Politica | Editoriale

Da una lacrima sul viso, sai Fornero, ho capito tante cose…

12 Febbraio 2012 | Autore:
Da una lacrima sul viso, sai Fornero, ho capito tante cose…

Gli effetti mediatici, politici ed economici della lacrima del Ministro Fornero.

La lacrima della Fornero è diventata, in poco tempo, l’icona di un’epoca. In quel fermo immagine, un giorno, riassumeremo ai nostri nipoti il significato di questi anni. Perché, al di là dell’intenzione del ministro, il gesto ha assunto un risvolto politico, mediatico, ma soprattutto economico.

Difficile trovare, nella storia, altri esempi di governatori piangere davanti al loro popolo. Qualche raro caso al cospetto dei tribunali di guerra, alla caduta dei regimi totalitari o per la vittoria elettorale [1].

In questo senso, come lacrime d’altruismo, quelle della Fornero hanno avuto un’originalità senza eguali. L’assenza di forzature sul copione, peraltro, ha reso a tutti evidente la genuinità del gesto: il curriculum del ministro escludeva possibilità autopubblicitarie.

Ma in politica non contano le intenzioni. C’è una ragione di Stato machiavelliana che deve prevalere.

L’effetto che quella lacrima ha avuto su quanti erano sintonizzati in diretta tv ha un nome. Questo nome è “panico”. Lo stesso panico che proverebbe l’equipaggio di una nave nel vedere, alla notizia di un motore rotto, il comandante scappare con la scialuppa di salvataggio. Ecco, la fuga di quella lacrima è sembrata a molti come la fuga del capitano. Perché, se piangono i capi, vuol dire che “sanno qualcosa che noi non sappiamo”…

Diciamocelo: gli italiani sono da sempre abituati al clima d’emergenza. Al sud non si avvertono più le crisi economiche perché la crisi c’è ormai da millenni.

Ma fa anche parte del nostro popolo ridursi al novantesimo minuto, sudare per un goal che si poteva segnare già dall’inizio della partita.

Stavolta, però, c’è qualcosa in più. O meglio, in meno. Non v’era del resto ragione – avrà pensato il cittadino medio – di chiamarla “Salva Italia”, la manovra di fine anno, solo per il gusto di rovinarci il cenone.

Proprio questo sbandierato clima da “tempi supplementari” ha cambiato le carte in tavola.

Il nostro popolo, in questa occasione, si è sentito come l’americano dopo il Vietnam. Sconfitto. Stiamo sperimentando che questa crisi, al contrario di tutte le altre, non si risolve più da sola, solo spegnendo la tv e andando allo stadio la domenica. Abbiamo capito di poter perdere (o che forse si era già perso). Roberto Gervaso una volta ironizzava dicendo che l’Italia sta in piedi solo perché non sa da che parte cadere. Ma, di fatto, non è mai caduta, forse proprio perché nessuno le ha mai detto quali fossero le sue reali condizioni.

Tuttavia, questa volta, proprio come in Vietnam, gli italiani si sono visti realmente vulnerabili, hanno scoperto che i loro figli stavano morendo in una guerra (quella per la ricerca di un lavoro) che non li avrebbe mai visto vincitori sol fingendo che non c’era la guerra.

Al di là se quella che stiamo giocando è davvero l’ultima partita, bisogna ricordare che, in economia, le catastrofi economiche tendono ad autoverificarsi: nel momento in cui si paventa un pericolo, in realtà lo si crea. Solo perché si diffonde una notizia, per quanto essa possa essere esagerata, falsa o ancora non verificata, il conseguente comportamento isterico del mercato può far sì che l’evento si realizzi subito e la reazione sia peggiore della stessa causa.

Per questo, ho paura che la lacrima del ministro abbia messo in moto l’atomo impazzito. Per superare ‘a nuttata, invece, è necessario che il mercato non sappia. Il paziente, a volte, supera la malattia solo se è convinto di guarire. È un bambino piccolo, il mercato, e se si terrorizza si chiude in camera e smette di parlare.

Alla fine era meglio se la facevano passare come una delle tante manovre rigide che ci hanno regalato i nostri governi, anziché come “la manovra delle manovre”. Perché ora abbiamo due crisi da risolvere: quella economica e quella da paura. È la recessione.


note

[1] Lorbeer scrisse che Adriano versò lacrime di femminuccia alla morte di Antinoo, il suo amante  (in suo onore fu costruita Antinopoli). Carlo Magno, quando la congestione consumò il suo elefante Abu I-Abbas (con cui partì per combattere i Danesi nel 804.) ordinò tre giorni di lutto, ritirandosi nella sua tenda per piangere. In epoche più recenti, ci sono state le lacrime di Obama alla morte di Dorothy Height (Presidentessa del National Council of Negro Women), quelle di Bush Sr. mentre parlava in diretta dei propri figli (dicembre 2006), quelle di Occhetto alla “Bolognina”, il pianto della Moratti durante l’addio al Comune e quello infuriato della Prestigiacomo, mai consegnato alle telecamere, per una sua mozione bocciata dalla maggioranza. Come non dimenticare, in ultimo, le lacrime di gioia di Emma Bonino quando, nel 2007, fu depositata all’ONU la moratoria sulla pena di morte.


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1 Commento

  1. L’Italia non sa da che parte cadere ma Gervaso forse lo sa benissimo. Essendo stato tessera n.1813 della P2 e “MAESTRO” della stessa, poteva suggerirlo lui da che parte cadere.

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