una donazione, il donante deve agire con spirito di liberalità e gratuità ossia nella consapevolezza e con la volontà di incrementare il patrimonio del donatario impoverendo il proprio. Insomma, deve trattarsi di un atto spontaneo, non soggetto ad alcuna costrizione. Non si può, ad esempio, in un testamento imporre a uno degli eredi di donare qualcosa a un altro. 

La donazione, inoltre, deve avere carattere personale. Il donante, pertanto, non può attribuire ad altri tramite mandato la facoltà di designare il donatario o consentire a un terzo di determinare l’oggetto della donazione.

Lo spirito di liberalità prescinde dai particolari motivi che accompagnano la scelta del donante e può ricorrere anche in presenza di considerazioni o calcoli personali o essere giustificata dalla riconoscenza nei confronti del donatario oppure dai suoi meriti. Ad esempio, si può donare una casa a un fratello nella speranza che questi si prenda cura del donante in quanto malato e anziano. 

La donazione, infine, non è revocabile: una volta regalato, il bene entra definitivamente nel patrimonio del donatario e, salvo volontà di quest’ultimo, non può più tornare indietro. La revoca della donazione è ammessa solo in caso in ingratitudine del donatario. Leggi sul punto Una donazione può essere annullata?

Si può imporre una donazione?

Come anticipato, la donazione deve scaturire da un atto volontario e spontaneo. Alla base non vi può essere alcuna costrizione giuridica o morale. Neanche lo stesso donante può vincolare se stesso, per il futuro, a donare qualcosa. 

In proposito, le stesse Sezioni Unite della Cassazione hanno stabilito che il contratto preliminare di donazione (il cosiddetto compromesso di donazione) è nullo [2].

Questo significa che se una persona si impegna a donare qualcosa a qualcuno e, dopo poco, fa dietrofront, il suo ripensamento è legittimo, né l’altra parte può rivendicare alcunché, benché avesse fatto affidamento sulla parola ricevuta. 

Non rileva il fatto che tale promessa sia stata consacrata in un atto scritto e che, quindi, appaia un vero e proprio obbligo a donare: la promessa di donazione non è vincolante. 

Quindi, finché la donazione non viene materialmente compiuta – ciò che succede alternativamente o con la stipula del contratto o con la consegna materiale del bene – il donante può ben ripensarci e rimangiarsi la parola senza subire alcuna conseguenza legale.


note

[1] Cass. sent. n. 6080/2020.

[2] Cass. SU 12 giugno 1979 n. 3315, Cass. SU 18 dicembre 1975 n. 4153

Corte di Cassazione, sez. II Civile, sentenza 20 settembre 2019 – 4 marzo 2020, n. 6080

Presidente Manna – Relatore Giannaccari

Fatti di causa

1. Il processo trae origine dalla domanda ex art. 2932 c.c., proposta da I.G. , innanzi al Tribunale di Chieti, nei confronti del fratello I.M. , avente ad oggetto il trasferimento della proprietà di un immobile, sito in (omissis) e di un locale garage; l’attore esponeva che il convenuto si era impegnato a trasferirgli il bene, con atto dell’11.6.1989, nel quale aveva dichiarato di “donare” al fratello detto immobile, realizzato nel periodo in cui i germani vivevano in (…) con l’apporto di entrambi.

1.2. I.M. si costituiva in giudizio e resisteva alla domanda; nel corso del giudizio, veniva disposta l’integrazione del contraddittorio nei confronti di V.A. , che si costituiva, chiedendo di essere estromessa dal giudizio.

La causa veniva istruita attraverso le prove orali e documentali, e, all’esito dell’istruttoria, il Tribunale di Chieti accoglieva a domanda.

Il giudice di primo grado qualificava la dichiarazione dell’11.6.1989 come atto preliminare unilaterale di vendita, il cui corrispettivo era costituito dal pagamento dei materiali e dei lavori per la realizzazione dell’immobile da parte dell’attore.

2. I.M. proponeva appello, censurando la qualificazione giuridica della dichiarazione unilaterale attribuita dal primo giudice perché proveniente da una sola delle parti, priva dell’indicazione del prezzo e dei dati identificativi dell’immobile da trasferire.

2.1. Instauratosi il contraddittorio, la Corte d’appello di L’Aquila, con sentenza depositata il 14.11.2014, in riforma della sentenza di primo grado, rigettava la domanda.

2.2. In primo luogo, la corte distrettuale escludeva che la dichiarazione dell’11.6.1989 configurasse una donazione o una promessa di donazione perché carente dei requisiti formali richiesti dalla legge ad substantiam. Non era nemmeno configurabile un preliminare di vendita, in quanto mancante del corrispettivo del trasferimento del bene e dei dati identificativi dell’immobile, costituiti dai confini, dai riferimenti catastali e dalla planimetria, ancor più necessaria trattandosi di un’unità immobiliare compresa in un’altra unità di maggiore estensione.

3.Per la cassazione della sentenza ha proposto ricorso A.M.T. , in qualità di erede di I.G. , sulla base di tre motivi.

3.1. Hanno resistito con controricorso I.M. e V.A. .

3.2. Il Pubblico Ministero nella persona del Dott. Corrado Mistri ha chiesto il rigetto del ricorso.

Ragioni della decisione

1. Con il primo motivo di ricorso, si deduce la violazione e falsa applicazione dell’art. 2932 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per avere la corte di merito escluso che la scrittura privata dell’11.6.1989, contenente una dichiarazione unilaterale, fosse suscettibile di esecuzione specifica mentre la giurisprudenza di legittimità ammette il rimedio di cui all’art. 2932 c.c., in ogni fattispecie dalla quale sorga l’obbligazione di prestare il consenso per il trasferimento o la costituzione di un diritto e, conseguentemente, anche da dichiarazione unilaterale.

2. Con il secondo motivo di ricorso, si deduce la violazione e falsa applicazione degli artt. 1362, 1363 e 1367 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, in quanto il termine “donare” avrebbe dovuto essere interpretato non come atto di liberalità ma come trasferimento a titolo oneroso in quanto il convenuto avrebbe ammesso, in sede di interrogatorio formale, di aver contribuito alla realizzazione dell’appartamento e la circostanza sarebbe stata confermata anche dall’ascolto dei testimoni.

3. Con il terzo motivo di ricorso, si deduce la violazione e falsa applicazione dell’art. 2712 c.c., art. 116 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per non avere la corte di merito attribuito valore probatorio alla circostanza, non contestata dal convenuto, relativa alla partecipazione dell’attore alle spese di realizzazione dell’immobile, ammessa dallo stesso convenuto in sede di interrogatorio formale.

4. I motivi, che potrebbero essere esaminati congiuntamente per la loro connessione, in quanto attenenti all’interpretazione della scrittura dell’11.6.1989, non sono fondati.

4.2. Le norme in tema di interpretazione dei contratti di cui agli artt. 1362 c.c. e segg., in ragione del rinvio ad esse operato dall’art. 1324 c.c., si applicano anche ai negozi unilaterali, nei limiti della compatibilità con la particolare natura e struttura di tali negozi; in particolare, nell’atto unilaterale, non può aversi riguardo alla comune intenzione delle parti ma solo all’intento proprio del soggetto che ha posto in essere il negozio, resta fermo il criterio dell’interpretazione complessiva dell’atto (Cassazione civile sez. I, 06/05/2015, n. 9127; Cass. Civ., sez. 02, del 20/01/2009, n. 1387; Cass. Civ., sez. LL, del 14/11/2013, n. 25608).

4.3. L’interpretazione di un atto negoziale è tipico accertamento in fatto riservato al giudice di merito, incensurabile in sede di legittimità, se non nell’ipotesi di violazione dei canoni legali di ermeneutica contrattuale, di cui all’art. 1362 c.c. e segg., con la conseguenza che la denuncia della violazione delle regole di ermeneutica esige una specifica indicazione dei canoni in concreto inosservati e del modo attraverso il quale si è realizzata la violazione. La censura non può, invece, risolversi in una critica del risultato interpretativo raggiunto dal giudice, che si sostanzi nella mera contrapposizione di una differente interpretazione. D’altronde, per sottrarsi al sindacato di legittimità, l’interpretazione data dal giudice al contratto non deve essere l’unica interpretazione possibile, o la migliore in astratto, ma una delle possibili, e plausibili, interpretazioni; sicché, quando di una clausola contrattuale sono possibili due o più interpretazioni plausibili, non è consentito – alla parte che aveva proposto l’interpretazione poi disattesa dal giudice di merito – dolersi in sede di legittimità del fatto che sia stata privilegiata l’altra (Sez. 1, Sentenza n. 10131 del 02/05/2006; conf. Sez. 3, Sentenza n. 24539 del 20/11/2009 e Sez. 1, Sentenza n. 6125 del 17/03/2014).

4.4. Ne consegue che non può trovare ingresso in sede di legittimità la critica della ricostruzione della volontà negoziale operata dal giudice di merito che si traduca esclusivamente nella prospettazione di una diversa valutazione degli stessi elementi, già dallo stesso esaminati.

4.5. Anche per gli atti unilaterali, va esteso il principio, secondo cui, nell’interpretazione delle clausole contrattuali, il giudice di merito, allorché le espressioni usate dalle parti fanno emergere in modo immediato la comune volontà delle medesime, deve arrestarsi al significato letterale delle parole e non può fare ricorso agli ulteriori criteri ermeneutici, se non previa rigorosa dimostrazione dell’insufficienza del mero dato letterale ad evidenziare in modo soddisfacente la volontà contrattuale (Cass. n. 20791 del 2004; Cass. n. 18191 del 2007; Cass. n. 23142 del 2014).

4.6. Nella specie, il ricorrente si limita a censurare l’interpretazione, plausibile, che la corte distrettuale ha fornito alla dichiarazione di I.G. dell’11.6.1989, contrapponendo una diversa interpretazione, basata su elementi esterni al contenuto dell’atto, come l’interrogatorio formale e le deposizioni testimoniali.

4.7. La corte di merito ha attribuito rilevanza decisiva al criterio letterale della dichiarazione, nella parte in cui I.M. dichiarava di “donare” a I.G. l’appartamento oggetto di causa, ravvisandovi una donazione del bene, nulla per l’assenza dei requisiti di forma richiesti dalla legge, trattandosi di scrittura privata e non di atto pubblico, privo dell’accettazione del donatario e della presenza di due testimoni.

4.8. Ha escluso che fosse ipotizzabile un preliminare di donazione, perché incompatibile con lo spirito di liberalità, che è elemento essenziale della donazione; la presenza di un futuro obbligo negoziale a contrarre comporta, in capo al donante, l’obbligo di manifestare in un successivo definitivo atto la propria determinazione alla liberalità che, viceversa, nel contratto di donazione è frutto di una volontà spontaneamente ed istantaneamente manifestata.

4.9. La giurisprudenza di questa Corte, già da tempo si è espressa nel senso che “una promessa di donazione non è giuridicamente produttiva di obbligo a contrarre, perché la coazione all’adempimento, cui il promittente sarebbe soggetto, contrasta con il requisito della spontaneità della donazione, il quale deve sussistere al momento del contratto” (Cassazione civile, sezioni unite, 18 dicembre 1975 n. 4153; da ultimo, Cassazione civile, sezione III, 8 giugno 2017 n. 14262 a mente della quale la cessione della proprietà non può essere legittimamente qualificata “preliminare di donazione” pena la sua insanabile nullità, “essendo la donazione actus legitimus che non ammette preliminare”).

4.8. La corte di merito ha, inoltre, escluso che detta dichiarazione contenesse l’impegno a trasferire il bene per l’assenza del prezzo di vendita, per l’indicazione dei confini, dei dati catastali, delle misure e delle planimetrie di riferimento, trattandosi di un’unità ammobiliare ricompresa in altra più ampia. L’indeterminatezza di tali dati, secondo l’apprezzamento della corte di merito, non era superabile con la generica dichiarazione, contenuta nell’atto, secondo cui I.M. avrebbe contribuito alla realizzazione dell’immobile, nè con le ammissioni che l’attore avrebbe fatto in sede di interrogatorio formale o con le dichiarazioni dei testimoni (pag. 5 della sentenza impugnata).

4.9 L’interpretazione dell’atto che il giudice di merito ha fornito nella sentenza impugnata risulta, quindi, senz’altro conforme alle norme di ermeneutica e non è, quindi, censurabile per violazione di tali disposizioni, in quanto ha attribuito primaria importanza al senso letterale della parola “donare”, estendendo l’area della propria indagine all’intero contenuto della dichiarazione unilaterale. Una volta escluso che il testo in esame presentasse una residua ambiguità, la corte d’appello ha correttamente evitato di dare rilievo, al fine di procedere alla sua interpretazione, ad elementi estranei all’atto negoziale.

5. Il ricorso va pertanto rigettato

6. Le spese seguono la soccombenza e vanno liquidate in dispositivo.

7. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, va dato atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

P.Q.M.

rigetta il ricorso e condanna la parte ricorrente al pagamento, in favore delle parti controricorrenti, delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 3.800,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15%, agli esborsi liquidati in Euro 200,00 ed agli accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.


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