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Separazione e assegnazione della casa coniugale

2 Maggio 2020
Separazione e assegnazione della casa coniugale

La casa familiare viene assegnata al coniuge che convive con i figli.

Immagina che tua moglie decida di lasciarti. La prima cosa che pensi è: devo trasferirmi in un altro appartamento? Ti terrorizza solo l’idea. Il tuo stipendio non è alto e stai ancora pagando il mutuo. Per non parlare poi del mantenimento che le devi. Nell’articolo che segue ci occuperemo di separazione e assegnazione della casa coniugale. Devi sapere che il giudice, generalmente, assegna la casa al coniuge che convive con i figli, anche se non è il proprietario dell’immobile. Lo scopo è chiaramente quello di evitare che i minori subiscano ulteriori traumi, oltre quelli derivanti dalla separazione. 

Cos’è la casa coniugale?

La legge non fornisce una definizione di casa coniugale, ma è prassi ormai identificarla con il centro di aggregazione della vita familiare. In parole povere, è il luogo dove i coniugi hanno vissuto prima della separazione. Sono invece escluse le seconde case o altri immobili di cui i coniugi avevano la disponibilità. Ad esempio, se la coppia possiede la casa in campagna (dove si trasferisce solo per le vacanze) e l’abitazione in città (dove vive abitualmente durante l’anno), quest’ultima sarà considerata la casa coniugale. 

Separazione e assegnazione casa coniugale

Con la separazione viene meno l’obbligo di coabitazione, cioè i coniugi sono autorizzati a non vivere più sotto lo stesso tetto. In caso di comune accordo, i coniugi possono stabilire a quale dei due spetterà la casa coniugale. Ad esempio, possono decidere che l’immobile resti al proprietario oppure venga venduto e il ricavato venga diviso in parti uguali.

In mancanza di accordo, sarà il giudice a decidere. In tal caso, il criterio rilevante è la presenza o meno dei figli. Cosa vuol dire? Lo vediamo subito.

Se la coppia ha figli

Nel caso in cui ci siano dei figli, la casa verrà assegnata al coniuge che convive con essi, anche se non è proprietario dell’immobile. Come già anticipato in premessa, lo scopo è quello di evitare che i figli debbano abbandonare la casa dove hanno sempre vissuto. 

Facciamo un esempio.

Mario e Cristina si separano e il giudice affida il figlio Francesco ad entrambi (cosiddetto affidamento condiviso) con collocazione prevalente presso la mamma. La casa, in tal caso, verrà assegnata a Cristina che convive con il figlio, indipendentemente dalla proprietà o meno dell’immobile.

Se la coppia non ha figli

Al contrario, in assenza dei figli, la casa coniugale rimane al legittimo proprietario. Facciamo un altro esempio.

Marco e Giulia sono sposati e vanno a vivere nella casa di proprietà di Marco. Dopo qualche tempo, decidono di separarsi. Non avendo avuto figli, la casa rimarrà a Marco in quanto proprietario esclusivo dell’immobile. Giulia, invece, sarà costretta a trasferirsi altrove. 

Ci sono, tuttavia, delle eccezioni, nel senso che, anche in assenza di figli, il coniuge non proprietario può aver diritto ad abitare la casa dopo la separazione. Ciò accade, ad esempio, quando il coniuge è affetto da patologie o infermità particolari. 

Qualora la coppia sia comproprietaria dell’immobile (ad esempio, al 50%) è possibile accordarsi per la vendita. Di conseguenza, il ricavato verrà diviso in base alle rispettive quote di proprietà. Un’altra soluzione è l’assegnazione dell’immobile alla moglie, la quale liquiderà al marito il 50% del valore di mercato. In mancanza di accordo, ci si rivolge al giudice.

E se la casa è in affitto? Vale lo stesso discorso. Se la coppia ha figli, il contratto di locazione deve proseguire con il genitore con cui gli stessi convivono. L’altro genitore, invece, sarà tenuto a versare un assegno di mantenimento, ma non anche il pagamento del canone di locazione. Quindi, il giudice, nel quantificare l’assegno, dovrà tener conto sia dell’esigenze dell’assegnatario sia delle esigenze dell’altro coniuge.

Assegnata la casa familiare a un coniuge, l’altro deve lasciarla senza ritardo. Se nel provvedimento è stato fissato un termine preciso, allora occorrerà rispettarlo.

In conclusione, la casa verrà assegnata al coniuge che convive con i figli fin quando gli stessi non abbiano raggiunto la maggiore età e l’autosufficienza economica. Attenzione però: il fatto che il figlio sia diventato maggiorenne, non vuol dire che sia anche indipendente economicamente.

In buona sostanza, il figlio deve essere in grado di mantenersi da solo. Si pensi, ad esempio, al figlio che frequenta l’università (ma è mantenuto dai genitori) oppure alla figlia che, seppur lavora, prende uno stipendio che non le consente di provvedere alle sue esigenze.

Chi paga le spese della casa coniugale?

Il coniuge a cui è stata assegnata la casa coniugale non è esonerato dal pagamento delle spese connesse all’utilizzo dell’immobile. Per quanto riguarda le spese condominiali, il coniuge assegnatario deve sostenere solo quelle ordinarie (ad esempio, la pulizia delle scale, l’utenza della luce delle parti comuni, ecc.); mentre le straordinarie (si pensi, ad esempio, al rifacimento della facciata del palazzo) spettano al proprietario dell’immobile

Invece, per le spese relative all’immobile, l’assegnatario dovrà pagare quelle ordinarie (ad esempio, le utenze), mentre quelle straordinarie (tipo il rifacimento dell’impianto di riscaldamento) saranno a carico del proprietario oppure di entrambi i coniugi se comproprietari.

L’assegnazione della casa coniugale può essere revocata?

Il provvedimento di assegnazione della casa coniugale può essere revocato nei seguenti casi:

  • il coniuge assegnatario non abita o cessa di abitare stabilmente nella casa coniugale, convive con un’altra persona oppure contrae un nuovo matrimonio;
  • i figli raggiungono la maggiore età e l’autosufficienza economica;
  • muore il coniuge assegnatario.

Nei suddetti casi, il coniuge può ottenere la revoca. In mancanza di accordo, occorre depositare un’istanza di modifica delle condizioni presso il tribunale che ha emesso la sentenza di separazione, il quale decide in base alla valutazione dell’interesse primario dei figli minori.

Qualora il coniuge non intenda lasciare la casa dopo la revoca, occorrerà effettuare un atto di precetto per rilascio dell’immobileIn alternativa, la coppia può sempre accordarsi sulla revoca e gestire consensualmente l’immobile per evitare di ricorrere in tribunale.


4 Commenti

  1. Buongiorno a tutti voi di questo sito tanto interessante… Sono comproprietario al 50% con la mia ex moglie di una che le è stata assegnata per viverci con la figlia minorenne. Attualmente, la figlia è maggiorenne e lei è indipendente economicamente. Posso procedere alla vendita dell’immobile o della mia quota?

    1. Come previsto dalla legge, il godimento della casa familiare è attribuito tenendo prioritariamente conto dell’interesse dei figli. Qualora la casa familiare sia stata assegnata alla moglie con il figlio minorenne, il diritto di godimento della casa non viene automaticamente meno al raggiungimento della maggiore età del figlio; occorre un requisito ulteriore e, cioè, il raggiungimento dell’indipendenza economica. In altri termini, il figlio divenuto maggiorenne deve essere autosufficiente dal punto di vista economico, in misura tale da non dover coabitare con il genitore assegnatario e da poter vivere da solo in modo stabile (la giurisprudenza ha escluso che possa considerarsi autosufficiente lo studente universitario fuori sede).Qualora la figlia del lettore abbia effettivamente raggiunto l’indipendenza economica e sia in grado di vivere da sola (dato comunque sottoposto alla valutazione del giudice), sarà possibile ottenere la revoca dell’assegnazione della casa coniugale, procedendo con l’istanza di modifica delle condizioni della separazione coniugale, da depositare presso il Tribunale che ha emesso la sentenza di separazione.
      In alternativa, qualora l’ex coniuge sia concorde sulla revoca e si renda disponibile a gestire consensualmente l’immobile (per esempio, dividendolo), è possibile evitare di ricorrere in Tribunale, attraverso le due seguenti procedure stragiudiziali:
      1) convenzione di negoziazione assistita: le parti si accordano con una scrittura controfirmata dagli avvocati, avente i medesimi effetti dei provvedimenti giudiziari di separazione e senza necessità di omologa da parte del Tribunale;
      2) dichiarazione al sindaco: le parti possono concludere, innanzi al sindaco del comune di residenza di una di loro o del comune presso cui è iscritto o trascritto l’atto di matrimonio, con l’assistenza facoltativa di un avvocato, un accordo di modifica delle condizioni della separazione, con eventuale trasferimento di diritti relativi al bene immobile.
      Ovviamente, al fine di poter ricorrere alle suddette procedure stragiudiziali, il presupposto indispensabile è l’accordo tra i coniugi. Nel caso di specie, visto che l’immobile è in comproprietà e che, pertanto, anche l’eventuale decisione circa la vendita o la divisone dovrebbe essere concordata, la via dell’accordo consensuale sarebbe certamente quella più semplice, più rapida e meno costosa. Difatti, con un unico accordo, si modificherebbero le condizioni della separazione (disponendo la revoca dell’assegnazione della casa coniugale), e al contempo si assumerebbe l’impegno a vendere o a dividere l’immobile.Diversamente, in mancanza di accordo tra le parti, l’unica strada percorribile è la procedura dinanzi al Tribunale. In particolare, bisognerebbe rivolgersi al Tribunale che ha emesso la sentenza di separazione per rappresentare il mutamento delle condizioni del diritto di godimento dell’immobile (autosufficienza economica della figlia divenuta maggiorenne) e, quindi, per richiedere la revoca dell’assegnazione della casa coniugale.Trattandosi di immobile in comproprietà, occorrerebbe chiedere altresì l’autorizzazione alla divisione del bene. Qualora ciò la divisione non sia possibile, il giudice potrà assumere un diverso provvedimento con messa in vendita del bene e distribuzione del ricavato tra i comproprietari. È evidente che la procedura di divisione giudiziale comporta tempi più lunghi e costi più elevati, dovendo essere valutata la divisibilità dell’immobile anche mediante consulenza tecnica d’ufficio.Per completezza espositiva, si precisa che il diritto al godimento della casa familiare viene meno anche nel caso in cui il coniuge assegnatario non abiti o cessi di abitare stabilmente presso l’immobile o conviva more uxorio o contragga nuovo matrimonio.

  2. Salve. Sono separato da un anno e la casa, che era dei miei genitori, è stata assegnata alla mia ex moglie. Ci deve pagare le imposte sull’immobile? Spero potrete darmi una informazione sull’argomento perché ho bisogno di risolvere alcune questioni, grazie

    1. In sede di separazione il giudice provvede all’assegnazione della casa familiare ai sensi dell’art. 337 sexies c.c., secondo il quale, “Il godimento della casa familiare è attribuito tenendo prioritariamente conto dell’interesse dei figli. Dell’assegnazione il giudice tiene conto nella regolazione dei rapporti economici tra i genitori, considerato l’eventuale titolo di proprieta’.[…] Il provvedimento di assegnazione e quello di revoca sono trascrivibili e opponibili a terzi ai sensi dell’articolo 2643.” Con l’assegnazione si instaura, per il coniuge assegnatario, un diritto di abitazione.Ai sensi dell’art. 1022 c.c. il diritto di abitazione è un diritto reale immobiliare e come tale opera su un piano nettamente distinto dal rapporto obbligatorio di locazione; ha carattere strettamente personale e conferisce all’habitator unicamente la facoltà di abitare l’immobile con il proprio nucleo familiare, con esclusione, pertanto, di ogni forma di godimento indiretto nonché di ogni utilizzazione diversa della casa (quali destinazione ad attività professionale, commerciale, ecc.), e nei limiti dei bisogni personali del titolare e della sua famiglia.
      L’assegnazione della casa familiare e dunque il diritto di abitazione è equiparato al comodato, anche dal punto di vista delle detrazioni fiscali.
      L’Imu, le altre imposte e gli altri pagamenti.
      Con riferimento all’IMU, l’assegnazione da parte del giudice equivale allo stabilire un diritto reale di abitazione a favore del coniuge che rimane nell’appartamento. Il pagamento dell’IMU spetterà dunque a chi rimane, indipendentemente da chi sia il proprietario (l’uno o l’altro ex coniuge, oppure cointestato). Questa è una norma relativamente nuova, per l’ICI infatti valeva ancora che il pagamento era a carico del proprietario, ovvero anche all’eventuale coniuge non assegnatario dell’immobile, ma proprietario: “Il provvedimento giudiziale di assegnazione della casa coniugale in sede di separazione personale o di divorzio attribuisce al coniuge un atipico diritto personale di godimento e non un diritto reale. Non è ravvisabile la titolarità di un diritto di proprietà o di uno di quei diritti reali di godimento previsti dalla disciplina ICI e costituenti l’unico elemento di identificazione del soggetto tenuto al pagamento dell’imposta.” Cass. civ. Sez. V Ordinanza, 06/07/2011, n. 14920.
      Sarà applicata IMU come abitazione principale in quanto si presume che tale sia l’immobile per il coniuge che vi rimane. Qualora cambiasse residenza, perderebbe infatti il diritto acquisito.In altre parole, per l’effetto dell’art. 4, comma 12-quinquies, d.l. 2 marzo 2012, n. 16, “Ai soli fini dell’applicazione dell’imposta municipale propria di cui all’articolo 8 del decreto legislativo 14 marzo 2011, n. 23, nonché all’art. 13 del decreto legge 6 dicembre 2011 n. 201, convertito, con modificazioni, dalla legge 22 dicembre 2011, n. 214, l’assegnazione della casa coniugale al coniuge disposta a seguito di provvedimento di separazione legale, annullamento, scioglimento o cessazione degli effetti civili del matrimonio, si intende in ogni caso effettuata a titolo di diritto di abitazione”. In questo modo il legislatore fiscale fissa qualsiasi ragionamento civilistico e qualifica il diritto di abitazione come posizione del coniuge assegnatario sotto il profilo dell’IMU.Alla luce di quanto detto, il coniuge assegnatario dell’abitazione, quindi l’ex moglie del lettore, diviene, per effetto del diritto di abitazione, l’unico soggetto passivo dell’IMU per tale unità immobiliare, soggettività passiva che viene dunque persa dal coniuge non assegnatario.La TASI va ripartita tra proprietario e comodatario. L’occupante versa la TASI nella misura, stabilita dal Comune nel regolamento, compresa fra il 10 e il 30% dell’ammontare complessivo e può avere un’aliquota agevolata nel caso di abitazione principale.
      Il soggetto che occupa l’immobile è tenuto al pagamento della TARI, tassa sui rifiuti, in base alla superficie calpestabile dell’abitazione.
      L’Irpef verrà versata dal proprietario dell’immobile.
      Il coniuge assegnatario dell’immobile dovrà inoltre pagare le spese condominiali ordinarie ed, in generale, tutte le spese connesse all’utilizzazione del bene, e quindi le utenze domestiche (bollette della luce, gas, acqua).
      La giurisprudenza conferma quanto detto.
      “L’attribuzione al coniuge della proprietà della casa coniugale, in adempimento di una condizione inserita nell’atto di separazione consensuale, non costituisce una forma di alienazione dell’immobile rilevante ai fini della decadenza dai benefici prima casa in materia di imposta di registro, ipotecaria e catastale, bensì una forma di utilizzazione dello stesso ai fini della migliore sistemazione dei rapporti tra coniugi, sia pure al venir meno della loro convivenza”. Cass. civ. Sez. V, 13/11/2015, n. 23225.
      “L’assegnazione della casa coniugale ha natura non di diritto reale, bensì di diritto personale; tuttavia, il coniuge assegnatario è comunque tenuto a tutte le obbligazioni gravanti sull’usufruttuario e dunque anche al pagamento delle imposte gravanti sull’immobile”. Trib. Milano, 26/05/2000 – Giur. milanese, 2001, 1, 41.
      Riassumendo, alla luce di quanto detto e della normativa vigente:
      – L’Imu è a carico del coniuge assegnatario dell’immobile.
      – La Tasi va ripartita tra il proprietario e l’assegnatario dell’immobile.
      – La Tari è a carico dell’assegnatario dell’immobile.
      – L’Irpef è a carico del proprietario dell’immobile.
      – Le spese condominiali e le spese delle utenze sono a carico dell’assegnatario dell’immobile.

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